RASSEGNA STAMPA

22 DICEMBRE 2000
MAURIZIO VIROLI
Interessi di bottega
I politici italiani non seguono l’esempio di Al Gore
Che la mancanza di una forte e diffusa coscienza civile - che poi non è altro che la capacità di porre il bene pubblico, e la lealtà nei confronti della Costituzione e delle leggi della Repubblica, al di sopra degli interessi particolari - sia il male antico dell’Italia, è un fatto tanto risaputo che non varrebbe la pena ripeterlo, se alcune vicende non avessero messo in luce quanto grave sia il male. Mi riferisco alla dichiarazione di Fedele Confalonieri, commentata con acutezza da Paolo Sylos Labini sull’ultimo fascicolo di MicroMega, in merito alla spinosa questione del conflitto d’interessi. Dopo aver riconosciuto che il problema esiste e che l’Inghilterra e l’America hanno efficacemente regolato la materia, il presidente di Mediaset conclude che però l’Italia non deve seguire l’esempio dei paesi di solida tradizione civile e democratica. Come dire: gli altri si diano pure leggi che mirano a ostacolare il prevalere di interessi particolari nell’azione di governo; noi invece, furbi come siamo, non applichiamo neppure quelle che ci sono (vedi la legge 361 del 1957 che stabilisce l’ineleggibilità in parlamento di titolari di concessioni pubbliche di rilevante interesse economico). Un altro esempio di «coscienza civile» lo hanno offerto Umberto Bossi e altri, quando - di fronte a un Haider che, ospite, si permette di criticare il Presidente della Repubblica - rimprovera il Presidente della Repubblica. Ancora una volta l’interesse di bottega prima della lealtà alle istituzioni. L’esatto contrario di quello che aveva fatto pochi giorni prima Al Gore nel discorso televisivo in cui dichiarava di accettare, per rispetto di una della istituzioni fondamentali della Repubblica degli Stati Uniti, la sentenza, discutibilissima, della Corte Suprema che sanciva la sua sconfitta. Per Gore la lealtà alla Repubblica viene prima dell’interesse personale e di partito; per molti nostri politici viene prima l’interesse personale e quello della fazione. Qual è la ragione per cui tanti nostri politici non sanno neppure dove stia di casa il bene pubblico? La risposta è nella vecchia idea, tante volte ribadita nella storia del pensiero politico, che la volontà e la capacità di servire il bene pubblico e la lealtà alle istituzioni della Repubblica (non allo Stato in quanto tale) sono il risultato di una particolare passione che si chiama amore della patria. Quando questa passione o non esiste o esiste in modo distorto, le repubbliche diventano società in cui l’arbitrio prende il posto del governo della legge e gli interessi dei forti prevalgono sul bene comune. Questo è appunto il caso della nostra Repubblica, dove la destra è o liberista (e dunque ostile all’idea di patria) o intende la patria come comunità etnica o religiosa (o l’una e l’altra cosa insieme) e la sinistra (con lodevoli eccezioni) considera la patria un vuoto ideale retorico o una passione inferiore a confronto, ieri, dell’internazionalismo, oggi, del cosmopolitismo e dell’europeismo. Eppure nella nostra tradizione culturale ci sono voci importanti che ci insegnano a parlare di patria nel modo giusto: Carlo Rosselli che si vantava di essere traditore della patria fascista perché si sentiva leale alla patria degli uomini liberi, Piero Calamandrei che tante volte ha scritto che il fascismo ci ha tolto l’idea di patria (davvero illuminante, a favore di Calamandrei, il contrasto con Galli della Loggia che vede nella morte della patria fascista la morte della patria), Alessandro Galante Garrone («La morale laica», MicroMega) che ci esorta a riappropriarci le parole «patria» e amor di patria e lasciare perdere «espressioni orrende» quali «il paese» o peggio ancora l’«azienda Italia».
La nostra Repubblica ha più che mai bisogno di una nuova élite politica educata all’idea di patria che affonda le sue radici nel repubblicanesimo e nell’azionismo. Ne ha bisogno la destra per uscire dal liberismo meschino e dal nazionalismo truculento; ne ha bisogno la sinistra per arricchire la sua tradizione di movimento rivendicativo con il vero senso dello Stato e per completare il linguaggio dei diritti con il linguaggio dei doveri. È vero che il lavoro da fare è di lunga lena e sono pochi gli intellettuali disposti e capaci di impegnarsi in questa direzione. Prova ne sia che nell’articolo che ho citato Galante Garrone scrive che gli viene quasi da scusarsi «per l’uso di questo termine “patria”: oggi bandito dal nostro vocabolario pubblico». Galante Garrone non ha nulla di cui scusarsi: anche il Presidente della Repubblica non perde occasione per richiamarci a riscoprire l’ideale della patria intesa nel suo significato più alto. È la sola strada per ricostruire un’Italia civile.
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vedi anche
Repubblicanesimo