La meraviglia del filosofo| La lunga storia della passione cognitiva che, da Talete in poi, sorregge la filosofia: "Le meraviglie del
mondo. Mostri, prodigi e fatti strani dal Medioevo all'Illuminismo" di Larraine Daston e Katharine Park |
| Scrive Aristotele (Metafisica, I,2, 982b) "gli uomini, sia nel nostro tempo che dapprincipio, hanno cominciato a filosofare a causa della meraviglia, poiché dapprincipio essi si meravigliavano delle strane zzeche erano a portata di mano, e in un secondo momento, a poco a poco, procedendo in questo
stesso modo, affrontarono maggiori difficoltà, quali le affezioni della luna e del sole e delle stelle e
l'origine dell'universo". Prima sono i fenomeni strani, irregolari della natura a destar meraviglia, poi è la
grande domanda, il perché dell'origine dell'universo. Prima l'osservatore è interno ai fenomeni che scruta
e che pure, a causa della loro irregolarità, già segnalano una separazione tra osservatore e osservato. Poi
la separazione si completa, ma nel senso che l'osservatore si sdoppia: pur essendo interno all'universo di
cui si domanda l'origine, ne esce fuori, o meglio, simula una fuoriuscita, addirittura da tutto l'universo
che vuol comprendere. E' quest'ultimo il senso forte del provar meraviglia. E da Talete in poi la
caratteristica della filosofia, la sua peculiarità non è la risposta che ciascun filosofo ha cercato di dare
alla domanda, ma la domanda stessa, la sua riformulazione, lo sdoppiarsi dell'osservatore. "Il provar
meraviglia sorregge la filosofia e la domina dall'inizio alla fine", dice Heidegger. Ma il concetto di
meraviglia ha una lunga storia, che si accompagna a quelli a esso contigui ma non necessariamente
affini: lo strano, il miracoloso, la paura, il terrore, l'orrore, la curiosità.
Le storiche Larraine Daston e Katharine Park hanno provato a fare una storia delle meraviglie (Le
meraviglie del mondo. Mostri, prodigi e fatti strani dal Medioevo all'Illuminismo, Carocci, L. . 53.000).
Il risutato è un libro interessante dove la narrazione non procede in modo lineare, cioè attraverso il
classico passaggio che dai prodigi medievali porta alle meraviglie fino agli oggetti naturalizzati della
modernità. La narrazione qui non presuppone al suo interno una storia del processo di razionalizzazione
degli oggetti e dei fenomeni strani che da un'esistenza miracolosa e soprannaturale passano nel tempo a
un'esistenza ordinaria e naturale. "Attorno alla metà degli anni '70, la logica di questo tipo di narrazione
sembrava ineludibile tra gli storici della scienza. Ma il lavoro di molti studiosi, all'interno e all'esterno
della storia della scienza (...) ha da allora messo in discussione l'inevitabilità di un resoconto lineare dei
mutamenti scientifici... abbiamo abbandonato una trama di lineare e inesorabile naturalizzazione a favore
di una trama fatta di sensibilità che si sovrappongono e che ritornano come onde". Foucault con la sua
ricerca storico-critica sulla normalità e sulla devianza e Mary Douglas con la sua attenzione
antropologica verso i fenomeni del marginale e dello straordinario sono tra le fonti teoriche
esplicitamente riconosciute da Daston e Park, le quali pongono particolare attenzione ai contesti storici e
culturali che hanno circondato le meraviglie e il meravigliarsi. La loro tesi è che la meraviglia fu una
passione cognitiva sia nel medioevo che nella prima età moderna e che fu l'illuminismo a destituirla di
importanza, anzi a farla considerare una passione "disonorevole che puzza di popolare, di dilettantesco e
d'infantile". Scienziati e filosofi come Robert Boyle, René Descartes e Francis Bacon posero una
particolare attenzione alla meraviglia, dopo, nel XVIII secolo, le cose andarono per un altro verso, quello
della normalizzazione. Ma prima di entrare nel merito di questa tesi storiografica, che non condivido
almeno nei termini in cui è posta nel libro, è bene dare conto, sia pure schematicamente, dell'articolazione
della ricerca che è ricca e avvincente. Il libro infatti va dall'analisi del meraviglioso e dello straordinario
nella letteratura di viaggi del medioevo a quella degli oggetti legati alla religione e ai rituali religiosi, dal
rifiuto della meraviglia nella filosofia naturale del XIII e XIV secolo e poi alla sua ripresa nell'ambito del
sapere naturale. Un capitolo
è dedicato alle nascite mostruose, poi l'indagine si sviluppa verso la modernità, dalle Wunderkammern
che ispirarono le ricerche di Bacone e Cartesio, al rapporto tra meraviglia e curiosità, fino alla quasi
messa al bando della meraviglia e delle meraviglie che "divennero volgari, al tempo stesso
metafisicamente implausibili, politicamente sospette ed esteticamente ripugnanti".
E' proprio sull'ultima parte del libro che vorrei soffermarmi, là dove l'illuminismo viene messo sotto
accusa per la sua presunta messa al bando del meraviglioso. E' vero, da Fontenelle a Hume è un ripetere
che la tendenza al meraviglioso è un'emozione primordiale, tipica dei primitivi, dei selvaggi, del volgo
ignorante. E non c'è dubbio che in ciò vi sia una concezione elitista dei rapporti sociali e del sapere. E
tuttavia, la questione non può chiudersi qui. Avendo il sospetto che la meraviglia del filosofo sia il
contrario del meraviglioso che oggi è propinato dappertutto sotto le spoglie di stupefacenti novità che si
ripetono incessantemente, mi domando se non si debba tenere in giusto conto anche il fatto che la
tendenza al meraviglioso e al miracoloso veniva trasformata in un'operazione di potere, capace di mutare
la credulità in credenza e la credenza in fede in modo feticistico. Questa era certamente una situazione
che gli illuministi combattevano. Essi vedevano il meraviglioso dal punto di vista del miracolo, la cui
essenza, osserverà Hume, è quella di essere una violazione della natura. E da Hobbes in poi, i filosofi
sapevano bene che la violazione della natura è un potere a cui si soggiace per paura. Il nesso tra
miracoli, meraviglia e paura aveva creato un norma dominata dalle eccezioni (i miracoli, appunto, in
quanto violazioni della natura e del suo ordine), e le eccezioni erano ciò che legittimava un potere
rafforzandolo nella sua capacità di normalizzare. E' vero che, come Daston e Park rilevano, l'illuminismo
combatte le meraviglie, ma è necessario tener conto del contesto storico in cui ciò avviene. Se Hume,
nella sua analisi delle passioni non tratta della meraviglia, il suo amico Adam Smith lo fa in un modo ben
più articolato di quanto non ci dicano Daston e Park nelle poche righe dedicate alla famosa Storia
dell'astronomia, dove la meraviglia, costruita attraverso un implicito quanto evidente richiamo alla
Metafisica di Aristotele (ancor più che al Teeteto di Platone) ha un ruolo parallelo a quello della paura
nella contemporanea Storia naturale della religione di Hume.
E' auspicabile che Daston e Park prendano in considerazione un testo come I re taumaturghi di Marc
Bloch, dove il Saggio sui miracoli di Hume viene considerato come il punto di svolta dello studio sulle
testimonianze e sulla loro inattendibilità. E' bene infatti essere garantisti anche nei confronti delle pur
affascinanti ambiguità epistemologiche e cognitive della meraviglia. |