RASSEGNA STAMPA

22 NOVEMBRE 2000
MASSIMO DE ANGELIS
Un decalogo contro il dottor Frankenstein
Cresce l'esigenza di un decalogo della bioetica oltre le ideologie e i forti interessi economici in campo
Oltre gli opposti "clericalismi", la Chiesa non è affatto ostile ai progressi scientifici in questo campo
Non i partiti o il governo, ma il parlamento deve stabilire norme chiare ascoltando il dibattito tra le coscienze
Il dibattito sulle biotecnologie cresce, ed è bene che sia così. Lo sviluppo delle ricerche in questo campo, la loro applicazione all'uomo costituiscono una rivoluzione scientifica senza precedenti, specie se si guarda tale evoluzione in combinata con le innovazioni nel campo dell'informatica e delle intelligenze artificiali. È un nuovo mondo che si sta facendo. Ma proprio perciò, e proprio perché la scienza sta procedendo rapidissimamente, è indispensabile che le coscienze maturino, che l'opinione pubblica si sintonizzi con questi problemi, che questi entrino nel circuito della discussione democratica. Può esser utile, a tale scopo, provarsi a proporre alcuni punti fermi al dibattito, anche alla luce di quanto sperimentato dalla riflessione in corso in altri Paesi. Il primo di tali punti fermi dovrebbe esser quello di smetterla di considerare la questione una controversia tra conservatori e innovatori, ascrivendo i credenti al primo campo e i "laici" al secondo. Siffatta visione ottocentesca è del tutto fuorviante rispetto all'esigenza di raggiungere una consapevolezza comune degli effetti sconvolgenti (in positivo o in negativo, dipende da tutti noi) che si annunciano sul piano antropologico, etico, sociale. Una visione radicata tanto da lambire persino una persona così equilibrata come Angelo Panebianco, il quale, in un fondo sul "Corriere della sera" di lunedì, lamentava che anche in questo campo l'Italia sarebbe schiacciata tra gli "opposti clericalismi di chi vorrebbe in nome della fede bloccare la ricerca scientifica e chi vede solo congiure di preti". Estremisti ce ne sono da ogni parte, è sin ovvio. Ma anche la recente decisione del Policlinico Gemelli di istituire una banca cellule dimostra che la Chiesa non è assolutanmente chiusa al progresso scientifico in questo campo. Il secondo punto fermo dovrebbe esser quello di considerare inadeguate ed erronee, in questo campo, sia le posizioni proibizioniste che liberiste. Le prime non solo perché irrealistiche, ma anche in quanto non consentirebbero di cogliere i frutti preziosi che dall'innovazione possono provenire. Le seconde perché pericolose. Esse tradiscono, infatti, l'origine essenziale di ogni coscienza laica nonché del sapere empirico: il socratico "so di non sapere". Noi non sappiamo, ecco il punto, gli effetti a lunga scadenza dei cibi transgenici, ignoriamo se, magari per curare una malattia, rischiamo di creare i presupposti per la diffusione di una terribile nuova epidemia. Tale consapevolezza non deve portare alla rinuncia. Ma alla estrema cautela sì. A operare il minimo indispensabile e per importanti motivi terapeutici. Non, per esempio, per consentire al capriccio di chi vuole assolutamente un figlio maschio e non femmina. Anche questo, infatti, potrebbe alterare l'equilibrio demografico tra i sessi che, misteriosamente, in natura ciclicamente si riproduce.
Ecco che allora la libertà del singolo confligge con quella della comunità e questa deve chiedersi: ne vale la pena? In definitiva, resta la domanda: che cosa è lecito fare e che cosa no? Da questo punto di vista la controversia non è sul rapporto che ciascuno di noi instaura con Dio, ma su quello che stabilisce con l'essere umano, proprio e altrui. Fondamentale, al riguardo, mi sembra il richiamo che il cardinal Ruini ha fatto in proposito, nel suo discorso al Consiglio della Cei, a Kant, alla massima kantiana che invita a considerare l'altro uomo "sempre come fine e non mai come mezzo". Un principio che può davvero valere per tutti. E che non costituisce una semplice ispirazione ma può trovare immediate e stringenti applicazioni pratiche. Per esempio.
Riprodurre delle cellule umane, creare delle banche di cellule animali o umane, adoperabili per curare gravi malattie può essere cosa assai utile. Può risultare una alternativa più efficace e meno traumatica del trapianto d'organi. Ma che dire, invece, dell'ipotesi di clonare un individuo, utilizzando la sua copia come cassetta degli attrezzi: oggi gli tolgo questo, domani quest'altro? Sarebbe certo mostruoso, l'uso radicale di un altro individuo come mezzo. Per tutto ciò, è necessaria una ampia e partecipata discussione su tali ricerche scientifiche e sulle loro applicazioni. Perché, i primi a dirlo sono gli scienziati, è difficile (e però necessaria) la ponderazione del rapporto costo-benefici e cause-effetti di ciascuna scelta. E perché potenti sono le tecniche in campo, gli interessi, concentrati e diffusi, che intorno a esse ruotano e ruoteranno. Aggiungerei che è indispensabile potenziare il dialogo anche tra scienziati di diverse discipline. Prendiamo il caso della procreazione assistita. A parte le considerazioni di carattere morale, non è forse lecito chiedersi cosa sarebbe dell'assetto antropologico della nostra civiltà una volta che, attraverso la clonazione, divenisse non eccezionale ma normale la possibilità di esser figli non di un padre e di una madre ma di un solo individuo? Cosa ne sarebbe dei nostri archetipi, delle icone interne a ogni bambino e futuro adulto? Chi può dirlo? È difficile per una coscienza liberale sottrarsi indifferente a siffatte questioni. Altro è il discorso di una cultura laicista, che si è propagata negli ultimi decenni, e che è però figlia di principii ideali che, col pensiero liberale, hanno poco a che spartire. Due sono, fondamentalmente gli idòla di tale cultura. L'ineluttabilità benefica del progresso tecnologico e l'idea che il progresso sociale si identifichi con la pura e semplice estensione dei diritti e dei desideri individuali. Non è difficile scorgere le fonti di tale cultura: il meccanicismo marxista e il giacobinismo della libertà assoluta, teorie alternative al liberalismo e tali da condurre, come si è visto, a un approdo opposto a quello della libertà, al totalitarismo. Più aderente a una visione liberale mi sembra la visione secondo cui la libertà è certo il valore da preservare ma essa può esser minacciata anche da certe tecnologie da un lato, e, dall'altro, può perdersi se non viene vissuta in costante riferimento a principi condivisi, a un vincolo morale che nasce dalla dialettica tra individuo e comunità (a cominciare da quella familiare) e che vale come verità. Tutto ciò conduce a un ultimo ordine di considerazioni. I temi riguardanti le biotecnologie, che investono infine il rapporto tra l'etica e la vita, per la loro stessa natura, non possono essere integralmente risolti nella e dalla politica. Non possono, penso, vincolare un programma di governo. Si tratta, infatti, di temi che insieme attengono alla libertà individuale e la trascendono, coinvolgendo la vita di altri e infine il destino dell'intera famiglia umana. Questo implica che non i partiti, non il governo ma il Parlamento debba essere il vero protagonista. È questa la via maestra per sfuggire sia alle formidabili sirene dello Stato etico sia ai comodi alibi del relativismo. Allo stesso tempo, però, si tratta di capire se vogliamo restare fedeli al retaggio della nostra civiltà, al valore unico e irripetibile della persona oppure no, se di conseguenza il nostro approccio è quello per dir così di un pragmatismo temperato, aperto al talento scientifico ma anche consapevole dei limiti e degli errori connaturati all'agire umano o se altro deve diventare il nostro orizzonte.
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Bioetica