RASSEGNA STAMPA

17 DICEMBRE 2000
ALESSANDRO PAGNINI
Da Kant a Hegel e ritorno
Discutendo con un lettore del Fermo Posta, interessato ai destini dell'empirismo e agli esiti ultimi della filosofia analitica, avevo giocato con lui al "secolo di". Il gioco era paradossale e inevitabilmente "iperbolico". Tuttavia, il nome di Kant, che mi pareva più di altri dettare l'agenda filosofica dì buona parte degli analitici contemporanei (in tema di conoscenza, ma avrei potuto aggiungere anche, e soprattutto, in tema di diritto e di morale), ha mosso alcuni a rimostranza. Gianni Vattimo mi suggerisce garbatamente che, parlando di McDowell, Brandom & C., forse il nome di Hegel sarebbe stato più consono, Marconi coglie l'occasione per dire la sua: è vero anche per lui che quella "setta" di analitici che io prendevo in considerazione sta andando nella direzione di Hegel e di Heidegger; semmai è dubbio che essa costituisca un movimento davvero trainante e che sia "la punta di diamante" che, da oggi, ci farà parlare diversamente della filosofia analitica in toto.
Ho molti motivi per consentire e con Vattimo e con Marconi. So bene che Brandom e soprattutto il suo maestro Rorty sono dalla parte di Hegel (e di Heidegger, sia pure a volte curiosamente ridotti a filosofi "pragmatisti"); so altrettanto bene che Davidson non è un kantiano (ma neppure un hegeliano; e qui bisognerebbe trovare una improbabile etichetta che, lo classifichi in qualche modo tra Hume, Aristotele, Leibniz, ermeneutica e psicologia comportamentista), e so anche che McDowell ha proposto Mente e mondo come prolegomena alla lettura della Fenomenologia dello spirito. Posso anche consentire, con qualche riserva, con chi ritiene che questi autori siano un po' sopravvalutati; ma ho anche da dissentire (in pieno accordo, invece, con quanto scrive Donatelli). Per esempio, devo dire che in quell"'Empirismo trascendentale" che recensivo, dove McDowell prendeva puntigliosamente le distanze dal radicale "inferenzialismo" di Brandom-Rorty, ben poco hegeliano appariva, nello spirito, il suo tenace sforzo di salvaguardare con Sellars un empirismo minimale e una forma emendata di fondazionalismo. Per quanto riguarda, poi, l'approdo maturo nell'hegelismo e nell'ermeneutica, cui per Vattimo dovrebbero esser destinati gli humeani e i kantiani meno ottusi e irredimibili, lascio che ne chiarisca il senso chi più attentamente di me ha riflettuto sul rapporto tra Hegel e una certa filosofia di estrazione analitica. Wolfgang Welsch ("Hegel und die analytische Philosophie", «Information Philosophie», n. 1, 2000) scrive del modo in cui McDowell e Brandom incontrano Hegel: «Inorriderei di fronte alla conclusione: "Ebbene, Hegel ha già detto tutto". No; senza i mezzi della critica e della riformulazione analitiche non sapremmo neppure che cosa Hegel ha detto di sensato», Anche Habermas sembra suggerire una lettura del genere. In un fascicolo dello «European Journal of Philosophy» (n. 2, 1999) dedicato all'eredità di Hegel, egli parla di quei filosofi americani che, come Pippin, hanno contribuito alla "riscoperta!" di Hegel e alla detrascendentalizzazione della filosofia, con un titolo che fa riflettere: «Da Kant a Hegel e ritorno»; dove il "ritorno" è segnato da un'accezione "deflazionista" del Geist hegeliano e soprattutto dalla sua "traduzione" in termini analitici e kantiani. E allora, come suggerivo un po' provocatoriamente, se è in gioco il destino dell'empirismo e se il terreno di gioco è ancora quello della filosofia della percezione e della teoria della conoscenza, forse i fantasmi "continentali" che potrebbero turbare i sonni degli analitici-"terapeuti" sono altri; e sono continentali solo per appartenenza geografica, giacché sono per lo più quelli di Husserl e dei rappresentanti della "filosofia scientifica" cui richiamavo (alcuni dei quali, tra l'altro, discussi anche da Putnam o da Bouveresse, nel trattare gli stessi problemi). Hegel, invece, ha già dato.
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