RASSEGNA STAMPA

30 DICEMBRE 2000
FRANCO VOLPI
È morto Quine filosofo e logico
Lo studioso aveva 92 anni
Se ne va con Willard Van Orman Quine - logico, matematico e filosofo statunitense - uno dei grandi maestri della filosofia del Novecento, un pensatore lucido e geniale che con la sua opera ha dato un contributo determinante allo sviluppo della filosofia analitica, di cui era considerato uno dei capiscuola. Nato il 25 giugno 1908 ad Akron, nell'Ohio, aveva conseguito il dottorato ad Harvard con Whitehead, e aveva poi trascorso un periodo di studi in Europa, venendo in contato con la Scuola di Varsavia e il Circolo di Vienna. Aveva conosciuto personalmente a Varsavia Lesniewski, Lukasiewicz e Tarski, a Vienna Gödel e Schlick, a Praga Carnap. Tornato ad Harvard nel 1933, vi aveva insegnato fino al 1977, prima come professore associato e dal 1948 come full professor, svolgendo nel corso degli anni anche un'intensa attività di visiting professor, tra l'altro a São Paulo, Oxford, Adelaide, Tokio, Parigi e Uppsala.
Confrontandosi specialmente con Carnap, Quine intende liberare l'empirismo logico del Circolo di Vienna dai suoi presupposti dogmatici, arricchendolo nel contempo con argomenti tratti dalla tradizione del pragmatismo americano.
Inizialmente si era dedicato soprattutto a studi di logica e matematica (Methods of Logics, 1950), allargando però il suo orizzonte di ricerca già in From a Logical Point of View (1953), una raccolta di saggi tra cui due fondamentali: On what there is (1948), che propone un'ontologia minimale, in cui è ammesso solo il minor numero possibile di entità, e Two Dogmas of Empiricism (1951), che suscitò una vasta controversia e aprì nuove prospettive della filosofia analitica. Quine vi mette a nudo due presupposti dogmatici dell'empirismo logico: la distinzione tra "giudizi analitici" e "giudizi sintetici" - sostenendo l'impossibilità di conseguire un concetto chiaro di "analiticità" - e il cosiddetto "riduzionismo", secondo cui tutte le nostre proposizioni si possono ridurre a proposizioni empiriche verificabili. Per Quine nessuna proposizione può essere verificata isolatamente, ma tutti i nostri enunciati si presentano per così dire "di fronte al tribunale dell'esperienza sensibile come un collettivo".
Negli anni Cinquanta fu sempre più attratto da questioni di ontologia e filosofia del linguaggio, maturando una sua originale posizione esposta nella sua opera maggiore: Word and Object (1960). Cercando di spiegare come il nostro uso del linguaggio ci connetta con il mondo, egli sostiene, contro Noam Chomsky, la tesi che il nostro comportamento linguistico è una reazione a stimoli del nostro apparato percettivo, e illustra le sue argomentazioni con un celebre e controverso esempio: che cosa deve fare un linguista per compilare il vocabolario di un linguaggio a lui del tutto sconosciuto? L'osservazione empirica del comportamento linguistico, unico strumento a sua disposizione, è insufficiente a stabilire una corrispondenza precisa di significati con la propria lingua. Quine giunge allora a sostenere la tesi dell'indeterminatezza della traduzione, quindi dell'indeterminatezza del significato e infine dell'indeterminatezza delle nostre teorie. Congetture, ipotesi scientifiche ed edifici teorici che noi costruiamo rimangono sempre sottodeterminati rispetto alla base empirica cui si riferiscono, e ciò spiega perché ci possano essere due teorie fra loro incompatibili e tuttavia entrambe accordabili con i dati empirici.
Quindi ha proposto un'intera serie di strategie per evitare o superare pragmaticamente questa indeterminatezza, pubblicando una serie di studi che sono tra quanto di migliore il dibattito filosofico mondiale ha offerto negli ultimi decenni : The Ways of Paradox (1966), Ontological Relativity (1969), The Roots of Reference (1974), Theories and Things (1981), il brillante e gustosissimo dizionario filosofico Quiddities (1987), The Pursuit of Truth (1990) e From Stimulus to Science (1995). Tutti questi scritti, alcuni vere e proprie pietre miliari del pensiero analitico, tracciano un solco chiaro e profondo nell'accidentato territorio della filosofia del nostro tempo, e forniscono un orientamento metodologico che è quanto di più prezioso egli ci lascia in eredità.
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