Materialisti nell'alto dei cieli| "Philosophies de la nature". In un volume gli atti di un convegno della Sorbona |
| "So che ci sono occhi, i più melanconici,/ Che non racchiudono affatto segreti preziosi;/ Scrigni senza
gioielli, medaglioni senza reliquie,/ Più vuoti, più profondi di quanto voi non siete, o Cieli!". Questi versi
di Baudelaire (L'amore della menzogna) esprimono splendidamente una percezione della natura
postcopernicana, priva di anima, ove l'anima più intensamente si manifesta: gli occhi della donna (si può
incontrare solo una Beatrice beffarda) e la perfezione dei corpi celesti, i cui movimenti erano guidati, nella
cosmologia aristotelica (e dantesca), dal desiderio razionale di un intelletto divino. I cieli sono vuoti
perché affollati di corpi, mantenuti in equilibrio da un'"attrazione", sulla quale, tra il 1690 e la metà del
'700, si discute con esiti diversi, anche nel tentativo di ritrovare nella nuova fisica newtoniana qualità e
forze occulte, che avrebbero recuperato l'unità vivente della natura precartesiana, come ricostruisce
Paolo Casini, nel volume che pubblica i risultati di un "Colloquio" in quattro giornate, tenuto alla
Sorbona nell'ormai lontano 1994 (Philosophies de la nature, sous la direction d'Olivier Bloch,
Publications de la Sorbonne, Paris, 2000, pp. 528, 230 Fr.). Una notevole mole di testi affronta gli aspetti
epistemologici, estetici, morali, politici delle plurali "filosofie" della natura, secondo le scansioni delle
quattro giornate: la prima, presentata da Paolo Quintili, dedicata al periodo fra Newton e Kant, dalla fine
del Rinascimento all'Enciclopedia; la seconda, presentata da Françoise Dastur, si estende allo spazio, di
grande densità speculativa, fra Kant e Hegel, Preromanticismo e radici della modernità; la terza,
presentata da Jean-François Braunstein, affronta il positivismo e i suoi antagonisti, da Comte a Bergson,
passando per Schopenauer, Bentham, Engels; la quarta, presentata da Jean-Claude Bourdin, è la più
problematica, per la ben diversa autonomia della scienza della natura, rispetto alla filosofia, nel '900.
Attraverso un percorso apparentemente frammentato nei molti contributi, il disegno d'insieme delinea gli
elementi di una "filosofia della natura" prima che la nozione si definisca, nel suo significato moderno a
partire dalla "costituzione", dovuta a Kant, della natura come sistema di leggi dell'esperienza (Castaing).
L'itinerario privilegiato nella fase decisiva del XVIII secolo è quello razionalista che conduce
all'Encyclopédie, che si vale della fisica newtoniana e del meccanicismo cartesiano, ma anche della
riscoperta erudita dei materialismi antichi: un contributo significativo, dovuto a Gianni Paganini,
sottolinea l'importanza della conoscenza dello stoicismo antico dovuta, nei primi del '600, all'opera di
Giusto Lipsio. Autore di un Sistema di Epicuro, il medico La Mettrie ricorre tuttavia alla saggezza
scettica, all'impossibilità di conoscere la realtà stessa della materia, per sottrarre la natura ai rischi degli
opposti schematismi della casualità e del finalismo provvidenziale, per affermare che la natura non è "né
caso né Dio" (Comte-Sponville). Gli studi dedicati alla filosofia postkantiana sottolineano le diverse
tensioni speculative verso l'unità di arte e scienza, poesia e filosofia, dal kantismo "ispirato" di Hölderlin,
per cui l'arte consente l'"apparire" della natura come ordine (Dastur), al sistema di Schelling che è stato
talvolta designato in termini di Naturphilosophie, e ai problemi posti dalla filosofia della natura di Hegel,
che precisamente su questi temi consuma la sua rottura con Schelling (due contributi di Lécrivain e di
Renault, propongono una rilettura, in chiave epistemologica, di quello che è considerato l'aspetto più
obsoleto del pensiero hegeliano). Un saggio di Lia Formigari, dedicato alle filosofie del linguaggio che
delineano, all'inizio del XIX secolo, una biologia e fisiologia del linguaggio, a partire dallo Herder
"materialista", potrebbe considerarsi il raccordo cronologico con la terza parte attraversata dal tema
dell'incontro tra filosofia della natura e filosofia della storia. Non è difficile individuarne il centro nel
pensiero di Auguste Comte, di cui si recuperano temi di insospettabile attualità, per un autore
considerato in genere non meno obsoleto della filosofia della natura hegeliana: all'imperfezione
strutturale e irrimediabile della natura, nozione di cui Comte lucidamente identifica il carattere metafisico,
direttamente derivato dalle antiche religioni, si contrappone infatti la perfezione della tecnica,
dell'"artificiale" di produzi one umana, in ambito estetico e scientifico, in una prospettiva che si spinge fino all'ipotesi della
creazione del vivente artificiale (Braunstein). Una verifica delle affinità con le poetiche del decadentismo,
a cominciare da Baudelaire, avrebbe potuto essere particolarmente stimolante. Il grande assente, Darwin,
è solo sfiorato in un saggio dedicato al naturalista contemporaneo Richard Owen (Cohen), mentre sono
presi in considerazione presupposti di filosofia dela natura nel pensiero politico di Engels (che il saggio
di Tosel si preoccupa di sottrarre all'uso "sovietico"), di Saint-Simon, di Jean Jaurès. La presenza del
darwinismo nella storia naturale (Camardi) traccia piuttosto la linea della continuità fra i due ultimi secoli:
del resto, i due autori in cui più agevolmente si può ritrovare una "filosofia della natura", Peirce
(Tiercelin) e Whitehead (Elie) si pongono in un rapporto di continuità con la tradizione filosofica. La
prospettiva contemporanea, soprattutto di fronte alla pretesa del "pensiero ecologico" di porsi come
visione globale del mondo, è espressa dall'interrogativo di Jean-Claude Bourdin, che introduce l'ultima
giornata: "naturalizzare la morale"? La discussione verte su di un'opera collettiva dei primi anni '90, che si
propone di valersi delle scienze sociali, delle scienze umane e delle neuroscienze, attraversata dalla
ricerca della possibilità di un nuovo materialismo, o piuttosto della possibilità del materialismo
contemporaneo "di svilupparsi in una morale" (Les fondements naturels de l'éthique, sous la direction
de J.-P. Changeux, Paris, O. Jacob, 1993). Il solido illuminismo della cultura francese, "continentale",
trascurata su questi temi a beneficio della filosofia anglosassone, può ancora alimentare un dialogo
chiarificatore in un'epoca in cui l'intervento massiccio della tecnica nell'ambito che era stato considerato
più profondamente "naturale", l'ambito della riproduzione del vivente, obbliga a ridiscutere la percezione
stessa della natura, forse analogamente a quanto era avvenuto nel passaggio dalla caccia all'agricoltura. |