RASSEGNA STAMPA

7 DICEMBRE 2000
GIANNI SANTAMARIA
Le tavole del federalismo
Dal Sinai alla nascita degli Stati Uniti: studiosi a confronto sulle origini bibliche della democrazia moderna
Il federalismo non nasce sui banchi dei parlamenti, nelle costituenti o nelle bicamerali. Ha ben più illustri antecedenti.
Nientemeno che l'alleanza stabilita da Dio con il popolo di Israele.
Disceso dal monte Sinai - con il patto che rinnovava quelli con Noè e Abramo - Mosè diede vita a una comunità politica retta su princìpi federali e suddivisa nelle celebri dodici tribù che convivevano come cellule vitali autonome, ma interdipendenti, in un'uguaglianza basata su quell'"accordo" fondamentale e sulla legislazione da esso scaturita. Un'origine della società politica che più prepolitica non si può immaginare. Ma oggi? Su questo tema in bilico tra teologia e politica punta un dossier del bimestrale "Liberal", oggi in edicola, con il perentorio titolo "Il Dio federale". Vi intervengono Mauro Maldonato, Luigi Marco Bassani, Gianfranco Miglio, Alessandro Vitale e viene proposto per la prima volta in italiano uno scritto risalente al 1977 di uno dei principali teorici del federalismo, Daniel J. Elazar, scomparso lo scorso anno. La rivista - che non da oggi guarda al rapporto tra temi politici e religiosi - ripropone dunque, in un certo modo, il modello "antico Israele" all'attenzione del dibattito odierno sul federalismo (che da noi in alcuni casi è andato a rintracciare antecedenti "popolari" per questa forma di Stato in improbabili mitologie celtiche). E lo fa guardando ben oltre la sola prospettiva del nostro Paese. Una forte critica, infatti, va al modello europeo, nato dal giacobinismo (antifederalista) e dal concetto di Stato hobbesiano. In contrapposizione ad esso sta tutta la linea che dal dettato biblico porta fino alla Costituzione Usa. E che innestatasi nel pensiero protestante ha dato vita a una vera e propria "teologia federale", alla quale si ispirano nel Seicento, Johannes Althusius e nelle varie forme congregazionali e pattizie delle comunità riformate emigrate nel Nuovo Mondo. "Alla fine del XVIII secolo gli artefici del sistema federale americano ispirarono esplicitamente la propria concezione federale a quella dell'antica Israele", scrive Maldonato. Nel dibattito tra i founding fathers degli Stati Uniti, infatti, "la Bibbia è la fonte più citata". Ma una così autorevole origine non rischia di blindare ogni scritto fondamentale? Per Jefferson tutt'altro: anzi, esse debbono avere una durata generazionale e adattarsi creativamente ai nuovi tempi. E basarsi su piccole o medie comunità (poleis, cantoni svizzeri, townships, Stati federati Usa) Anche qui anni luce separano il Nuovo e il Vecchio mondo, con le sue Costituzioni rigide e quasi immodificabili. Da noi, infatti, prosegue Maldonato, è stata portata a compimento dalla compagine statale una "sistematica cancellazione dei corpi intermedi, delle autonomie cittadine, dei diritti individuali, delle particolarità territoriali". Sono nati un potere "rigido e a centro unico, il dogma della "repubblica una e indivisibile", l'organicismo del "corpo della nazione"". E poi i totalitarismi. Tutta questa concezione, opposta al federalismo, aveva relegato questa idea al livello sovranazionale europeo degli Altiero Spinelli e Mario Albertini. Proposta che era però "a tal punto indifferente alle istanze infranazionali da non prevedere neppure l'abolizione dei prefetti". Idee "ossificate" come trasparirebbe dal carattere "verticistico, gerarchico burocratico e antifederale della costruzione dell'Unione europea". che altro non sarebbe, conclude Maldonato, "che una centralizzazione super-statale, il bacio della morte per ogni idea federale". Insomma a Bruxelles si anniderebbero dei piccoli Robespierre. Per loro la rivista offre - come antidoto - lo scritto dell'antirobespierre per eccellenza. Daniel Elazar. Questi, attivo tra Philadelfia e Gerusalemme, non si è mosso solo sul piano della teoria, ma "ha tentato di fornire risposte concrete di natura federale e pattizia ai principali problemi del nostro tempo. Dal conflitto israelo-palestinese a quello irlandese", scrive Bassani, che ne ha tradotto Idee e forme del federalismo (Comunità, 1995). Nel suo scritto Elazar indaga i vari tipi di patto biblici e non biblici e la natura di questa "alleanza" tra due contraenti così diversi e certo non su un piano paritetico. Essa però crea "un sodalizio per uno scopo comune nel quale le parti conservano la rispettiva integrità pur impegnandosi in un rapporto di reciproca responsabilità". Responsabilità e giustizia sono i presupposti che stanno all'origine del vivere comune - del patto - e che precedono ogni norma positiva. In questo senso la teologia politica "travalica i limiti di quelle teorie moderne orientate semplicemente verso il politico o tutt'al più verso la psicologia e la politica". L'autore arriva a dire che ogni società politica che ha fatto ricorso al concetto di patto lo ha derivato da una fonte biblica. Anche l'unione degli indiani Cheyenne sulla base della "freccia sacra" che ha avuto un forte influsso dai missionari cattolici. Infine, patto e Costituzione non sono affatto la stessa cosa. Il primo precede la seconda. E, nel caso biblico, non è affatto prescrittivo della forma politica in modo vincolante. "La Bibbia rende chiaro che sono possibili scelte diverse. Ciascuna struttura, ciascuna costituzione, ciascun sistema di governo deve misurarsi con il modello del patto per verificare che le relazioni siano quelle corrette, che rispettino il modello di relazioni teo-politiche stabilito dall'alleanza". Arriveremo a un "Repubblica di Mosè" contrapposta a quella del Leviatano?
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vedi anche
Filosofia (e) politica