Una testa d'uovo in bilico sul surf| "Ballando nudi nel campo della mente" del Nobel per la chimica Kary Mullis |
| Dall'identikit lo diresti una rockstar, un santone della New Age o un petroliere
multimiliardario: 56 anni, surfista, sposato quattro volte. Adora raccontare le sue
esperienze (tante) con droghe di varia composizione e provenienza. Crede
nell'astrologia, negli alieni in visita sulla Terra, nei viaggi astrali. Non crede all'utilità
della fisica quantistica o della psicologia, e neppure alla responsabilità umana del
riscaldamento globale. Ma Kary B. Mullis, per strano che sembri, è uno scienziato. E di
primo ordine. Nel 1993 ha vinto il premio Nobel per la chimica, per aver inventato, dice
lui, ciò che "ha reso possibile la maggior parte delle scoperte relative al Dna". Ha
ragione: ha creato la Pcr (acronimo inglese che sta per "reazione a catena della
polimerasi"), procedimento geniale grazie al quale i laboratori di tutto il mondo,
partendo da campioni microscopici, riescono a ottenere Dna in quantità da ogni
organismo. Il risultato? Analisi mediche un tempo impensabili, tecniche di ingegneria
genetica rapide e a buon mercato, vita grama per i serial killer, incastrati da un capello o
da un mozzicone di sigaretta. E, forse, Jurassic Park: da una goccia di sangue grande
come una punta di spillo, contenuta nella pancia di una zanzara fossile, si potrà
ricostruire (con un po' di fortuna e una macchina per la Pcr) il patrimonio genetico di un
dinosauro.
Ma Mullis non ha bisogno di presentazioni. Adora presentarsi da sé e ha trovato la
maniera più spavalda per farlo. Ballando nudi nel campo della mente (Baldini &
Castoldi, pp. 224, L. . 26.000) è l'autoritratto di un vulcano: incandescente,
insopportabile, pericoloso. E divertente.
E' incandescente, Mullis, perché adora dipingersi come un outsider, un irriverente
guascone, un donnaiolo (la quarta moglie, curatrice del testo, ha imposto tagli ai passi
hardcore che erano in bozza). Ci racconta di come abbia apostrofato "dolcezza"
l'imperatrice del Giappone, di come grazie all'ingegneria genetica (e grazie a lui) "la
nostra volontà si compirà sulla terra, mentre voleremo nel cielo, tra le stelle". Ci avvisa
che se prendiamo una dose di dimetiltriptamina dieci volte superiore a quella
consigliabile, come ha fatto lui, potremmo scoprire che non riusciamo a riconoscere
nostro figlio. E ancora: vuole convincerci di essere stato rapito da un alieno simile a un
procione luminescente, di essere capace di esperienze telepatiche, di aver incontrato
una donna che gli aveva salvato la vita per telecinesi.
E' anche insopportabile, Mullis, e pericoloso. Perché pretende di dare priorità alle
scienze che dimostrano una utilità pratica immediata e visibile. Getta nella spazzatura
fisica delle particelle elementari e cosmologia, perché si occupano di cose troppo
piccole o troppo grandi: "è davvero necessario investire miliardi di dollari per realizzare
macchinari che forse consentiranno ad alcune delle nostre stimatissime teste d'uovo di
entrare in contatto con una realtà che è tanto lontana da tutto quello che può essere
trasformato in qualcosa di utile, che loro soli sono destinati a trarne qualche
emozione?". La cosa da fare con i fisici, invece, è metterli a lavorare su questioni utili e
urgenti. Vale a dire: scovare e rendere inoffensivi gli asteroidi che potrebbero caderci in
testa, mettersi in contatto con gli extraterrestri, fare previsioni del tempo. Ma non solo.
La sociologia è una disciplina noiosa, inutile, ignorante. Mentre gli psicologi, che non
accettano l'astrologia nei loro piani di studio, "ragionano col culo, e di solito hanno
bisogno di più aiuto di quello che possono offrire" (e, d'altronde, "sono un branco di
incompetenti profumatamente pagati: non possono aggiustare un cuore infranto").
Guasconate a parte, il pragmatismo facile di Mullis è divertente ma pericoloso. Perché,
aggirando a suon di coprolalìe ogni riflessione epistemologica o politica, tende a
sostituire al dibattito sul significato sociale della scienza una visione agnostica e
individualista. Agli occhi di Murris l'ecologia è truffaldina quanto la fisica teorica. E
l'argomentazione è di una superficialità soprendente: inutile parlare di equilibrio
ecologico, dato che la natura si basa sul cambiamento. Inoltre, la temperatura del pianeta
dipende da mille fattori ma non dalle nostre attività, perché noi siamo solo un sottile
strato di muschio e "non arriviamo neanche a solleticare le piante dei piedi al pianeta".
Gli scienziati delle agenzie di protezione ambientale (come pure quelli del National
Institute of Health) sono "una sconfinata massa di stronzi senza nome che passa la vita ad
arricchirsi" e inventano fandonie catastrofiste sul riscaldamento globale perché "temono
che se non ci preoccupassimo e non ci sentissimo in colpa potremmo smettere di
pagare i loro salari".
Forse Mullis scrive per divertirsi dello scandalo, o per vendere più copie. Forse ci
crede. In ogni caso, è personaggio da guardare come si guardano i vulcani: da lontano, o
con i mezzi adatti. Affascinante, coloratissimo (la traduzione dall'americano lo rende
alla perfezione) e letale. Vale la pena di leggerlo, perché è solo una tessera del mosaico,
diversissima dalle altre, ma è uno degli esempi di come siano cambiati il fare scienza,
l'immagine che lo scienziato ha di sé, e l'immagine che la gente ha del significato della
scienza. E perché, al di là dello show, osservare Mullis attraverso il vetrino affumicato
del sociologo o dello storico della scienza può far riflettere proprio sulle cose sulle
quali lui non vuole riflettere. |