Il futuro dell’India
è nel suo passatoIn un libro il Nobel Amartya Sen esamina le contraddizioni del paese asiatico E afferma che a spingerlo verso la modernità è una ricchezza antica: il pluralismo culturale |
| Calcutta è nata da tre villaggi o borgate attorno a Fort Williams — dove la Compagnia dell’India
orientale aveva installato il proprio quartier generale — soltanto nel Settecento. Bombay, sicuramente la
più rigogliosa delle città indiane, esisteva ben prima di Calcutta ma non ha una storia paragonabile a
quella di Delhi. Oggi ribattezzata Mumbai, è la vivace e prorompente capitale commerciale dell’India e la
capitale politica dello stato del Maharashtra. Per molti versi, qui si concentra la maggior parte delle
potenzialità dell’economia capitalistica indiana.
E arriviamo così a un’altra delle tensioni che mi sembrano tipiche delle città indiane. Tra le
caratteristiche degne di nota del capitalismo, ce n’è una che gli fa onore: è privo di molti pregiudizi
tradizionali e non è settario per quanto riguarda l’origine etnica o razziale delle persone. Se vi dedicate
agli affari — e avete successo — la vostra provenienza non ha importanza. Invece Bombay brulica di
pregiudizi tradizionali e di nazionalismo. Alcuni maharashtriani alzano politicamente la voce contro gli
estranei giunti da fuori, per esempio da Madras nel Tamil Nadu o da altri Stati. Ci sono conflitti tra indù e
musulmani, perché il Shiv Sena — un partito ancora più fortemente induista del Bharatiya Janata Party
oggi al governo e principale espressione del nazionalismo indù — ha un’intensa attività militante e tende
all’ostilità contro i musulmani, i cristiani e gli altri gruppi. Quindi a Bombay c’è questa bizzarra
contraddizione: è la prima città a economia capitalistica dell’India, ma è settaria al contrario di quanto è
accaduto in città altrettanto capitalistiche .
Calcutta mostra l’altra faccia di questa contraddizione. Qui il capitalismo ha raggiunto il culmine della
sua diffusione alla fine dell’Ottocento, poi è crollato, soprattutto per i conflitti tra padroni e lavoratori. E’
seguito un periodo, che dura tuttora, in cui le grandi imprese non volevano saperne di insediarsi a
Calcutta. La città è governata dai comunisti e questo non la rende attraente per il capitalismo, il cui
sviluppo è perciò stentato. Tuttavia possiede uno dei tratti essenziali del capitalismo: non è settaria.
D’altronde, questa è anche una caratteristica del comunismo, che non incoraggia le tensioni etniche,
religiose o razziali (sebbene possa essere intollerante nei confronti di altre ideologie politiche). A
Calcutta non ci sono proteste contro i non bengalesi, non ci sono tensioni tra indù, musulmani e
cristiani, non c’è un nazionalismo bengalese che aggredisce gli indiani del Sud, pur molto numerosi. Da
questo punto di vista, la città esprime con vigore quella virtù capitalistica che consiste nel non
preoccuparsi della comunità dalla quale un individuo proviene, e lo accoglie semplicemente in base alla
sua funzione o al suo ruolo. Insomma, Calcutta ha ciò che manca a Bombay.
E’ davvero strano. Bombay rappresenta un grande successo del capitalismo eppure ne nega uno dei
principi di base, il non settarismo. Calcutta, che invece lo applica, non conosce affatto lo stesso
successo, in parte, o forse principalmente, per la forza dei suoi sindacati. A questi è dovuto l’arrivo del
Partito comunista al governo dello Stato del Bengala occidentale, anche se il partito è più radicato nelle
campagne che in città. Il Bengala occidentale è uno dei pochi Stati indiani in cui la riforma agraria è
stata realizzata completamente e bene, in gran parte grazie al governo comunista. Perciò il partito ha un
solido sostegno rurale. Ma la militanza dei sindacati è costata cara a Calcutta, rendendola invisa alle
imprese. Ora la situazione è cambiata ma, nonostante il governo comunista stia incoraggiando gli
investimenti produttivi, l’immagine di città ostile all’industria perdura.
Calcutta ha un’altra caratteristica della modernità e perfino del capitalismo moderno: una cultura
vigorosa. Ospita addirittura la più grande Fiera del libro del mondo, ha un maggior numero di teatri stabili
di qualunque altra città indiana, tanta musica classica, tanto cinema d’autore e diverse ottime università.
Dato il suo potenziale, non c’è dubbio che Calcutta tornerà a prosperare.
Nel frattempo, alcune città dell’India meridionale stanno crescendo a grande velocità insieme allo
sviluppo dell’alta tecnologia, e in particolare dell’informatica, la cui prima ondata è partita da Bangalore,
nel Karnakata, si sta estendendo sempre di più a Hyderabad, nell’Andra Pradesh, e comincia a lambire
anche Madras (ora chiamata Chennai). L’intera zona mostra una modernità palese, talvolta inserita in
ambienti storici. Madras non è una città in cui convivono molte comunità diverse, come Bombay o
Calcutta: è abitata per lo più dalla gente del Tamil Nadu, ma siccome è indubbio che stia diventando un
centro economico trainante, la sua composizione etnica comincia a cambiare. |