| I lumi e l’ombra lunga di Nietzsche | Prendendo spunto dalla traduzione adelphiana del libro di
Isaiah Berlin Controcorrente, domenica 3 dicembre
Eugenio Scalfari è intervenuto ponendo una questione
ridivenuta oggi attuale: che cos’è illuminismo? Ovvero: la
nostra epoca è illuminata? Conosciamo la celebre risposta
di Kant, pubblicata esattamente il 5 dicembre 1784:
«Illuminismo è l’uscita dell’uomo da uno stato di minorità
imputabile a lui stesso. Minorità è l’incapacità di servirsi del
proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a lui
stesso questa minorità lo è se la sua causa non sta in un
difetto di intelligenza, ma nella mancanza di risolutezza e
coraggio di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un
altro».
Se questo è illuminismo, fa bene Scalfari a lamentare che la
nostra epoca è ancora troppo poco illuminata e che i Lumi
non sono più di moda tra pensatori e intellettuali, tra le
eminenze grigie e i maîtres à penser della cultura
contemporanea, orientati di preferenza verso i «romantici» e
il loro immaginario mitico e simbolico, le cui degenerazioni
politiche hanno profondamente marcato il Novecento. Si
capisce dunque la preoccupazione di Scalfari quando
avverte che perfino il cuore di un intellettuale di indiscussa
appartenenza liberaldemocratica come Berlin batte più per i
romantici che per i philosophes dei Lumi. Scalfari ricorda
perciò le conquiste ideali dell’illuminismo, i principi che esso
ha fondato e ai quali oggi non si può non richiamarsi: libertà
di pensiero ed espressione, inviolabilità dell’individuo e dei
suoi diritti fondamentali, uguaglianza, solidarietà. Si deve
riconoscere a Scalfari il merito di aver colto l’importanza
del libro di Berlin, di cui altrimenti solo pochi specialisti
avrebbero parlato, e di averlo collegato a un problema
filosofico oggi fondamentale, quello dei valori che ispirano la
nostra idea di umanità e che sono alla base di ogni moderna
società democratica.
Non so da che parte battesse il cuore di Berlin. Immagino,
al di là delle sue personali inclinazioni, che da raffinato
storico delle idee egli intendesse mettere in discussione
alcuni stereotipi della storiografia tradizionale, mostrando
come l’età dei Lumi non presenti solo fulgore, ma sia anche
solcata da alcune vene oscure che alla fine si sono rivelate
determinanti. Cosa che Berlin ha cercato di mostrare anche
in altri due libri, pure tradotti da Adelphi: Il mago del Nord,
un’acuta interpretazione di Hamann, e Il legno storto
dell’umanità, espressione presa a prestito da Kant per
esprimere un disincantato pessimismo verso i nobili e
ottimistici ideali dell’antropofilia.
Ma venature torbide si trovano, oltre che tra le nebbie
nordiche di Königsberg, anche nei grandi philosophes del
luglio francese. Per esempio in Rousseau, pensatore
corrusco e visionario, le cui idee pedagogiche e politiche
presentano tratti fanatici, per non dire totalitari, che
ispirarono il Terrore non meno che l’Illuminismo. D’altra
parte, sul versante romantico non tutto è irrazionalismo: nel
cuore della Germania filosofica di allora Hölderlin, Hegel e
Schelling piantarono un albero della libertà nello Stift di
Tubinga, dov’erano contubernali, per celebrare
l’anniversario della presa della Bastiglia e gli ideali di libertà
che quell’evento simboleggiava.
Ma non è questo il punto. La distinzione di Scalfari è
idealtipica, non storica, e il problema che egli pone è di
principio: qual è il paradigma di pensiero da assumere oggi?
Quello illuminista della ragione o quello romantico
dell’immaginazione? La risposta è chiara: «Il mondo
moderno soffre non per un eccesso, ma per un drammatico
deficit di razionalità». Sacrosante parole, da condividere in
toto. Ma se è vero che il paradigma
illuministicorazionalistico ha portato a conquiste civili
irrinunciabili, è altrettanto vero che la Ragione si è vieppiù
ridotta a mera razionalità strumentale, dimostrandosi
incapace di governare quella forza cieca che Nietzsche
chiama volontà di potenza. Adorno e Horkheimer
parlavano di una «dialettica dell’illuminismo» che nelle
moderne società di massa finisce per rovesciarsi nel suo
contrario. Prima di loro Goya raffigurava nei suoi schizzi il
sueño de la razón che produce mostri.
Dunque la razionalità di cui l’età moderna difetta non è
quella strumentale, che la tecnoscienza ci fornisce anzi in
abbondanza, bensì quella sostanziale, capace di fondare
identità e risorse simboliche condivise. Per questa funzione il
sacro, il mito, il simbolico, con le loro potenti immagini che i
romantici hanno coltivato, sono risorse troppo importanti
per essere lasciate in balìa dell’irrazionalismo. Né si deve
necessariamente aderire alla contrapposizione fra Kultur e
Zivilisation, e magari giocare l’una contro l’altra, come
faceva Thomas Mann quando asseriva che «la germanicità è
cultura, anima, libertà, arte, e non civilizzazione, società,
diritto di voto, letteratura».
Se ben ricordo, proprio Scalfari ha criticato con acume tale
antitesi discutendo su queste pagine le Considerazioni di un
impolitico. Ma il vero nodo è Nietzsche. In lui si concentra
simbolicamente il problema della crisi della ragione con gli
squassi che ne sono derivati. Il fuoco da lui appiccato
divampa oggi dappertutto. Egli ha asserito che la ragione
altro non è che un fragile strumento organico di
autoconservazione, Dio un’ipotesi per ridurre la contingenza
del caos, la verità uno scorcio prospettico, una specie di
errore senza il quale l’uomo non potrebbe sopravvivere.
Allo stesso modo non ci sono fatti, ma solo interpretazioni,
funzionali alla vita e alla sua conservazione. Servendosi del
sottile rasoio «genealogico» egli ha decostruito gli edifici
della ragione, accelerando la svalutazione dei valori e il
nichilismo. E la sua descrizione ha avuto un carattere
operativo, contribuendo a produrre la crisi che descriveva.
In questo senso Gottfried Benn pensava di spiegare perfino
la coerente frammentarietà dell’opera nicciana: «Adesso
capisco», affermava, «perché Nietzsche scriveva per
aforismi. Chi non vede più connessioni, più alcuna traccia di
un sistema, può ancora procedere solo per episodi».
Questa è la grandezza tragica di Nietzsche. Eppure,
diversamente da Benn, possiamo pensare che i suoi aforismi
non siano frammenti sconnessi, ma tocchi cromatici di una
composizione puntillista che fa vedere un intero. Prendiamo
per esempio la nostra idea di umanità, e i valori che essa
include. Già Kant denunciava l’insufficienza di uno dei
pilastri su cui essa è basata, la definizione greca dell’uomo
come animale razionale. Né l’animalitas né la rationalitas
bastano a costituire la humanitas dell’uomo. Ci vuole in più
quella che egli chiamava la spiritualitas o personalitas,
concetto che traeva dall’altro pilastro della nostra
tradizione, il cristianesimo.
Da tempo, tuttavia, la scienza e la tecnica accrescono il
nostro sapere e la nostra capacità di intervento sull’entità
«uomo» in un modo che entra sempre più in conflitto con la
fede cristiana. Ci troviamo oggi in una «crisi antropologica».
Ebbene, con la sua lapidaria affermazione che l’uomo è
«l’animale non ancora definito» Nietzsche l’ha anticipato
tutta: l’essere umano ci ha fatto capire è esposto ed
aperto a due estremi ugualmente rischiosi per il suo
comportamento, la spaventosa naturalezza delle sue pulsioni
e la sconfinatezza del suo ragionare. Noi, nella crisi
antropologica da Nietzsche diagnosticata, dobbiamo
chiederci: abbiamo un’idea di uomo condivisa,
un’antropologia adeguata ai problemi che la globalizzazione
e la multiculturalità pongono? Ecco la questione filosofica
che vedo emergere dall’intervento di Scalfari: una questione
fondamentale che va affrontata con la dovuta pazienza,
quella di cui si era prudentemente armato Kant quando
affermava che «illuminare» un individuo è facile, ma
«illuminare» un’epoca è impresa quasi disperata. |