RASSEGNA STAMPA

4 DICEMBRE 2000
CORRADO OCONE
Raffaello Franchini, un rivoluzionario filosofo borghese
Nei tardi anni Settanta e negli anni Ottanta seguire all'Università il corso di Raffaello Franchini era, per noi studenti, o una scelta dettata dalla proverbiale disponibilità che egli mostrava a lezione o agli esami, oppure era una sfida originale e interessante. Chi si decideva per il corso di filosofia teoretica con Franchini, va detto ad onor del vero, cominciava ad essere palesemente snobbato non solo dagli altri studenti ma anche dal corpo professorale che oggi apprezza invece ed esalta la dimensione e la statura della sua personalità. E ciò non è strano: Franchini si opponeva infatti, nel pieno della maturità, a due forme di retorica allora dominanti: quella "rivoluzionaria" e tardo - sessantottina di studenti altamente politicizzati; e quella angusta e asfitticamente chiusa nei propri percorsi "teologali" di un corpo docente che il più delle volte, alla Federico II, non aveva ancora fatto fino in fondo i conti con la modernità. Da allora, molta acqua è passata sotto i ponti. E non solo l'Università e l'Istituto Orientale di Napoli e l'Università di Messina ricordano Franchini con un seminario di due giorni a dieci anni dalla morte (avvenuta, lui settantenne, il 19 settembre 1990), ma le sue idee politiche e la sua impostazione metodologica sono comunemente accettate e riconosciute come le uniche veramente adatte alla nostra età post-metafisica e post-ideocratica. Nella storia della filosofia italiana del Novecento è ora uno dei più citati: per i suoi studi sul progresso, sull'agire umano, sull'attività del giudicare, su personaggi cardine della storia del pensiero contemporaneo come Hayek e Heidegger (di cui fu tra i primissimi a parlare in Italia). Ma anche la sua instancabile attività di organizzatore culturale, di cittadino impegnato, di giornalista (ha collaborato tantissimo a questa pagina culturale) contribuiscono a delineare la fisionomia di una figura a tutto tondo di intellettuale moderno: inattuale e spesso precursore nel suo tempo, attualissimo oggi. Sicuramente il filo del liberalismo individuato del convegno napoletano è quello esatto, i suoi interessi e le sue passioni, le sue posizioni e le sue idiosincrasie. Non credo però che il termine "militante" usato da Girolamo Cotroneo nel titolo della sua relazione: Franchini non aveva nulla del missionario, non intendeva affermare un'idea. Egli proponeva invece un metodo di studio e un approccio al reale basato sulla discussione, sulla presa di posizione, sulla ricerca in comune di una verità disinteressata. In questo senso il liberalismo permeava tutta la sua vita. Egli non divideva perciò la sua esistenza nell' "alto" degli impegni accademici e nel "basso" della banalità quotidiana, come spesso facevano i suoi colleghi: senza imbarazzo lasciava trasparire il suo essere borghese dal modo di vestire, dall'amore per i viaggi, dal rifuggire con accuratezza dall'imperante pregiudizio antiamericano. Franchini era un borghese e si vantava di esserlo: nei suoi libri dimostrava come il pregiudizio "antiborghese", lungi dall''essere qualcosa di "profondo", era in verità frutto di improvvisazione e di cattiva coscienza. "Rivoluzionario", e non sembri una sciocchezza affermarlo, era il suo comportamento "naturale": al contrario degli altri professori, che giungevano in facoltà con uno stuolo di portaborse, Franchini arrivava col suo maggiolino, cercava un parcheggio, prendeva un caffè e una sfogliatella conversando con il barista e saliva a lezione. Qui condiva le sue dissertazioni di battute e aneddoti, ironizzava su tutto e su se stesso, mostrava lo stesso gusto del paradosso che poi trasfondeva negli Aforismi che tornato a casa scriveva ma non pubblicava. A volte era persino disarmante per come introduceva gli argomenti più difficili. In un'epoca di ugualitarismo spinto (almeno a livello di cose dette), Franchini chiedeva ai suoi studenti: è giusto dare a tutti una bistecca, o piuttosto non è profonda ingiustizia darla pure a chi preferisce il pesce? Era stupefacente come riusciva a stemperare, con una battuta, anche le situazioni più tese. Se si dovesse dare un senso al suo coerentissimo percorso di pensiero, sarebbe forse giusto riferirsi perciò a quel "senso del terrestre", o della vita quotidiana, di cui parlerà, nella sua relazione, la sua allieva e erede ella cattedra di Filosofia Teoretica Renata Viti Cavaliere. Del suo maestro Benedetto Croce, Raffaello Franchini aveva fatta propria soprattutto la lotta all'intellettualismo: lo scacco alla metafisica andava dato combattendo tutte le forme di pensiero astratto, anche quelle più nascoste e che si traducevano se non in pensieri in atti, comportamenti, arbitri e arroganze. Franchini, in questo senso, è stato un radicalizzatore del pensiero crociano, da cui ha eliminato le scorie di metafisica che restavano: le categorie sono diventate in lui semplici "finzioni" " modi di agire nella realtà, tutti egualmente importanti); il giudizio da modo di capire il reale ad azione volta a trasformarlo; il progresso da legge storica a regola individuale e collettiva del migliorarsi anche sbagliando; la dialettica (termine peraltro infelice) da logica della metafisica a modalità del conversar dialogando. In una parola, Franchini ha compiuto fino in fondo quell'Eutanasia dei principi logici (come recita il titolo del suo ultimo libro) che è l'essenza stessa della filosofia del Novecento. Che l'abbia compiuta a Napoli, città per molti versi arcaica e premoderna, e che l'abbia compiuta prima che nel mondo intero cadessero muraglie e mattoncini, non può che farcelo ricordare come uno di quegli innovatori a cui non arrise la complicità del contesto storico - geografico.
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