| Nei tardi anni Settanta e negli anni Ottanta seguire all'Università il corso di Raffaello Franchini era, per
noi studenti, o una scelta dettata dalla proverbiale disponibilità che egli mostrava a lezione o agli esami,
oppure era una sfida originale e interessante. Chi si decideva per il corso di filosofia teoretica con
Franchini, va detto ad onor del vero, cominciava ad essere palesemente snobbato non solo dagli altri
studenti ma anche dal corpo professorale che oggi apprezza invece ed esalta la dimensione e la statura
della sua personalità. E ciò non è strano: Franchini si opponeva infatti, nel pieno della maturità, a due
forme di retorica allora dominanti: quella "rivoluzionaria" e tardo - sessantottina di studenti altamente
politicizzati; e quella angusta e asfitticamente chiusa nei propri percorsi "teologali" di un corpo docente
che il più delle volte, alla Federico II, non aveva ancora fatto fino in fondo i conti con la modernità. Da
allora, molta acqua è passata sotto i ponti. E non solo l'Università e l'Istituto Orientale di Napoli e
l'Università di Messina ricordano Franchini con un seminario di due giorni a dieci anni dalla morte
(avvenuta, lui settantenne, il 19 settembre 1990), ma le sue idee politiche e la sua impostazione
metodologica sono comunemente accettate e riconosciute come le uniche veramente adatte alla nostra
età post-metafisica e post-ideocratica.
Nella storia della filosofia italiana del Novecento è ora uno dei più citati: per i suoi studi sul progresso,
sull'agire umano, sull'attività del giudicare, su personaggi cardine della storia del pensiero
contemporaneo come Hayek e Heidegger (di cui fu tra i primissimi a parlare in Italia). Ma anche la sua
instancabile attività di organizzatore culturale, di cittadino impegnato, di giornalista (ha collaborato
tantissimo a questa pagina culturale) contribuiscono a delineare la fisionomia di una figura a tutto tondo
di intellettuale moderno: inattuale e spesso precursore nel suo tempo, attualissimo oggi. Sicuramente il
filo del liberalismo individuato del convegno napoletano è quello esatto, i suoi interessi e le sue passioni,
le sue posizioni e le sue idiosincrasie. Non credo però che il termine "militante" usato da Girolamo
Cotroneo nel titolo della sua relazione: Franchini non aveva nulla del missionario, non intendeva
affermare un'idea.
Egli proponeva invece un metodo di studio e un approccio al reale basato sulla discussione, sulla presa
di posizione, sulla ricerca in comune di una verità disinteressata. In questo senso il liberalismo permeava
tutta la sua vita. Egli non divideva perciò la sua esistenza nell' "alto" degli impegni accademici e nel
"basso" della banalità quotidiana, come spesso facevano i suoi colleghi: senza imbarazzo lasciava
trasparire il suo essere borghese dal modo di vestire, dall'amore per i viaggi, dal rifuggire con
accuratezza dall'imperante pregiudizio antiamericano. Franchini era un borghese e si vantava di esserlo:
nei suoi libri dimostrava come il pregiudizio "antiborghese", lungi dall''essere qualcosa di "profondo", era
in verità frutto di improvvisazione e di cattiva coscienza. "Rivoluzionario", e non sembri una sciocchezza
affermarlo, era il suo comportamento "naturale": al contrario degli altri professori, che giungevano in
facoltà con uno stuolo di portaborse, Franchini arrivava col suo maggiolino, cercava un parcheggio,
prendeva un caffè e una sfogliatella conversando con il barista e saliva a lezione. Qui condiva le sue
dissertazioni di battute e aneddoti, ironizzava su tutto e su se stesso, mostrava lo stesso gusto del
paradosso che poi trasfondeva negli Aforismi che tornato a casa scriveva ma non pubblicava. A volte era
persino disarmante per come introduceva gli argomenti più difficili. In un'epoca di ugualitarismo spinto
(almeno a livello di cose dette), Franchini chiedeva ai suoi studenti: è giusto dare a tutti una bistecca, o
piuttosto non è profonda ingiustizia darla pure a chi preferisce il pesce? Era stupefacente come riusciva
a stemperare, con una battuta, anche le situazioni più tese. Se si dovesse dare un senso al suo
coerentissimo percorso di pensiero, sarebbe forse giusto riferirsi perciò a quel "senso del terrestre", o
della vita quotidiana, di cui parlerà, nella sua relazione, la sua allieva e erede ella cattedra di Filosofia
Teoretica Renata Viti Cavaliere. Del suo maestro Benedetto Croce, Raffaello Franchini aveva fatta
propria soprattutto la lotta all'intellettualismo: lo scacco alla metafisica andava dato combattendo tutte le
forme di pensiero astratto, anche quelle più nascoste e che si traducevano se non in pensieri in atti,
comportamenti, arbitri e arroganze. Franchini, in questo senso, è stato un radicalizzatore del pensiero
crociano, da cui ha eliminato le scorie di metafisica che restavano: le categorie sono diventate in lui
semplici "finzioni" " modi di agire nella realtà, tutti egualmente importanti); il giudizio da modo di capire il
reale ad azione volta a trasformarlo; il progresso da legge storica a regola individuale e collettiva del
migliorarsi anche sbagliando; la dialettica (termine peraltro infelice) da logica della metafisica a modalità
del conversar dialogando. In una parola, Franchini ha compiuto fino in fondo quell'Eutanasia dei principi
logici (come recita il titolo del suo ultimo libro) che è l'essenza stessa della filosofia del Novecento. Che
l'abbia compiuta a Napoli, città per molti versi arcaica e premoderna, e che l'abbia compiuta prima che
nel mondo intero cadessero muraglie e mattoncini, non può che farcelo ricordare come uno di quegli
innovatori a cui non arrise la complicità del contesto storico - geografico. |