Il Michelangelo dell'empirismo| Formatosi entro la cornice del neopositivismo ne ha distrutto gli assunti facendone risorgere lo spirito di fondo |
| Willard Van Orman Quine é morto alla fine dell'ultimo anno del Novecento, il secolo che ha coinciso con la sua vita (era nato nel 1908) e che egli ha segnato, per quanto riguarda la filosofia, in modo così profondo e caratteristico. Il suo pensiero e il suo inimitabile stile intellettuale si erano formati nella meditazione di un libro pubblicato novant'anni fa - i Principia Mathematica di Whitehead e Russell - e nelle discussioni con Carnap, Neurath e gli altri esponenti del Circolo di Vienna, quasi settant'anni fa. A quelle discussioni, e ai problemi che vi si agitavano, Quine rimase sempre legato, anche quando la stella del neopositivismo era da tempo tramontata e anzi da più parti se ne contestava la luminosità. Quine stesso aveva contribuito in modo determinante al "superamento" del neopositivismo; eppure, a molti decenni di distanza, egli continuava a riconoscere la complessità e la profondità della discussione dei filosofi di Vienna, e a ricondurre a essa la maggior parte delle sue idee. Solo oggi siamo tornati a dargli ragione, a vedere quanto lunga è stata la fermata che il treno dello Spirito ha fatto alla "stazione di Vienna" (come dice il titolo del bel libro di Alberto Coffa sulla Tradizione semantica da Kant a Carnap); Quine l'aveva sempre saputo.
Il contributo di Quine alla dissoluzione del programma neopositivista (o di una delle sue versioni) può essere raccontato, ad esempio, così. I neopositivisti - in particolare, Rudolf Carnap - perseguivano una sorta di fondazione del sapere scientifico. Come già Hume, essi pensavano che tutte le verità scientifiche fossero tali o in virtù del significato dei simboli, (come quelle della logica e della matematica) o in virtù dei fatti, come quelle delle scienze naturali. Erano cioè o analitiche, o sintetiche. Le verità fattuali, sintetiche, si fondavano in ultima analisi sulle sensazioni: erano riformulazioni, in molti casi straordinariamente complesse, di combinazioni di enunciati elementari di sensazione, come "Questo è blu". Fondare la conoscenza scientifica voleva dire far vedere che tutte le verità fattuali erano riducibili a sensazioni (più operazioni logiche), mentre le verità logiche e matematiche erano mere esplicitazioni dei significati dei simboli logici e matematici (per esempio il principio di non contraddizione, "non (A e non A)", non è altro che un'esplicitazione del significato dei simboli logici "non" e "e").
Su questo programma, che metteva i potenti strumenti della logica contemporanea al servizio dell'empirismo classico (non senza importanti correzioni kantiane), si esercitò, fin dalla metà degli aani Trenta, la critica sovversiva di Quine. In primo luogo, egli fece vedere che la nozione di "vero in virtù del significato dei simboli", cioè la nozione di verità analitica, era sostanzialmente incomprensibile. In secondo luogo, mostrò che il programma carnapiano di riduzione delle verità fattuali a enunciati di sensazione era irrealizzabile. In terzo luogo, e di conseguenza, sostenne che la stessa distinzione humiana tra verità di ragione (analitiche) e verità di fatto (sintetiche) era nebulosa e insostenibile: tutte le verità dipendono sia dal linguaggio in cui sono formulate, sia dai fatti. E nessuna proposizione è in un rapporto diretto con l'esperienza, così da poter essere individualmente confermata o smentita a seconda di come stanno le cose: la conferma di una proposizione chiama sempre in causa altre proposizioni, sicché qualsiasi proposizione può essere trattata come vera, a condizione di modificare in modo opportuno la verità o falsità di altre proposizioni. Nessuna proposizione affronta da sola il tribunale dell'evidenza: è la nostra conoscenza come un tutto (as a corporate body, come un'istituzione integrata) a mettersi in rapporto con l'esperienza e ad adattarsi a essa, modificandosi in base a criteri di semplicità, economia e bellezza. Non esistono quindi "esperimenti cruciali" nel senso di Popper, e nessuna singola proposizione è falsificabile, nel senso che i fatti o l'esperienza ci obblighino a rinunciare a quella particolare proposizione.
La nozione di significato è stata centrale nella filosofia di questo secolo: non solo nel neopositivismo, ma anche nella filosofia del linguaggio ordinario, nel pensiero di Wittgenstein, e in qualche modo anche nell'ermeneutica di derivazione heideggeriana. E' la nozione centrale di quella che chiamiamo "filosofia del linguaggio". Ma Quine ha mostrato quanto è difficile fame una nozione scientifica, rigorosamente definita. I neopositivisti avevano cercato di ricondurla alla verità di certi speciali enunciati, quelli analitici; ma si è visto come Quine mettesse in dubbio la nozione stessa di verità analitica. Un altro tentativo - ancor oggi perseguito da filosofi come Jerry Fodor, ma originato anch'esso dal neopositivismo riconduceva il significato all'esperienza: le parole "giallo", "gatto" e "acqua" significano ciò che significano perché sono sistematicamente connesse alla nostra esperienza del giallo, dei gatti e dell'acqua. Ma Quine ha fatto vedere che anche questo tentativo è destinato al fallimento. Un ingegnoso esperimento mentale, esposto nell'opera più ampia del filosofo, il libro Parola e oggetto (1960), mostra che l'esperienza non riesce a determinare univocamente i significati: le stesse esperienze possono essere sistematicamente connesse con significati differenti delle stesse espressioni linguistiche.
Ancor oggi, le due principali teorie del significato che si contendono il campo della filosofia del linguaggio - le teorie dette "del ruolo inferenziale" e quelle causali - devono affrontare le devastanti obiezioni di Quine.
Sembrano questioni "tecniche" (come dicono i filosofi che amano pensare all'ingrosso), obiezioni di dettaglio, che colpiscono tesi molto specifiche. Non è così: quelle obiezioni se sono valide - bastano a demolire interi programmi filosofici. Per esempio, nessuna filosofia che si definisca come "analisi dei significati" è in grado di sopravvivere alla critica di Quine. E quanta filosofia del Novecento non è - in ultima istanza - analisi dei significati?
E' stata dunque, quella di Quine, una pratica filosofica puramente distruttiva? In un certo senso è così, ma nel senso in cui lo è la pratica dello scultore, che fa emergere la statua per sottrazione dal blocco di marmo. Attraverso la sua battaglia contro le "creature dell'ombra" (le entità astratte, i significati, le possibilità) Quine, che dichiarava di amare i paesaggi desertici, ha fatto emergere ciò che veramente gli stava a cuore: la scienza, e la filosofia come parte della scienza. La filosofia di Quine è stata uno scientismo radicale, e al tempo stesso lontano dalle mitologie fondazionaliste del positivismo vecchio e nuovo.
Quine non aveva alcuna tenerezza per presunte forme di sapere alternative alla scienza: né l'arte né l'etica hanno avuto spazio nella sua riflessione, e la sua visione del mondo era apertamente irreligiosa. E tuttavia, la scienza di Quine non è il maestoso edificio dalle incrollabili fondamenta di cui molti hanno sognato, ma un complesso tessuto di esperienze e argomentazioni, radicato nel linguaggio comune e continuamente ricostruito a seconda di come il mondo "agisce sulle nostre terminazioni nervose". Semplicemente, è il meglio che abbiamo, tutto il resto essendo fantasie ed errori. Con spietata lucidità, Quine ha identificato e colpito nel loro nucleo molti di questi errori. Non ci ha convinto sempre, ma ci mancherà il suo scalpello. |