RASSEGNA STAMPA

8 DICEMBRE 2000
FRANCO VOLPI
I lumi e l’ombra lunga di Nietzsche
Prendendo spunto dalla traduzione adelphiana del libro di Isaiah Berlin Controcorrente, domenica 3 dicembre Eugenio Scalfari è intervenuto ponendo una questione ridivenuta oggi attuale: che cos’è illuminismo? Ovvero: la nostra epoca è illuminata? Conosciamo la celebre risposta di Kant, pubblicata esattamente il 5 dicembre 1784: «Illuminismo è l’uscita dell’uomo da uno stato di minorità imputabile a lui stesso. Minorità è l’incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a lui stesso questa minorità lo è se la sua causa non sta in un difetto di intelligenza, ma nella mancanza di risolutezza e coraggio di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro». Se questo è illuminismo, fa bene Scalfari a lamentare che la nostra epoca è ancora troppo poco illuminata e che i Lumi non sono più di moda tra pensatori e intellettuali, tra le eminenze grigie e i maîtres à penser della cultura contemporanea, orientati di preferenza verso i «romantici» e il loro immaginario mitico e simbolico, le cui degenerazioni politiche hanno profondamente marcato il Novecento. Si capisce dunque la preoccupazione di Scalfari quando avverte che perfino il cuore di un intellettuale di indiscussa appartenenza liberaldemocratica come Berlin batte più per i romantici che per i philosophes dei Lumi. Scalfari ricorda perciò le conquiste ideali dell’illuminismo, i principi che esso ha fondato e ai quali oggi non si può non richiamarsi: libertà di pensiero ed espressione, inviolabilità dell’individuo e dei suoi diritti fondamentali, uguaglianza, solidarietà. Si deve riconoscere a Scalfari il merito di aver colto l’importanza del libro di Berlin, di cui altrimenti solo pochi specialisti avrebbero parlato, e di averlo collegato a un problema filosofico oggi fondamentale, quello dei valori che ispirano la nostra idea di umanità e che sono alla base di ogni moderna società democratica. Non so da che parte battesse il cuore di Berlin. Immagino, al di là delle sue personali inclinazioni, che da raffinato storico delle idee egli intendesse mettere in discussione alcuni stereotipi della storiografia tradizionale, mostrando come l’età dei Lumi non presenti solo fulgore, ma sia anche solcata da alcune vene oscure che alla fine si sono rivelate determinanti. Cosa che Berlin ha cercato di mostrare anche in altri due libri, pure tradotti da Adelphi: Il mago del Nord, un’acuta interpretazione di Hamann, e Il legno storto dell’umanità, espressione presa a prestito da Kant per esprimere un disincantato pessimismo verso i nobili e ottimistici ideali dell’antropofilia. Ma venature torbide si trovano, oltre che tra le nebbie nordiche di Königsberg, anche nei grandi philosophes del luglio francese. Per esempio in Rousseau, pensatore corrusco e visionario, le cui idee pedagogiche e politiche presentano tratti fanatici, per non dire totalitari, che ispirarono il Terrore non meno che l’Illuminismo. D’altra parte, sul versante romantico non tutto è irrazionalismo: nel cuore della Germania filosofica di allora Hölderlin, Hegel e Schelling piantarono un albero della libertà nello Stift di Tubinga, dov’erano contubernali, per celebrare l’anniversario della presa della Bastiglia e gli ideali di libertà che quell’evento simboleggiava. Ma non è questo il punto. La distinzione di Scalfari è idealtipica, non storica, e il problema che egli pone è di principio: qual è il paradigma di pensiero da assumere oggi? Quello illuminista della ragione o quello romantico dell’immaginazione? La risposta è chiara: «Il mondo moderno soffre non per un eccesso, ma per un drammatico deficit di razionalità». Sacrosante parole, da condividere in toto. Ma se è vero che il paradigma illuministicorazionalistico ha portato a conquiste civili irrinunciabili, è altrettanto vero che la Ragione si è vieppiù ridotta a mera razionalità strumentale, dimostrandosi incapace di governare quella forza cieca che Nietzsche chiama volontà di potenza. Adorno e Horkheimer parlavano di una «dialettica dell’illuminismo» che nelle moderne società di massa finisce per rovesciarsi nel suo contrario. Prima di loro Goya raffigurava nei suoi schizzi il sueño de la razón che produce mostri.
Dunque la razionalità di cui l’età moderna difetta non è quella strumentale, che la tecnoscienza ci fornisce anzi in abbondanza, bensì quella sostanziale, capace di fondare identità e risorse simboliche condivise. Per questa funzione il sacro, il mito, il simbolico, con le loro potenti immagini che i romantici hanno coltivato, sono risorse troppo importanti per essere lasciate in balìa dell’irrazionalismo. Né si deve necessariamente aderire alla contrapposizione fra Kultur e Zivilisation, e magari giocare l’una contro l’altra, come faceva Thomas Mann quando asseriva che «la germanicità è cultura, anima, libertà, arte, e non civilizzazione, società, diritto di voto, letteratura». Se ben ricordo, proprio Scalfari ha criticato con acume tale antitesi discutendo su queste pagine le Considerazioni di un impolitico. Ma il vero nodo è Nietzsche. In lui si concentra simbolicamente il problema della crisi della ragione con gli squassi che ne sono derivati. Il fuoco da lui appiccato divampa oggi dappertutto. Egli ha asserito che la ragione altro non è che un fragile strumento organico di autoconservazione, Dio un’ipotesi per ridurre la contingenza del caos, la verità uno scorcio prospettico, una specie di errore senza il quale l’uomo non potrebbe sopravvivere.
Allo stesso modo non ci sono fatti, ma solo interpretazioni, funzionali alla vita e alla sua conservazione. Servendosi del sottile rasoio «genealogico» egli ha decostruito gli edifici della ragione, accelerando la svalutazione dei valori e il nichilismo. E la sua descrizione ha avuto un carattere operativo, contribuendo a produrre la crisi che descriveva. In questo senso Gottfried Benn pensava di spiegare perfino la coerente frammentarietà dell’opera nicciana: «Adesso capisco», affermava, «perché Nietzsche scriveva per aforismi. Chi non vede più connessioni, più alcuna traccia di un sistema, può ancora procedere solo per episodi».
Questa è la grandezza tragica di Nietzsche. Eppure, diversamente da Benn, possiamo pensare che i suoi aforismi non siano frammenti sconnessi, ma tocchi cromatici di una composizione puntillista che fa vedere un intero. Prendiamo per esempio la nostra idea di umanità, e i valori che essa include. Già Kant denunciava l’insufficienza di uno dei pilastri su cui essa è basata, la definizione greca dell’uomo come animale razionale. Né l’animalitas né la rationalitas bastano a costituire la humanitas dell’uomo. Ci vuole in più quella che egli chiamava la spiritualitas o personalitas, concetto che traeva dall’altro pilastro della nostra tradizione, il cristianesimo.
Da tempo, tuttavia, la scienza e la tecnica accrescono il nostro sapere e la nostra capacità di intervento sull’entità «uomo» in un modo che entra sempre più in conflitto con la fede cristiana. Ci troviamo oggi in una «crisi antropologica».
Ebbene, con la sua lapidaria affermazione che l’uomo è «l’animale non ancora definito» Nietzsche l’ha anticipato tutta: l’essere umano ­ ci ha fatto capire ­ è esposto ed aperto a due estremi ugualmente rischiosi per il suo comportamento, la spaventosa naturalezza delle sue pulsioni e la sconfinatezza del suo ragionare. Noi, nella crisi antropologica da Nietzsche diagnosticata, dobbiamo chiederci: abbiamo un’idea di uomo condivisa, un’antropologia adeguata ai problemi che la globalizzazione e la multiculturalità pongono? Ecco la questione filosofica che vedo emergere dall’intervento di Scalfari: una questione fondamentale che va affrontata con la dovuta pazienza, quella di cui si era prudentemente armato Kant quando affermava che «illuminare» un individuo è facile, ma «illuminare» un’epoca è impresa quasi disperata.
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