DUE O TRE COSE SULLA DIGNITA’| La «dolce morte», lo Stato e la Chiesa |
| Chiedo scusa al lettore d’introdurre, in una sede solitamente riservata al
dibattito politico, una nota di carattere alquanto personale. Riferita però a un
problema cui la pubblica opinione si sta dimostrando in questi ultimi tempi molto
sensibile: l’eutanasia. Ieri, sulla Stampa , è apparso un commento di Leonardo Zega
che contesta, sia pure nella maniera più urbana, la posizione da me presa - e ormai, credo,
ben nota - in questa querelle . E fin qui, nulla da obbiettare. Zega, prima ancora che
brillantissimo giornalista, è uomo di Chiesa. Quindi è naturale che faccia sue le tesi della
Chiesa ed altrettanto naturale che contesti le mie, favorevoli alla cosiddetta «dolce morte».
Ma quello che non posso fare a meno a mia volta di contestargli è di avermi raffigurato
come il campione del suicidio di Stato.
Io!? Io che allo Stato toglierei financo la gestione delle prigioni? Questo è un equivoco al
quale non posso rassegnarmi. La mia opinione è semplicemente questa: che quando un
invalido, per qualunque motivo lo sia, non ha più la forza di sopportare le sofferenze fisiche
e morali che l’invalidità gli procura, e senza speranza di sollievo se non quello procurato
dagli analgesici, ha il diritto di esigere dal medico il mezzo per abbreviare questa Via
Crucis; e il medico ha il dovere di fornirglielo, sia pure riservandosi la scelta di una
procedura che lo metta al riparo dalle conseguenze penali di una legge che andrebbe, come
tante altre, aggiornata; ma che nessun Parlamento, né presente né futuro, mai sarebbe
capace di affrontare senza trasformarla in una rissa di partito a scopi puramente demagogici
ed elettorali.
Cosa c’entra, in tutto questo, lo Stato? Il mio modesto appello, che per fortuna non è più
soltanto mio, lungi dal rivolgersi a uno Stato afflitto da congenita sordità ad ogni istanza di
civiltà, aveva ed ha due altri destinatari: il medico e, ove venga chiamato in causa, il
magistrato. So benissimo - e mi pare di averlo detto anche qui - che un Paese cattolico
come l’Italia (dove cattolici siamo tutti, lo siamo anche, perfino nel nostro anticlericalismo,
noi laici) una legge che, come in Olanda, autorizzi l’eutanasia, non sarà mai accettata. Ma
non c’è legge che non sia interpretabile secondo il dettato della pubblica coscienza. E la
pubblica coscienza, almeno stando a quanto accertano gli ultimi sondaggi, si sta orientando
nel senso che noi riteniamo giusto.
Ma la cosa che più mi sconcerta, nell’argomentazione di don Zega, è la chiusa. Egli mi
accusa di addurre, fra i motivi che giustificano la volontà di morte di un degente terminale, la
perdita della propria dignità senza spiegare, e forse senza sapere, cosa intendo per dignità.
Glielo dico subito e nei termini più semplici: per dignità intendo anche (dico anche)
l’abilitazione a frequentare da solo la stanza da bagno.
Certo, è un argomento molto più triviale di quelli a cui il mio contraddittore ricorre per
dimostrare che quella della dignità è una fisima di vago e basso conio sbattendomi in faccia
l’esempio paralizzante della morte più voluta e accettata, quale fu quella di Nostro Signore
sulla croce. «E non fu - egli dice - una morte dignitosa».
Conclusione che mi lascia piuttosto disorientato. Perché anche se non fu per salvare la sua
dignità di Figlio dell’Uomo che Gesù salì sulla croce, certamente fu per salvare quella di
Figlio di Dio. O almeno io l’ho sempre intesa così. Sbagliando anche in questo? |