RASSEGNA STAMPA

28 NOVEMBRE 2000
ROBERTO FINZI
Il lungo secolo dei COMUNISMI
Esce in Francia un volume con i saggi di 23 ricercatori di tutto il mondo. Che analizzano un fenomeno politico al di là degli stereotipi e delle demonizzazioni
"Le siècle des communismes", di autori vari è edito in Francia da Les Editions de l'Atelier, pagine 542, franchi francesi 160, circa 50.000 lire
Per chi non s'accontenti degli stereotipi, il fenomeno comunista continua a essere un oggetto per più versi inafferrabile, stretto come è stato, e come sempre più è, fra una storia "santa" e una storia "demoniaca", gorgo generato pure, e pressoché dall'inizio, dall'interno dello stesso movimento comunista attraverso una autorappresentazione di sé quale luogo di una perenne lotta fra le forze del bene (la giusta linea che trovava innanzi a sé sempre nuovi ostacoli ) e del male (le "eresie" che a quella faticosa, ma certa, individuazione del buon operare s'opponevano). Un tentativo per uscire dalle secche di quella contrapposizione di stereotipi - fra cui, oggi, prevale largamente quello "demoniaco", rinvigorito dalla sconfitta storica del "socialismo realizzato" - è il volume collettaneo frutto del lavoro di ventitré ricercatori che operano fra Belgio, Bulgaria, Canada, Francia (di gran lunga la maggior parte, donde un certo francocentrismo di contenuti e riferimenti culturali), Germania, Gran Bretagna, Stati Uniti, Svizzera. La chiave per uscire dalla trappola storia "santa"-storia "demoniaca" sta, secondo gli autori, nel concetto di comunismo al plurale - secolo, il ventesimo, appunto secondo il titolo, "dei" comunismi e non "del" comunismo - all'interno del quale collocare la complessa fenomenologia, politica ma anche sociale ed umana, dei partiti comunisti, della loro azione di opposizione e di governo, delle esperienze, aspirazioni e speranze degli uomini che vi hanno militato, con dedizione non di rado assoluta, dei drammi e delle abiezioni di cui sono stati protagonisti e vittime (una volta di più pure qui emerge come delle persecuzioni, del terrore, delle violazioni immense dei diritti umani siano stati spesso oggetto dei comunisti, magari di lunga data e con alle spalle vite di lotta e di militanza). È una chiave feconda, non nuova peraltro per chi abbia un minimo di memoria storica.
Scrivono, ad esempio, i curatori nell'introduzione: "Anche il marxismo è plurale". Non era stato questo convincimento l'asse di un'opera di grande spessore come la Storia del marxismo, uscita per i tipi di Einaudi in cinque volumi fra il 1978 e il 1982 per la cura di Eric Hobsbawm, Georges Haupt, Franz Marek, Ernesto Ragionieri, Vittorio Strada, Corrado Vivanti, che i collaboratori di Le siècle des communismes mostrano curiosamente di non conoscere o che comunque ignorano sebbene uno di loro a essa avesse collaborato? Forse anche perché quella fatica einaudiana - ideata da intellettuali comunisti, che, dunque, l'idea di pluralità delle esperienze dei comunismi avevano ben chiara - ebbe la timidezza di non chiamarsi Storia dei marxismi?
Una chiave feconda, dicevo. Non senza difficoltà e clamorose assenze o semplificazioni (è stata notata, ad esempio, da Marc Ferro una notevole debolezza del volume quanto alle esperienze centro-europee e balcaniche per cui nel volume non figurano né Gottwald, né Nagy né Gomulka per non dire di un contestatore come Gilas) riesce a dar conto non solo della molteplicità ma anche, in qualche modo, della contraddizione tragica di un movimento che è speranza di libertà - di una libertà "integrale" - per milioni e milioni di persone e al tempo stesso costruttore di terribili regimi dittatoriali. Tuttavia quella chiave feconda non è, mi pare, usata per aprire, o almeno saggiare, tutte le serrature di tutte le porte che si parano dinanzi agli esploratori del plurale universo comunista. Due esempi. Claude Pennetier e Bernard Pudal analizzano l'evoluzione del concetto e dell'organizzazione di partito nella realtà e nell'immaginario comunisti e si soffermano sul suo divenire "istituzionale totale" non solo laddove dà luogo a regimi. Ora, da un punto di vista analitico, il caso più interessante poteva e doveva essere quella strana creatura che è stato il Pci in cui quella "istituzione totale" viveva all'interno di una realtà assai diversa: il "partito nuovo" postbellico e l'universo delle organizzazioni "di massa" al Pci collegate e/o dal Pci promosse. Di più: per certi versi, anche per quanto concerne il Pci, quel modello assume una maggiore forza quanto più s'allontana la età del ferro e del fuoco e il partito si fa, per certi versi, aperto. Mi chiedo, e propongo, ai ricercatori: il "cuore" del partito nelle sue articolazioni concrete (federazioni, comitati regionali, apparati centrali) fu davvero più permeabile, meno totale e totalizzante, negli anni del governo del partito da parte degli uomini che non avevano fatto l'esperienza della terza internazionale? Al di là delle apparenze, se si guarda alla formazione di gruppi dirigenti di fatto sempre più ristretti fino all'attuale rinsecchita oligarchia postcomunista, l'interrogativo è assai più pregnante che non sembri. Seconda questione.
Giustamente si analizzano - lo fa Bruno Groppo - le articolazioni dell'antifascismo di matrice comunista. Mi pare però sfuggano - o almeno non si focalizzano in modo adeguato - due questioni. La prima è relativa all'asserto, che condivido, secondo cui "negli anni '30 l'antifascismo fu l'esperienza politica attraverso cui si formò, in diversi paesi, un'intera generazione di militanti comunisti". A guardare a quanto avvenne in Cecoslovacchia dopo la guerra o alla sorte del comitato ebraico antifascista occorrerebbe porsi una specifica domanda sulla contraddizione in cui entra questa esperienza con la realtà dello stalinismo rafforzato dal "gelo" internazionale postbellico. A est come a ovest, sebbene con esiti diversi, l'antifascismo vincitore è schiacciato e sconfitto dalla guerra fredda, le cui responsabilità non ricadono sulle spalle di una sola parte. E qui s'innesta il secondo punto cui vorrei accennare. Vi sono esperienze in cui quest'esito viene scientemente rinviato dando vita a fatti istituzionali non irrilevanti. Mi riferisco in particolare al nostro paese e alla nostra Costituzione, su cui non si può semplicemente dire che poiché l'antifascismo era patrimonio in Italia di un largo spettro di forze queste scrissero la Carta fondamentale della Repubblica dimenticando che ciò si dette in un momento di piena e già avvenuta rottura del quadro delle alleanze internazionali. Proporre ragionamenti, cercare di smontare gli stereotipi, stimolare critiche pacate, indurre interrogativi di ricerca, anche in un quadro segnato da carenze notevoli, non è davvero poco per un libro di questi tempi.
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vedi anche
Filosofia (e) politica