RASSEGNA STAMPA

17 DICEMBRE 2000
DARIO DEL CORNO
Guariti dal dio Apollo
Le origini della medicina: dalla leggenda del dio Asclepio al metodo laico e razionale di Ippocrate
Vietava al medico di dare la morte. Ma i casi di Demostene, Seneca e Bruto, provano che l'eutanasia era ammessa
Il rischio di esasperare la tecnologia impone la riscoperta del contatto umano
"Quanti erano venuti con piaghe congenite, / o con le membra ferite / da bronzo lucente o da pietre / scagliate da lontano, oppure devastati nel corpo / per le febbri d'estate o per il gelo, / Asclepio liberava ciascuno dal suo male. / Alcuni guariva con incantesimi delicati, / ad altri faceva bere pozioni salutari / o applicava unguenti alle membra, / e altri risanava con tagli". Nella Pitica 3 (v. 47 ss,) Pindaro solennemente celebra il mitico inventore della medicina, ma il mirabile elogio si protende oltre la sintassi del passato: esso traccia una ras segna dei mali e delle terapie, che costituisce un'immagine perenne dell'arte di guarire gli uomini. Asclepio aveva esercitato la medicina durante la sua vita terrena, prima di essere assunto fra gli dei; e tale attività rimase la prerogativa specifica del suo culto, che era benefico e pratico. I molti santuari dedicati ad Asclepio furono il modello più antico di ospedali e centri di cura; e in questi luoghi di sacra devozione e solidarietà umana esercitavano i sacerdoti del dio, esperti nella cura di ogni sofferenza del corpo.
Fino dalla nascita, Asclepio aveva fatto la prova della lama sottile che divide la vita dalla morte. Sua madre Coronide aveva conosciuto l'amore di Apollo, ma poi si era dimostrata indegna del privilegio di crescere nel suo corpo il seme di un dio. Essa gli aveva inflitto l'affronto estremo: il tradimento - e per giunta con un mortale! Era consuetudine che la giovane posseduta da un dio occultasse il misfatto andando a nozze con un uomo: e tanto il divino seduttore quanto lo sposo terreno accettavano questo pacifico accomodamento. Ma Coronide, travolta da insana passione, non si piegò all'usanza. e ancora prima del parto, volle sperimentare l'amore umano tra le braccia di un baldo giovanotto, Fulmineamente Apollo saettò gli adulteri, ma subito si pentì di tanta impulsiva vendetta: lui, un dio, abbassarsi a un delitto d'onore! E per fortuna gli venne alla mente che la fedifraga portava nel grembo un figlio suo: occorreva salvare almeno quella piccola vita innocente. Il dio lo strappò dal cadavere che già ardeva sul rogo; e quel primo parto cesareo fu l'iniziazione del neonato ai benefici della medicina.
Apollo affidò poi il bimbo Asclepio al centauro Chirone, precettore di eroi come Eracle e Achille, e sapiente conoscitore di magici procedimenti curativi. Anche lui vantava un primato chirurgico: il più antico trapianto osseo, operato su un altro neonato insigne, Achille. La madre Teti lo aveva immerso nelle fiamme per garantirgli l'immortalità, ma nell'incantesimo si era verificato un disguido: il tallone del piccolo non aveva goduto il beneficio del trattamento, e per di più era rimasto gravemente ustionato. Allora Chirone asportò l'osso corrispondente dallo scheletro disseppellito del gigante Danuso, che era stato un rapidissimo corridore, e lo sostituì a quello originario. Cosi Achille divenne il più veloce degli uomini, sebbene in quell'unico punto il suo corpo fosse rimasto irrimediabilmente mortale. Non è da stupirsi che un simile maestro ispirasse a un allievo già provvisto di divini spiriti una passione smisurata per la medicina, e Asclepio sviluppò le intuizioni e le esperienze di Chirone in un complesso di pratiche terapeutiche. Le sue cure restituivano il fiore della salute e la serenità del cuore a tutti gli uomini sofferenti; e la sua fama divenne immensa presso tutte le genti della Grecia.
Ma chi sa troppo è facile preda della tentazione: come ben conosce l'intera razza umana, che sconta ancora la colpa sancita dal biblico caso di Eva. Di questa verità fece la prova anche Asclepio. Poiché aveva ormai appreso a debellare tutte le malattie dei viventi, egli tentò la sfida estrema: vincere la malattia che non perdona, la morte. La superba violazione delle leggi di natura comportava un'aggravante di basso profilo, l'avidità di un compenso adeguato a tanto eccezionale prestazione; e Zeus intervenne subito a ristabilire l'ordine dell'universo e l'etica professionale, come apprendiamo ancora da Pindaro, Pitica 3, vv. 53-57). "Ma dal guadagno anche il sapere è domato.
/ L'oro apparso nelle mani volse anche Asclepio, / tanto sontuoso era il compenso, / a riportare di qui dalla morte un uomo / che già era sua preda. Ma di sua mano Zeus scagliò / il fulmine su entrambi, e tolse loro il fiato dal petto".
Asclepio dunque muore: come si concilia quest'evento umano con il suo statuto di divinità? Le fonti antiche tacitamente accettano il misterioso disegno del fato, che provvidenzialmente non volle sottrarre per sempre alla razza umana un benefattore di così universale efficacia e disponibilità, fondatore di un sapere e di un mestiere che avrebbero segnato il progresso dell'umanità per millenni. Si immaginò persino che, a vegliare sulla propria posterità, Asclepio venisse trasferito nella volta celeste; e lo si identificava nella costellazione chiamata "Serpentario", perché sembra rappresentare una figura umana avvolta nelle spire di un serpente. Questo animale era simbolicamente associato al dio guaritore in quanto, mutando pelle dopo il letargo invernale, è simile a un morto che rivive. In forma di serpente Asclepio, per ordine dei Libri Sibillini, fu trasferito a Roma nel 291 a.C., dove era venerato con il nome di Eusculapio (Aesculapius); e due serpenti appaiono intrecciati sulla sua verga, che divenne l'insegna dell'arte medica.
Il mito di Asclepio sanciva per il medico antico il divieto di portare un uomo al di qua della morte. Ma in uno dei testi capitali che trasferiscono la professione medica dal mito nella storia, con altrettanta solennità è formulata la proibizione opposta e complementare di guidare un vivo al di là della vita. Nel "Giuramento del medico" sta scritto: "Non darò un farmaco mortale a nessuno, anche se mi verrà richiesto; e non porrò un tale consiglio". E' ovvio che la testimonianza antica non ha valore d'argomento in una delle questioni deontologiche più brucianti della medicina moderna. Ma appunto le condizioni storiche redimo no il divieto dell'eutanasia nel "Giuramento", da ogni sospetto di ideologia, ed escludono il riflesso di presupposti metafisici. I casi di Demostene, Bruto, Seneca, e di infiniti altri, accertano che era un diritto comunemente riconosciuto decidere il tempo e il modo della propria morte. Ma la norma del "Giuramento" dimostra che un medico non aveva scelta, perché la coerenza della sua rigorosa professionalità non ammetteva deroghe all'impegno di salvare la vita altrui, indipendentemente da ogni dottrina religiosa e convinzione etica.
A questo livello dì autonomia laica e di consapevolezza professionale la medicina greca venne condotta da Ippocrate, la prima figura di medico che risulti storicamente accertabile nella civiltà greca, e dunque europea.
Vissuto nel v secolo a.C., egli apprese dalla ,cultura contemporanea l'esigenza di qualificare in termini razionali il magma dell'esperienza umana; e sviluppò l'apporto della ragione alla conoscenza e alla prassi dell'arte medica secondo un programma, che aveva come obiettivo il confronto con le realtà del dolore, della degradazione fisica, dell'estinzione stessa della vita. In questa smisurata indagine Ippocrate operò lungo due linee portanti; la registrazione e la classificazione dei casi singoli, e l'elaborazione di teorie generali che da tali fatti traggano fondamento e al tempo stesso ne spieghino le cause. Al punto d'incontro di queste due fasi sta la diagnosi, ossia l'accertamento della patologia, che a sua volta è l'effetto di uno scarto dalla normalità. Al recupero della condizione normale, ossia della salute, è rivolto l'aspetto più propriamente sperimentale dell'arte medica, la terapia, che integra la teoria con la casistica delle guarigioni e trasceglie il metodo curativo fra i rimedi correnti: farmaci, salassi, operazioni chirurgiche, e anche bagni, esercizi fisici, diete. Ma quest'ultimo termine aveva una portata più generale: esso indicava il "regime di vita", che era soprattutto necessario a mantenere la salute: perché il nuovo medico, istituito dal modello ippocratico, si preoccupa di prevenire la malattia, prima ancora che di rimuoverla.
Il "Giuramento del medico" fa parte dell'imponente complesso di opere attribuite a Ippocrate, secondo un'intitolazione da intendersi come una sorta di simbolico attestato di eccellenza. Infatti nel Corpus Hippocraticum, composto da una sessantina di trattati, rientrano opere databili in un arco di almeno un secolo e mezzo, nelle quali appare una gamma assai diversificata di tendenze metodologiche, di presupposti scientifici e di esiti pratici. Ma comune è la nuova concezione scientifica e laica della medicina, che sottrae la malattia all'ipotesi di un'influenza divina, e la riconduce nell'ambito di cause naturali, e come tali curabili. Per chi volesse addentrarsi nella conoscenza diretta degli scritti ippocratici, in traduzione con testo a fronte, è disponibile un'eccellente selezione intitolata Testi di medicina greca, a cura di Vincenzo Di Benedetto e Alessandro Lami, nei "Classici della Bur"; e nella medesima serie è recentemente apparso il trattato Natura della donna, curato con valida competenza da Valeria Andò.
Ma l'impronta dì Ippocrate non si esaurisce nella metodologia e nella consapevolezza scientifica, che dalle sue dottrine si diffuse nella medicina greca. Essa coincide soprattutto con la storia stessa della professione di medico, nella variegata articolazione dei suoi aspetti che finiscono per confluire in una tecnica, secondo il senso originario dì techne: "una pratica basata su scienze, che opera in un mondo di valori". Ricavo questa bellissima definizione da un volume di Giorgio Cosmacini, Il mestiere di medico, recentemente, edito da Raffaello Cortina Editore. Si tratta di un itinerario pieno di meraviglie, ossia di notizie e di pensieri lungo l'avventura della medicina dall'Egitto dei faraoni ai giorni nostri. A lungo fedelmente seguito e sviluppato, talvolta accantonato e tuttavia mai dimenticato, sovente incrociato con le esigenze de tempi, l'insegnamento di Ippocrate costituisce la nervatura culturale di un mestiere che differisce da ogni altro "perché il suo oggetto è un soggetto: l'uomo".
Lasciamo al lettore la gioia intellettuale di accompagnarsi a Cosmacini in questo sfavillante viaggio nel tempo, scandito dalle grandi tappe della storia umana lungo sedici capitoli che rappresentano altrettante immagini, reali e solidamente documentate, della figura del medico. Ma quello che soprattutto emoziona come una parte essenziale dell'esperienza di ognuno di noi è l'accento appassionatamente portato sul rapporto fra il medico e il paziente, che si prolunga fino a includere l'intera collettività. Una delle opere capitali del corpus ippocratico è il trattato Sulle arie, le acque e i luoghi, che ha per argomento l'influsso dell'ambiente geografico e climatico sia sulla salute degli individui, sia sulle caratteristiche antropologiche dei popoli. Esso chiama in causa uno degli aspetti cruciali del mondo contemporaneo, il rapporto fra uomo e natura; e il versante ecologico della medicina ippocratica costituisce un argomento forte per rivendicarne l'attualità.
Non si tratta, avverte Cosmacini, di proporre un antistorico ritorno; ma il rischio di esasperare la dimensione tecnologica della medicina, sacrificando il versante umano dell'arte medica, impone il ricorso a un sistema di correttivi. Indirizzare il futuro della medicina comporta una formidabile responsabilità, che è soprattutto etica. In prima istanza, essa significa la salvaguardia di quel contatto umano, che fu il dovere essenziale del medico ippocratico: "La mente e la mano guidate da ragione scientifica, ma anche da altre ragioni che tengano conto della nostra natura, dei nostri limiti, delle forze primordiali della vita e della morte".
inizio pagina
vedi anche
Cultura-Impresa scientifica