Il lungo secolo dei COMUNISMI| Esce in Francia un volume con i saggi di 23
ricercatori di tutto il mondo. Che analizzano un
fenomeno politico al di là degli stereotipi e delle
demonizzazioni |
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| "Le siècle des communismes", di autori vari è edito in
Francia da Les Editions de l'Atelier, pagine 542, franchi francesi
160, circa 50.000 lire | Per chi non s'accontenti degli stereotipi, il fenomeno
comunista continua a essere un oggetto per più versi
inafferrabile, stretto come è stato, e come sempre più è, fra
una storia "santa" e una storia "demoniaca", gorgo generato
pure, e pressoché dall'inizio, dall'interno dello stesso
movimento comunista attraverso una autorappresentazione di
sé quale luogo di una perenne lotta fra le forze del bene (la
giusta linea che trovava innanzi a sé sempre nuovi ostacoli ) e
del male (le "eresie" che a quella faticosa, ma certa,
individuazione del buon operare s'opponevano). Un tentativo
per uscire dalle secche di quella contrapposizione di stereotipi
- fra cui, oggi, prevale largamente quello "demoniaco",
rinvigorito dalla sconfitta storica del "socialismo realizzato" - è
il volume collettaneo frutto del lavoro di ventitré ricercatori che
operano fra Belgio, Bulgaria, Canada, Francia (di gran lunga la
maggior parte, donde un certo francocentrismo di contenuti e
riferimenti culturali), Germania, Gran Bretagna, Stati Uniti,
Svizzera. La chiave per uscire dalla trappola storia
"santa"-storia "demoniaca" sta, secondo gli autori, nel
concetto di comunismo al plurale - secolo, il ventesimo,
appunto secondo il titolo, "dei" comunismi e non "del"
comunismo - all'interno del quale collocare la complessa
fenomenologia, politica ma anche sociale ed umana, dei partiti
comunisti, della loro azione di opposizione e di governo, delle
esperienze, aspirazioni e speranze degli uomini che vi hanno
militato, con dedizione non di rado assoluta, dei drammi e
delle abiezioni di cui sono stati protagonisti e vittime (una
volta di più pure qui emerge come delle persecuzioni, del
terrore, delle violazioni immense dei diritti umani siano stati
spesso oggetto dei comunisti, magari di lunga data e con alle
spalle vite di lotta e di militanza). È una chiave feconda, non
nuova peraltro per chi abbia un minimo di memoria storica.
Scrivono, ad esempio, i curatori nell'introduzione: "Anche il
marxismo è plurale". Non era stato questo convincimento
l'asse di un'opera di grande spessore come la Storia del
marxismo, uscita per i tipi di Einaudi in cinque volumi fra il
1978 e il 1982 per la cura di Eric Hobsbawm, Georges Haupt,
Franz Marek, Ernesto Ragionieri, Vittorio Strada, Corrado
Vivanti, che i collaboratori di Le siècle des communismes
mostrano curiosamente di non conoscere o che comunque
ignorano sebbene uno di loro a essa avesse collaborato? Forse
anche perché quella fatica einaudiana - ideata da intellettuali
comunisti, che, dunque, l'idea di pluralità delle esperienze dei
comunismi avevano ben chiara - ebbe la timidezza di non
chiamarsi Storia dei marxismi?
Una chiave feconda, dicevo. Non senza difficoltà e clamorose
assenze o semplificazioni (è stata notata, ad esempio, da Marc Ferro una notevole debolezza del volume quanto alle esperienze
centro-europee e balcaniche per cui nel volume non figurano né
Gottwald, né Nagy né Gomulka per non dire di un contestatore
come Gilas) riesce a dar conto non solo della molteplicità ma
anche, in qualche modo, della contraddizione tragica di un
movimento che è speranza di libertà - di una libertà "integrale" -
per milioni e milioni di persone e al tempo stesso costruttore di
terribili regimi dittatoriali. Tuttavia quella chiave feconda non è,
mi pare, usata per aprire, o almeno saggiare, tutte le serrature di
tutte le porte che si parano dinanzi agli esploratori del plurale
universo comunista. Due esempi. Claude Pennetier e Bernard Pudal analizzano l'evoluzione del concetto e dell'organizzazione
di partito nella realtà e nell'immaginario comunisti e si
soffermano sul suo divenire "istituzionale totale" non solo
laddove dà luogo a regimi. Ora, da un punto di vista analitico, il
caso più interessante poteva e doveva essere quella strana creatura
che è stato il Pci in cui quella "istituzione totale" viveva
all'interno di una realtà assai diversa: il "partito nuovo"
postbellico e l'universo delle organizzazioni "di massa" al Pci
collegate e/o dal Pci promosse. Di più: per certi versi, anche per
quanto concerne il Pci, quel modello assume una maggiore forza
quanto più s'allontana la età del ferro e del fuoco e il partito si fa,
per certi versi, aperto. Mi chiedo, e propongo, ai ricercatori: il
"cuore" del partito nelle sue articolazioni concrete (federazioni,
comitati regionali, apparati centrali) fu davvero più permeabile,
meno totale e totalizzante, negli anni del governo del partito da
parte degli uomini che non avevano fatto l'esperienza della terza
internazionale? Al di là delle apparenze, se si guarda alla
formazione di gruppi dirigenti di fatto sempre più ristretti fino
all'attuale rinsecchita oligarchia postcomunista, l'interrogativo è
assai più pregnante che non sembri. Seconda questione.
Giustamente si analizzano - lo fa Bruno Groppo - le articolazioni
dell'antifascismo di matrice comunista. Mi pare però sfuggano - o
almeno non si focalizzano in modo adeguato - due questioni. La
prima è relativa all'asserto, che condivido, secondo cui "negli anni
'30 l'antifascismo fu l'esperienza politica attraverso cui si formò,
in diversi paesi, un'intera generazione di militanti comunisti". A
guardare a quanto avvenne in Cecoslovacchia dopo la guerra o
alla sorte del comitato ebraico antifascista occorrerebbe porsi una
specifica domanda sulla contraddizione in cui entra questa
esperienza con la realtà dello stalinismo rafforzato dal "gelo"
internazionale postbellico. A est come a ovest, sebbene con esiti
diversi, l'antifascismo vincitore è schiacciato e sconfitto dalla
guerra fredda, le cui responsabilità non ricadono sulle spalle di
una sola parte. E qui s'innesta il secondo punto cui vorrei
accennare. Vi sono esperienze in cui quest'esito viene
scientemente rinviato dando vita a fatti istituzionali non
irrilevanti. Mi riferisco in particolare al nostro paese e alla nostra
Costituzione, su cui non si può semplicemente dire che poiché
l'antifascismo era patrimonio in Italia di un largo spettro di forze
queste scrissero la Carta fondamentale della Repubblica
dimenticando che ciò si dette in un momento di piena e già
avvenuta rottura del quadro delle alleanze internazionali.
Proporre ragionamenti, cercare di smontare gli stereotipi,
stimolare critiche pacate, indurre interrogativi di ricerca, anche in
un quadro segnato da carenze notevoli, non è davvero poco per un
libro di questi tempi. |