Le tavole del federalismo| Dal Sinai alla nascita degli Stati Uniti: studiosi a
confronto sulle origini bibliche della democrazia moderna |
| Il federalismo non nasce sui banchi dei parlamenti, nelle
costituenti o nelle bicamerali. Ha ben più illustri antecedenti.
Nientemeno che l'alleanza stabilita da Dio con il popolo di Israele.
Disceso dal monte Sinai - con il patto che rinnovava quelli con
Noè e Abramo - Mosè diede vita a una comunità politica retta su
princìpi federali e suddivisa nelle celebri dodici tribù che
convivevano come cellule vitali autonome, ma interdipendenti, in
un'uguaglianza basata su quell'"accordo" fondamentale e sulla
legislazione da esso scaturita.
Un'origine della società politica che più prepolitica non si può
immaginare. Ma oggi? Su questo tema in bilico tra teologia e
politica punta un dossier del bimestrale "Liberal", oggi in edicola,
con il perentorio titolo "Il Dio federale". Vi intervengono Mauro
Maldonato, Luigi Marco Bassani, Gianfranco Miglio, Alessandro
Vitale e viene proposto per la prima volta in italiano uno scritto
risalente al 1977 di uno dei principali teorici del federalismo,
Daniel J. Elazar, scomparso lo scorso anno.
La rivista - che non da oggi guarda al rapporto tra temi politici e
religiosi - ripropone dunque, in un certo modo, il modello "antico
Israele" all'attenzione del dibattito odierno sul federalismo (che da
noi in alcuni casi è andato a rintracciare antecedenti "popolari" per
questa forma di Stato in improbabili mitologie celtiche). E lo fa
guardando ben oltre la sola prospettiva del nostro Paese. Una forte
critica, infatti, va al modello europeo, nato dal giacobinismo
(antifederalista) e dal concetto di Stato hobbesiano. In
contrapposizione ad esso sta tutta la linea che dal dettato biblico
porta fino alla Costituzione Usa. E che innestatasi nel pensiero
protestante ha dato vita a una vera e propria "teologia federale",
alla quale si ispirano nel Seicento, Johannes Althusius e nelle
varie forme congregazionali e pattizie delle comunità riformate
emigrate nel Nuovo Mondo.
"Alla fine del XVIII secolo gli artefici del sistema federale
americano ispirarono esplicitamente la propria concezione
federale a quella dell'antica Israele", scrive Maldonato. Nel
dibattito tra i founding fathers degli Stati Uniti, infatti, "la Bibbia
è la fonte più citata". Ma una così autorevole origine non rischia
di blindare ogni scritto fondamentale? Per Jefferson tutt'altro:
anzi, esse debbono avere una durata generazionale e adattarsi
creativamente ai nuovi tempi. E basarsi su piccole o medie
comunità (poleis, cantoni svizzeri, townships, Stati federati Usa)
Anche qui anni luce separano il Nuovo e il Vecchio mondo, con le
sue Costituzioni rigide e quasi immodificabili. Da noi, infatti,
prosegue Maldonato, è stata portata a compimento dalla
compagine statale una "sistematica cancellazione dei corpi
intermedi, delle autonomie cittadine, dei diritti individuali, delle
particolarità territoriali". Sono nati un potere "rigido e a centro
unico, il dogma della "repubblica una e indivisibile",
l'organicismo del "corpo della nazione"". E poi i totalitarismi.
Tutta questa concezione, opposta al federalismo, aveva relegato
questa idea al livello sovranazionale europeo degli Altiero
Spinelli e Mario Albertini. Proposta che era però "a tal punto
indifferente alle istanze infranazionali da non prevedere neppure
l'abolizione dei prefetti". Idee "ossificate" come trasparirebbe dal
carattere "verticistico, gerarchico burocratico e antifederale della
costruzione dell'Unione europea". che altro non sarebbe, conclude
Maldonato, "che una centralizzazione super-statale, il bacio della
morte per ogni idea federale".
Insomma a Bruxelles si anniderebbero dei piccoli Robespierre. Per
loro la rivista offre - come antidoto - lo scritto dell'antirobespierre
per eccellenza. Daniel Elazar. Questi, attivo tra Philadelfia e
Gerusalemme, non si è mosso solo sul piano della teoria, ma "ha
tentato di fornire risposte concrete di natura federale e pattizia ai
principali problemi del nostro tempo. Dal conflitto
israelo-palestinese a quello irlandese", scrive Bassani, che ne ha
tradotto Idee e forme del federalismo (Comunità, 1995).
Nel suo scritto Elazar indaga i vari tipi di patto biblici e non
biblici e la natura di questa "alleanza" tra due contraenti così
diversi e certo non su un piano paritetico. Essa però crea "un
sodalizio per uno scopo comune nel quale le parti conservano la
rispettiva integrità pur impegnandosi in un rapporto di reciproca
responsabilità". Responsabilità e giustizia sono i presupposti che
stanno all'origine del vivere comune - del patto - e che precedono
ogni norma positiva. In questo senso la teologia politica "travalica
i limiti di quelle teorie moderne orientate semplicemente verso il
politico o tutt'al più verso la psicologia e la politica". L'autore
arriva a dire che ogni società politica che ha fatto ricorso al
concetto di patto lo ha derivato da una fonte biblica. Anche
l'unione degli indiani Cheyenne sulla base della "freccia sacra"
che ha avuto un forte influsso dai missionari cattolici.
Infine, patto e Costituzione non sono affatto la stessa cosa. Il
primo precede la seconda. E, nel caso biblico, non è affatto
prescrittivo della forma politica in modo vincolante. "La Bibbia
rende chiaro che sono possibili scelte diverse. Ciascuna struttura,
ciascuna costituzione, ciascun sistema di governo deve misurarsi
con il modello del patto per verificare che le relazioni siano quelle
corrette, che rispettino il modello di relazioni teo-politiche
stabilito dall'alleanza". Arriveremo a un "Repubblica di Mosè"
contrapposta a quella del Leviatano? |