RASSEGNA STAMPA

10 DICEMBRE 2000
GIANNI VATTIMO
Kant: punto di partenza, non d'arrivo
Mi trovo in genere d'accordo con le cose che scrive Alessandro Pagnini su "Il Sole-24 Ore", e anche il suo articolo di domenica 19 novembre mi era parso denso di osservazioni condivisibili; cosìi, mi sembrano in genere molto ragionevoli le cose che egli dice in risposta al lettore Stefano Zanimartini ("Il Sole-24 Ore" del 3 dicembre). Ma perché mettere tutto questo sotto il segno di Kant? Non sarà una delle tante conseguenze dell'ostracismo che la filosofia analitica anglosassone ha decretato contro il pensiero continentale postkantiano (certo con l'esclusione dei logici e degli epistemologi)? E' vero che, come scrive Pagnini, "McDowell parte da Kant per riflettere sul rapporto tra esperienza sensibile e concettualìzzazione ... "; ma, partito da Kant, siamo così sicuri che resti presso di lui? Verso McDowell mi sento come verso Pagnini: condivido quasi tutto quello che lui scrive, pur da un punto di vista diverso; ma per questo mi devo sentire un kantiano? Gli autori che Pagnini cita nel suo intervento del 3 dicembre difficilmente si lasciano collocare in questa prospettiva. Soprattutto un filosofo come Richard Rorty, che, oltre a parlare del "mondo felicemente perduto", dunque della fine del realismo e anche della opposizione kantiana tra sensibilità e intelletto (o, con Davidson, tra schema mentale e dato sensibile), distingue nettamente una lignée kantiana e una hegeliana nel pensiero moderno, collocandosi senza alcuna incertezza nella seconda. Ma, per restare a McDowell, quando afferma in Mente e mondo (pagina 13 della traduzione italiana, Einaudi, 1999) che "le capacità concettuali (l'intelletto di Kant) sono capacità il cui esercizio avviene nel dominio della libertà responsabile", possiamo davvero chiamarlo un kantiano? Le citazioni si potrebbero moltiplicare. Per tutto il libro di McDowell è inevitabile domandarsi se in lui gli apriori kantiani non subiscano una trasformazione "hegeliana", giacché, sia pure con la finale correzione, se è tale, del ricorso a una nozione "aristotelica" di natura, essi hanno il carattere di storicità delle lingue naturali e dei paradigmi kuhniani più che la stabilità delle categorie di Kant.
Non si tratta naturalmente, o principalmente, di stabilire ciò che McDowell, o Rorty, o Brandom, dicono; semmai, a partire dagli equivoci in cui cadono certi loro lettori italiani, si potrebbe forse vedere in essi (nei lettori e in questi equivoci) il persistere di un pregiudizio antistoricistico, antihegeliano, o, per dir tutto, antiermeneutico, che sembra inevitabile condividere per poter ottenere ascolto nei templi, molto poco popolati, della filosofia analitica vecchia rnaniera, cioè di quella che non ha preso atto del secondo Wittgenstein. Sembra cioè indispensabile conformarsi alle reading list dei più reazionari dipartimenti filosofici americani, che in genere non vanno oltre Hume e Kant. Anche questa scelta ha forse le sue ragioni; che però sono ispirate dall'idea che la filosofia debba rimanere una disciplina ausiliaria delle scienze positive, aiutarle a essere "specchi" il più possibile fedeli del "dato". Per che scopo, non lo si dice; è qualcosa di cui, non potendosi parlare (nel linguaggio della scienza fisica), bisogna tacere.
inizio pagina
vedi anche
analisi e commenti