Se democrazia non fa rima con
denaro| L'Occidente corre il rischio di una deriva
oligarchica? E' una delle domande alle quali risponde il
politologo nel suo recente saggio |
| "Se storicamente l'economia era il regno dei mezzi e la
politica il regno dei fini, oggi incalza la prospettiva inversa: la
politica è ormai accettata dalle oligarchie economiche solo come
strumento dell'economia". Il verbo scelto da Domenico Fisichella
è dunque (polemicamente?) "accettata", parente non lontano di
"sopportata" se non di "tollerata". Ipotesi di sudditanza, anzi
campanello di allarme, che attraversa tutto il saggio Denaro e
democrazia, dall'antica Grecia all'economia globale che il
vicepresidente del Senato (esponente del pensiero conservatore
italiano, ex ministro dei Beni culturali e regista ideologico della
nascita di Alleanza nazionale) ripropone dieci anni dopo la prima
edizione.
Rispetto al 1990 i tempi sembrano persino più adatti al tema.
Abbiamo, per esempio, appena assistito alla più dispendiosa
campagna presidenziale mai combattuta (e con gli effetti che
conosciamo) nella storia degli Stati Uniti d'America, 4500
miliardi di lire: c'è più d'un motivo per interrogarsi, per dirla con
Fisichella, sul rapporto tra democrazia e potentati
economico-finanziari e oligarchie tecnocratiche. Proprio
domenica scorsa, in un articolo sul Corriere della Sera, Claudio
Magris ha affrontato lo stesso nodo ("ora l'economia proclama il
suo primato e declassa la politica a sua ancella") analizzando un
saggio del liberale spagnolo Josep Ramoneda Después de la
pasión politica.
Fisichella parte dichiaratamente da lontano, dunque dalla Grecia
antica e dall'idea classica di "polis", per arrivare agli interrogativi
del nuovo millennio. Scrive l'autore: "L'equazione "più sviluppo
economico uguale più democrazia" (e viceversa) non è plausibile,
incontra confutazioni e merita integrazioni. In particolare, giudico
importante e prioritaria la questione della legittimità politica
come fattore di persistenza della democrazia. E questo è il
punto". Un punto che deve fare i conti con molte variabili legate
all'esercizio stesso della democrazia visto che "le oligarchie
massmediali sono spesso collegate alle oligarchie economiche e/o
alle oligarchie partitiche. E sappiamo che, proprio per le
caratteristiche del pubblico, dei molti, la demagogia è una
tentazione sempre ricorrente in democrazia, se le classi dirigenti
non sono adeguatamente attrezzate per contrastarla" (il che porta,
dice Fisichella, a una "malnutrizione informativa").
Cosa accadrà alla povera democrazia politica che ha resistito
persino all'urto devastante del secolo dei totalitarismi? Come
prima ipotesi, giura Fisichella, potrebbe persino esserci "un colpo
d'ala della democrazia", proprio per "l'inadeguatezza degli
homines oeconomici " di fronte alle sfide planetarie (vicende
demografiche, immigrazione, nazionalismi, divari di ricchezze
eccessivi). Ma questo è lo scenario più classico immaginato
dall'autore. Infatti Fisichella teorizza altri due casi. A) "Le
oligarchie economiche assumono in prima persona anche un
esplicito ruolo politico e, in tale evenienza, emergerà un regime
politico francamente oligarchico". B) Ovvero della mediazione:
la democrazia politica non riuscirà a contrastare "il
monofinalismo paneconomico" e, quindi, "cercherà modi e forme
istituzionali di resistenza e recupero diversi, tesi all'affermazione
di valori, interessi e relative priorità che, non sottovalutando
l'incidenza del dato economico, lo riconducano tuttavia al rango
di strumento e insieme di fine tra i plurimi fini, senza pretese di
primato e tentazioni generaliste".
La battaglia tra gli homines oeconomici e gli homines politici è
dunque aperta, il campo di battaglia sarà (anzi è già) soprattutto
quello di un mondo altamente tecnologizzato, capace di
comunicare in tempo reale (infatti, Fisichella propone l'esempio
degli Usa "caso di transizione da un regime democratico a un
regime oligarchico, per il quale la democrazia ... vale soprattutto
come prodotto di esportazione allo scopo di concorrere al
mantenimento della supremazia statunitense nella "grande
scacchiera""). L'autore dà appuntamento al 2010 sospirando un
"a Dio piacendo". E forse piacendo, bisognerebbe aggiungere,
anche alle suddette oligarchie economiche. |