RASSEGNA STAMPA

3 DICEMBRE 2000
MAURIZIO FERRARIS
Baumgarten, concetti chiari ma non distinti
Per il ventennale del Centro studi di estetica di Palermo una nuova edizione del testo che ha inaugurato la disciplina
Alexander Gottlieb Baumgarten, "L'Estetica", a cura di Salvatore Tedesco, traduzione di Francesco Caparrotta, Anna Li Vigni, Salvatore Tedesco, consulenza scientifica e revisione di Elisa Romano, Palermo 2000, Aesthetica Edizioni, . 364, L. 50.000
Nell'Estetica (1750, seconda parte 1758), Baumgarten battezza una nuova disciplina, e la definisce come "scienza della conoscenza sensibile", specificandola in "teoria delle arti liberali, gnoseologia inferiore, arte del pensare in modo bello, arte dell'analogo della ragione". Dalla teoria delle arti liberali, restringendo o allargando, è venuta fuori la filosofia dell'arte, L'arte del pensare in modo bello è ciò che hanno sempre promesso, senza mantenerlo, le poetiche e le retoriche, i segretari galanti, i libri di temi svolti. Il resto della definizione, però, richiede qualche breve chiarificazione, ed è la cosa davvero interessante.
Tante volte si dice "non ne ho la più pallida idea", e si intende con questo che non si ha la minima idea. Se la si avesse, allora l'idea sarebbe chiara e distinta. Difatti, Cartesio aveva postulato che le idee (cioè, per lui, ogni sorta di rappresentazione), se sono chiare risultano anche distinte, e aveva riconosciuto in questo la misura della certezza. Io vedo una penna, bene illuminata, sul tavolo davanti a me. Contemporaneamente, penso che è una penna, so come usarla e, al limite, saprei anche come fabbricarla. Questo sembra ovvio, e infatti la formula "chiaro e distinto" si è imposta con la perentorietà di un proverbio. Ma poniamo che la penna fosse in realtà una bomba (è capitato anche questo). Capirei, troppo tardi, che ne avevo una conoscenza chiara, ma non distinta e - al solito - che le apparenze ingannano (mentre a ingannare sono le ingerenze che se ne traggono). Come la mettiamo? Non è il solo problema. Cartesio dice anche: io vedo prima la cera dura e odorosa, poi la fondo, e diventa molle e inodore. Se non avessi un'idea di sostanza, non potrei capire che si tratta della stessa cosa. Viene Locke e replica: quando il re del Siam visitò l'Inghilterra, vide del ghiaccio, e non aveva la più pallida idea del fatto che fosse acqua congelata. Di nuovo, come la mettiamo? Così, i razionalisti riescono abbastanza bene a isolare un insieme di idee chiare e distinte (2
2 = 4, il tutto è più grande delle parti eccetera). Gli empiristi hanno buon gioco a dimostrare che per un fanciullo o un pazzo questi principi non valgono, ma poi si trovano in imbarazzo di fronte alla matematica, perché, ammettiamolo, solo un fanciullo o un pazzo potrebbe sostenere che 2
2 = 4 è un'abitudine o un pregiudizio.
Ed è qui che Leibniz ha un colpo di genio. Cartesio, molto semplicemente, ha sbagliato a credere che le cose chiare siano anche, automaticamente, distinte. Bisogna piuttosto immaginare un albero, per cui le conoscenze possono essere oscure o chiare, ma poi, una volta chiare, possono essere o confuse o distinte. I vantaggi della scelta sono ovvi: si può spiegare sia perché possiamo avere delle idee innate (erano oscure, un'esperienza può ridestarcele, però in maniera chiara ma non distinta) sia perché possiamo vedere con chiarezza una cosa e pensarne un'altra. Le basi per una scienza della conoscenza sensibile, chiara ma confusa, cioè dell'estetica del leibniziano Baumgarten, sono poste e, come capita, gli esiti sono stati due.
Il primo e più diretto è stato un elogio teorico e pratico della confusione nel pensiero, di cui forse non si sentiva il bisogno e che comunque non sarebbe piaciuto a un uomo d'altri tempi come Baumgarten, figuriamoci poi a Leibniz o a Cartesio, ma che piacque poi moltissimo sotto le vesti della filosofia dell'arte, specie dopo che Croce, con una tesi dir poco bizzarra sostenne che l'inventore vero dell'estetica era Vico, cantore dei bestioni e della sapienza poetica. Il secondo, molto indirettamente, è stato la percettología, che è possibile solo ammettendo che la sfera della sensibilità, il campo degli osservabili, è un ambito autonomo, retto da leggi proprie, e tutt'altro che mutevole o relativo.
Perché ci si sia buttati subito sull'arte (cioè, in questi termini, sul guazzabuglio del cuore umano), lasciando da parte la sensibilità, è presto detto, visto che anche Leibniz e Baumgarten condividevano la credenza meglio ripartita nel mondo, quella secondo cui la percezione sarebbe contingente (un analogo della ragione, un'abitudine, e non una ragione vera e propria).
Di solito, infatti, si sostiene che le apparenze sensibili sono fallaci, però non è detto che sia così. Se io meno un quadrato scuro su un campo chiaro, appare più scuro; se lo metto su un campo scuro, appare più chiaro. Questa, come si vede, è una legge che riguarda la percezione, e non ha nulla di arbitrario. Ma se accendo cento volte una lampadina, la centunesima volta potrebbe non accendersi, perché la lampadina è fulminata, come mostra la percezione, che dunque non ha alcuna colpa se la legge è sballata, visto che non ha proprio niente a che fare con quella legge. Così, la presunta contingenza della percezione è solo la contingenza di leggi che riguardano la percezione. Eppure Cartesio - come tanti prima e dopo di lui - conclude che i sensi ingannano, e che non è bene fidarsi di chi ci ha ingannati almeno una volta; quindi, una scienza della conoscenza sensibile non ha proprio ragion d'essere.
Da seguace di Leibniz, Baumgarten è più tollerante: le apparenze sono un gradino verso la verità (gnoseologia inferiore), ma la verità è un'altra cosa, è la ragione. Da questo punto di vista, Leibniz, e Baumgarten sulla sua scia, restano solo a metà del guado, e Kant avrà buon gioco a opporgli che i sensi non giudicano, dunque non hanno nulla a che fare con la verità, salvo poi cadere anche lui nell'equivoco per cui la percezione sarebbe contingente. Ma questa, ovviamente, è un'altra storia.
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