RASSEGNA STAMPA

17 DICEMBRE 2000
DIEGO MARCONI
Ma i pensieri non sono «epocali»
Sul «Sole-24 Ore» di domenica scorsa, Gianni Vattimo sostiene che McDowell, Brandom e il loro (parziale) compagno di strada Richard Rorty non sono kantiani bensì hegeliani, e che perciò sbaglia Alessandro Pagnini quando colloca sotto il segno di Kant questi sviluppi filosofici analitici e post-analitici. Pagnini, come altri lettori italiani, sarebbe vittima di un pregiudizio «antistoricistico, antihegeliano o per dir tutto antiermeneutico», che lo porterebbe ad allinearsi ai «più reazionari dipartimenti filosofici americani» nell’arrestare il canone filosofico a Hume e Kant, rifiutandosi, tra l’altro, di «prendere atto del secondo Wittgenstein». Questa operazione di decurtazione del canone servirebbe, secondo Vattimo, a mantenere la filosofia in una condizione ancillare rispetto alle scienze positive, interpretate come specchi fedeli del "dato"; il quale rispecchiamento, peraltro, non si capisce bene a cosa serva.
Su un punto Vattimo ha assolutamente ragione: certamente il Kant di McDowell è un Kant alquanto hegelizzato. Del resto, il testo sacro della scuola di cui stiamo parlando — Empirismo e filosofia della mente di Wilfrid Sellars — veniva presentato dal suo autore come «un inizio di Méditations hégéliennes» (Sellars aveva in mente la critica hegeliana della «certezza sensibile», cioè della nozione di dato immediato, all’inizio della Fenomenologia dello spirito). E anche gli altri autori di cui si tratta sono hegeliani o hegelizzanti: Rorty, come ricorda Vattimo, si è schierato esplicitamente in quella linea di pensiero, Brandom negli ultimi anni si è dato a uno studio intenso e appassionato di Hegel. Dunque c’è una tendenza hegeliana in area analitica o post-analitica.
Dove Vattimo, secondo me, è in errore è nel ritenere questa tendenza particolarmente rappresentativa, e contrastata soltanto — oltre che dagli italiani, attardati e provinciali — dai «più reazionari» (?) tra i dipartimenti americani. Non è così: posso pensare a molti filosofi, di statura non inferiore a quella di McDowell, le cui posizioni sono lontanissime dalle sue: da David Lewis a Tom Nagel, da John Searle a Daniel Dennett, da Jerry Fodor a Chris Peacocke, per tacere del monumentale ma ancora attivo Quine, e in generale della generazione più anziana di filosofi analitici.
Divagazione autobiografica: io sono stato il primo (credo) a recensire in Italia il libro di McDowell, Mente e mondo (sul «Sole 24 Ore-Domenica» del 24 settembre 1995); non solo, ma ne ho anche promosso la traduzione italiana presso Einaudi. Sono ben contento di averlo fatto, perché si tratta di un libro importante, che pone con forza problemi centrali, anche se le sue soluzioni non sono sempre chiare né convincenti. Tuttavia, per averlo fatto ho ricevuto quasi solo critiche dagli amici e colleghi analitici, sulle due sponde dell’Atlantico. Pazienza, sono abituato: era già successo quando avevo scritto — insieme a Vattimo — l’introduzione alla traduzione italiana della Filosofia e lo specchio della natura di Rorty. Si vede che il settarismo non alligna solo sulla Rive Gauche. Ma in ogni caso, una tale accoglienza non sta certo a significare che Mente e mondo rappresenti la punta di diamante della filosofia analitica di oggi. Il libro è espressione di una tendenza interessante quanto si vuole ma minoritaria, anzi relativamente isolata (e che ormai comincia ad assumere qualche carattere di setta); come del resto era stata a suo tempo relativamente isolata la riflessione filosofica di Wilfrid Sellars, pur di altissima qualità, a mio giudizio.
Gli storicisti hanno una certa inguaribile propensione a identificare il Senso della Storia con la direzione di casa loro.
Se Vattimo, che è uno dei filosofi più capaci che abbiamo oggi in Italia, trova qualche congenialità in area analitica ne sono personalmente contento. Perché abbia bisogno di legittimare questa congenialità attribuendo un ruolo cosmico-storico ed epocale alle proposte filosofiche che incontrano il suo consenso (facendo così non poca violenza ai fatti), francamente mi sfugge.
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