RASSEGNA STAMPA

14 DICEMBRE 2000
FRANCO GABICI
Che sorpresa i quanti "discreti"
Cento anni fa l'annuncio della teoria
Planck teorizzò il rivoluzionario principio di indeterminazione che servì per l'atomo di Bohr e mutò la percezione della realtà
Tra le radici filosofiche, il "salto" tra gli stadi spirituali di Kierkegaard
Se alla fine dell'Ottocento esisteva un tradizionalista che non aveva nessuna voglia di rivoluzionare la fisica, questo era Max Planck. E invece toccò proprio a lui mettere in crisi la fisica classica con l'ipotesi dei quanti. Non più giovane, Planck nel 1900 aveva 42 anni, era titolare di una cattedra prestigiosa all'Università di Berlino, ma soprattutto era convinto che la fisica classica poggiasse solidamente sulle teorie di Newton e di Maxwell. E questa opinione era assai diffusa, tant'è che il preside del Dipartimento di fisica di Harvard sconsigliava gli studenti più promettenti di iscriversi alla facoltà di fisica perché in questo campo non c'era più niente da scoprire. E invece il 14 dicembre 1900 uscì sugli Annalen der Physik l'articolo di Planck che segnò l'inizio della nuova "fisica quantistica" e che avrebbe determinato non solo la revisione di alcuni concetti fondamentali, ma anche un nuovo modo di rapportarsi alla realtà che ha nel famoso "principio di indeterminazione" uno degli esempi più conosciuti. Planck stesso fu cosciente della sua rivoluzione e infatti un giorno confidò a uno dei suoi figli che era sul punto di rivelare una ipotesi, che se fosse stata confermata sarebbe stata paragonabile alle scoperte di Newton. La storia dei "quanti" ha inizio dalla cosiddetta "catastrofe ultravioletta". Studiando l'emissione di energia da parte dei corpi i fisici avevano dedotto due leggi (legge di Stefan e legge di Wien) e quando Rayleigh e Jeans, secondo una prassi usuale, tentarono di riunirle, si accorsero che la nuova legge non funzionava, perché quando ci si avvicinava alle radiazioni azzurre e violette le previsioni della legge non si accordavano più con i fatti sperimentali e nessuno riusciva a capire il perché. A questo punto si inserisce Planck, che risolve il problema a patto di considerare l'emissione e l'assorbimento dell'energia non più in modo "continuo", ma secondo quantità "discrete", ognuna delle quali trasporta un energia proporzionale alla frequenza di vibrazione tramite un fattore di proporzionalità "h" detta "quanto di azione" o costante di Planck. L'ipotesi non fu accettata di buon grado dai fisici e del resto lo stesso Planck la considerava un espediente matematico da assumere in via provvisoria in attesa che le cose potessero essere spiegate secondo la logica della fisica classica. Al momento, dunque, occorreva considerare l'energia composta da una sorta di "atomi", un'idea alla quale stentava credere lo stesso Planck, che a quei tempi non era ancora del tutto convinto che esistessero gli atomi di materia. Avanzare questa ipotesi fu per lui, come avrebbe confidato più tardi, un vero "atto di disperazione". Molto più esplicito fu Einstein, che non vide mai di buon occhio la meccanica quantistica, quando affermò che le ipotesi di Planck fecero mancare il terreno sotto i piedi ai fisici, togliendo loro un terreno solido per costruirvi le teorie. Eppure quell'atto di disperazione si rivelò necessario e se qualcuno all'inizio poteva nutrire qualche perplessità considerando i "quanti" delle entità teoriche, dovette ricredersi quando Einstein nel 1905 spiegò l'effetto fotoelettrico formulando l'ipotesi che la luce è formata di tanti "pacchetti", i cosiddetti "quanti di luce" che oggi chiamiamo "fotoni". Per questa interpretazione dell'effetto fotoelettrico si guadagnò anche il Nobel. Le conferme della potenza delle nuove idee quantistiche si ebbero ancora nel 1913 con Niels Bohr, il quale capì che per spiegare la stabilità degli atomi non si poteva fare a meno di queste nuove idee. Secondo Bohr gli elettroni girano attorno al nucleo dell'atomo su orbite prestabilite e quando si trovano in questi stati non irradiano energia. Era l'unico modo per salvare la stabilità dell'atomo. Ogni particella carica accelerata, infatti, emette energia e dunque anche gli elettroni orbitanti dovrebbero emettere (e dunque perdere) continuamente energia e ciò comporterebbe la caduta degli elettroni sul nucleo provocando la distruzione dell'atomo. In natura, invece, gli atomi sono stabili e allora Bohr formulò l'ipotesi che su certe orbite l'elettrone non potesse irradiare energia. L'emissione o l'assorbimento di energia da parte di un atomo avvenivano solamente quando un elettrone saltava da un'orbita all'altra emettendo o assorbendo un fotone in accordo con le teorie quantistiche e coi dati sperimentali. Il discorso dei "quanti" si presta anche a una interessante lettura interdisciplinare. Il sociologo Lewis S. Feuer, infatti, ha avanzato l'ipotesi che la "quantizzazione" dell'atomo di Bohr potrebbe avere radici filosofiche. Il danese Bohr era un lettore di Kierkegaard, il filosofo danese che spiegò l'evoluzione spirituale dell'uomo attraverso tre "stadi" (estetico, etico e religioso) e il passaggio da uno "stadio" all'altro non era continuo, ma avveniva attraverso la "categoria del salto". E così, scrive Feuer, "il modello kierkegaardiano dei salti discontinui divenne parte della più profonda posizione emozionale-intellettuale di Niels Bohr" e di conseguenza il salto degli elettroni da un'orbita all'altra sarebbe l'analogo delle brusche e inspiegabili transizioni dell'io. Carlo Emilio Gadda, invece, ne fece una questione linguistica e dopo aver affermato che "il latino, a impiegarlo, bisogna prima saperlo", conclude che "quanti" è sbagliato perché il plurale di "quantum" è l'indeclinabile "quot". Il grande lombardo aveva ragione, ma a volte la consuetudine consolida e rende di uso comune anche grossolani errori di linguaggio.
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