RASSEGNA STAMPA

27 DICEMBRE 2000
LEONARDO ZEGA
IL DIO TAPPABUCHI
LAICI, CATTOLICI E DEMOCRAZIA
La settimana scorsa ho partecipato a una cerimonia semplice e toccante. In un piccolo centro dell'entroterra marchigiano è stata riaperta al culto la chiesa parrocchiale, ove anch'io sono stato battezzato, lesionata tre anni fa dal terremoto. Non è una chiesa qualunque, la mia bella Collegiata, costruita in stile romanico tra il XII e il XIII secolo, preservata sostanzialmente intatta, oggi monumento nazionale. Come decine d'altre sparse nel territorio, fu edificata dai monaci benedettini, che erano in quei tempi il perno religioso, civile e culturale della Marca fermana e maceratese. Un'area la cui storia e civiltà sono incomprensibili se si trascurano i riferimenti scritti nella pietra e nel cuore delle generazioni che vi si sono succedute. Riconsegnando la chiesa alla popolazione, dopo averne risanato le ferite, i responsabili del restauro ne hanno infatti sottolineato il legame inscindibile con la gente del luogo: "La comunità costruisce la chiesa e la chiesa costruisce la comunità, la storia e la memoria che queste pietre custodiscono ci consentono di capire meglio il passato e di guardare con fiducia al futuro". Ho ricordato questo episodio minore, perché le piccole grandi storie di paese fanno spesso giustizia di tanti sapienti battibecchi, come quello che ha tenuto campo sui giornali dopo che il Papa ha espresso il suo disappunto per la totale assenza del nome di Dio nella Carta europea approvata a Nizza. "Grazie a Dio, siamo laici", ha scritto Gian Enrico Rusconi, che vede nell'esclusione di Dio una felice applicazione del suo teorema sui rapporti tra laici, cattolici e democrazia, da fondare, a suo dire, non solo su una corretta distinzione di competenze e di ruoli tra Chiesa e Stato, ma su una forma di agnosticismo razionale dove non c'è posto per Dio perché le realtà temporali sono autosufficienti e devono cavarsela da sole. Come se Dio non ci fosse , appunto, che è il titolo del suo ultimo saggio sull'argomento, pubblicato da Einaudi. Il ricorso a questa vecchia formula, "come se Dio non ci fosse", ripresa dalle lettere dal carcere del giovane teologo luterano Dietrich Bonhoeffer, impiccato dai nazisti nel 1945, è senza dubbio suggestiva: un "dio tappabuchi" che dovrebbe risolvere a priori tutti i nostri problemi, sol perché si crede in lui, è quanto di meno religioso si possa immaginare. Usata però per giustificare la totale laicità della democrazia, lascia aperte alcune importanti questioni. E se, cacciato Dio dalla vita civile - dopo averlo confinato "nei cieli altissimi", nel segreto delle coscienze e delle sagrestie - risultasse difficilissimo, se non impossibile, leggere la nostra storia di italiani e di europei? Se si provocasse una sorta di schizofrenia, uno sbandamento tale da compromettere la nostra identità, che si vorrebbe invece difendere? Come si fa a separare ciò che la storia ha congiunto, senza restare senza radici e senza memoria? Non mi paiono domande oziose.
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