| Ma i pensieri non sono «epocali» | Sul «Sole-24 Ore» di domenica scorsa, Gianni Vattimo sostiene
che McDowell, Brandom e il loro (parziale) compagno di strada
Richard Rorty non sono kantiani bensì hegeliani, e che perciò
sbaglia Alessandro Pagnini quando colloca sotto il segno di
Kant questi sviluppi filosofici analitici e post-analitici. Pagnini,
come altri lettori italiani, sarebbe vittima di un pregiudizio
«antistoricistico, antihegeliano o per dir tutto antiermeneutico»,
che lo porterebbe ad allinearsi ai «più reazionari dipartimenti
filosofici americani» nell’arrestare il canone filosofico a Hume e
Kant, rifiutandosi, tra l’altro, di «prendere atto del secondo
Wittgenstein». Questa operazione di decurtazione del canone
servirebbe, secondo Vattimo, a mantenere la filosofia in una
condizione ancillare rispetto alle scienze positive, interpretate
come specchi fedeli del "dato"; il quale rispecchiamento,
peraltro, non si capisce bene a cosa serva.
Su un punto Vattimo ha assolutamente ragione: certamente il
Kant di McDowell è un Kant alquanto hegelizzato. Del resto, il
testo sacro della scuola di cui stiamo parlando — Empirismo e
filosofia della mente di Wilfrid Sellars — veniva presentato dal
suo autore come «un inizio di Méditations hégéliennes» (Sellars
aveva in mente la critica hegeliana della «certezza sensibile»,
cioè della nozione di dato immediato, all’inizio della
Fenomenologia dello spirito). E anche gli altri autori di cui si
tratta sono hegeliani o hegelizzanti: Rorty, come ricorda
Vattimo, si è schierato esplicitamente in quella linea di
pensiero, Brandom negli ultimi anni si è dato a uno studio
intenso e appassionato di Hegel. Dunque c’è una tendenza
hegeliana in area analitica o post-analitica.
Dove Vattimo, secondo me, è in errore è nel ritenere questa
tendenza particolarmente rappresentativa, e contrastata
soltanto — oltre che dagli italiani, attardati e provinciali — dai
«più reazionari» (?) tra i dipartimenti americani. Non è così:
posso pensare a molti filosofi, di statura non inferiore a quella di
McDowell, le cui posizioni sono lontanissime dalle sue: da
David Lewis a Tom Nagel, da John Searle a Daniel Dennett, da
Jerry Fodor a Chris Peacocke, per tacere del monumentale ma
ancora attivo Quine, e in generale della generazione più anziana
di filosofi analitici.
Divagazione autobiografica: io sono stato il primo (credo) a
recensire in Italia il libro di McDowell, Mente e mondo (sul «Sole
24 Ore-Domenica» del 24 settembre 1995); non solo, ma ne ho
anche promosso la traduzione italiana presso Einaudi. Sono
ben contento di averlo fatto, perché si tratta di un libro
importante, che pone con forza problemi centrali, anche se le
sue soluzioni non sono sempre chiare né convincenti. Tuttavia,
per averlo fatto ho ricevuto quasi solo critiche dagli amici e
colleghi analitici, sulle due sponde dell’Atlantico. Pazienza,
sono abituato: era già successo quando avevo scritto —
insieme a Vattimo — l’introduzione alla traduzione italiana della
Filosofia e lo specchio della natura di Rorty. Si vede che il
settarismo non alligna solo sulla Rive Gauche. Ma in ogni caso,
una tale accoglienza non sta certo a significare che Mente e
mondo rappresenti la punta di diamante della filosofia analitica
di oggi. Il libro è espressione di una tendenza interessante
quanto si vuole ma minoritaria, anzi relativamente isolata (e che
ormai comincia ad assumere qualche carattere di setta); come
del resto era stata a suo tempo relativamente isolata la
riflessione filosofica di Wilfrid Sellars, pur di altissima qualità, a
mio giudizio.
Gli storicisti hanno una certa inguaribile propensione a
identificare il Senso della Storia con la direzione di casa loro.
Se Vattimo, che è uno dei filosofi più capaci che abbiamo oggi
in Italia, trova qualche congenialità in area analitica ne sono
personalmente contento. Perché abbia bisogno di legittimare
questa congenialità attribuendo un ruolo cosmico-storico ed
epocale alle proposte filosofiche che incontrano il suo consenso
(facendo così non poca violenza ai fatti), francamente mi sfugge. |