Un decalogo contro il dottor
FrankensteinCresce l'esigenza di un decalogo della bioetica oltre le
ideologie e i forti interessi economici in campo Oltre gli opposti "clericalismi", la Chiesa non è affatto ostile ai
progressi scientifici in questo campo Non i partiti o il governo, ma il parlamento deve stabilire norme chiare
ascoltando il dibattito tra le coscienze |
| Il dibattito sulle biotecnologie cresce, ed è bene che sia così. Lo
sviluppo delle ricerche in questo campo, la loro applicazione
all'uomo costituiscono una rivoluzione scientifica senza
precedenti, specie se si guarda tale evoluzione in combinata con le
innovazioni nel campo dell'informatica e delle intelligenze
artificiali. È un nuovo mondo che si sta facendo. Ma proprio
perciò, e proprio perché la scienza sta procedendo
rapidissimamente, è indispensabile che le coscienze maturino, che
l'opinione pubblica si sintonizzi con questi problemi, che questi
entrino nel circuito della discussione democratica.
Può esser utile, a tale scopo, provarsi a proporre alcuni punti
fermi al dibattito, anche alla luce di quanto sperimentato dalla
riflessione in corso in altri Paesi. Il primo di tali punti fermi
dovrebbe esser quello di smetterla di considerare la questione una
controversia tra conservatori e innovatori, ascrivendo i credenti al
primo campo e i "laici" al secondo. Siffatta visione ottocentesca è
del tutto fuorviante rispetto all'esigenza di raggiungere una
consapevolezza comune degli effetti sconvolgenti (in positivo o in
negativo, dipende da tutti noi) che si annunciano sul piano
antropologico, etico, sociale. Una visione radicata tanto da
lambire persino una persona così equilibrata come Angelo
Panebianco, il quale, in un fondo sul "Corriere della sera" di
lunedì, lamentava che anche in questo campo l'Italia sarebbe
schiacciata tra gli "opposti clericalismi di chi vorrebbe in nome
della fede bloccare la ricerca scientifica e chi vede solo congiure
di preti". Estremisti ce ne sono da ogni parte, è sin ovvio. Ma
anche la recente decisione del Policlinico Gemelli di istituire una
banca cellule dimostra che la Chiesa non è assolutanmente chiusa
al progresso scientifico in questo campo.
Il secondo punto fermo dovrebbe esser quello di considerare
inadeguate ed erronee, in questo campo, sia le posizioni
proibizioniste che liberiste. Le prime non solo perché irrealistiche,
ma anche in quanto non consentirebbero di cogliere i frutti
preziosi che dall'innovazione possono provenire. Le seconde
perché pericolose. Esse tradiscono, infatti, l'origine essenziale di
ogni coscienza laica nonché del sapere empirico: il socratico "so
di non sapere". Noi non sappiamo, ecco il punto, gli effetti a
lunga scadenza dei cibi transgenici, ignoriamo se, magari per
curare una malattia, rischiamo di creare i presupposti per la
diffusione di una terribile nuova epidemia. Tale consapevolezza
non deve portare alla rinuncia. Ma alla estrema cautela sì. A
operare il minimo indispensabile e per importanti motivi
terapeutici. Non, per esempio, per consentire al capriccio di chi
vuole assolutamente un figlio maschio e non femmina. Anche
questo, infatti, potrebbe alterare l'equilibrio demografico tra i
sessi che, misteriosamente, in natura ciclicamente si riproduce.
Ecco che allora la libertà del singolo confligge con quella della
comunità e questa deve chiedersi: ne vale la pena?
In definitiva, resta la domanda: che cosa è lecito fare e che cosa
no? Da questo punto di vista la controversia non è sul rapporto
che ciascuno di noi instaura con Dio, ma su quello che stabilisce
con l'essere umano, proprio e altrui. Fondamentale, al riguardo,
mi sembra il richiamo che il cardinal Ruini ha fatto in proposito,
nel suo discorso al Consiglio della Cei, a Kant, alla massima
kantiana che invita a considerare l'altro uomo "sempre come fine
e non mai come mezzo". Un principio che può davvero valere per
tutti. E che non costituisce una semplice ispirazione ma può
trovare immediate e stringenti applicazioni pratiche. Per esempio.
Riprodurre delle cellule umane, creare delle banche di cellule
animali o umane, adoperabili per curare gravi malattie può essere
cosa assai utile. Può risultare una alternativa più efficace e meno
traumatica del trapianto d'organi. Ma che dire, invece, dell'ipotesi
di clonare un individuo, utilizzando la sua copia come cassetta
degli attrezzi: oggi gli tolgo questo, domani quest'altro? Sarebbe
certo mostruoso, l'uso radicale di un altro individuo come mezzo.
Per tutto ciò, è necessaria una ampia e partecipata discussione su
tali ricerche scientifiche e sulle loro applicazioni. Perché, i primi a
dirlo sono gli scienziati, è difficile (e però necessaria) la
ponderazione del rapporto costo-benefici e cause-effetti di
ciascuna scelta. E perché potenti sono le tecniche in campo, gli
interessi, concentrati e diffusi, che intorno a esse ruotano e
ruoteranno.
Aggiungerei che è indispensabile potenziare il dialogo anche tra
scienziati di diverse discipline. Prendiamo il caso della
procreazione assistita. A parte le considerazioni di carattere
morale, non è forse lecito chiedersi cosa sarebbe dell'assetto
antropologico della nostra civiltà una volta che, attraverso la
clonazione, divenisse non eccezionale ma normale la possibilità di
esser figli non di un padre e di una madre ma di un solo
individuo? Cosa ne sarebbe dei nostri archetipi, delle icone interne
a ogni bambino e futuro adulto? Chi può dirlo?
È difficile per una coscienza liberale sottrarsi indifferente a
siffatte questioni. Altro è il discorso di una cultura laicista, che si
è propagata negli ultimi decenni, e che è però figlia di principii
ideali che, col pensiero liberale, hanno poco a che spartire. Due
sono, fondamentalmente gli idòla di tale cultura. L'ineluttabilità
benefica del progresso tecnologico e l'idea che il progresso sociale
si identifichi con la pura e semplice estensione dei diritti e dei
desideri individuali. Non è difficile scorgere le fonti di tale
cultura: il meccanicismo marxista e il giacobinismo della libertà
assoluta, teorie alternative al liberalismo e tali da condurre, come
si è visto, a un approdo opposto a quello della libertà, al
totalitarismo.
Più aderente a una visione liberale mi sembra la visione secondo
cui la libertà è certo il valore da preservare ma essa può esser
minacciata anche da certe tecnologie da un lato, e, dall'altro, può
perdersi se non viene vissuta in costante riferimento a principi
condivisi, a un vincolo morale che nasce dalla dialettica tra
individuo e comunità (a cominciare da quella familiare) e che vale
come verità.
Tutto ciò conduce a un ultimo ordine di considerazioni. I temi
riguardanti le biotecnologie, che investono infine il rapporto tra
l'etica e la vita, per la loro stessa natura, non possono essere
integralmente risolti nella e dalla politica. Non possono, penso,
vincolare un programma di governo. Si tratta, infatti, di temi che
insieme attengono alla libertà individuale e la trascendono,
coinvolgendo la vita di altri e infine il destino dell'intera famiglia
umana. Questo implica che non i partiti, non il governo ma il
Parlamento debba essere il vero protagonista. È questa la via
maestra per sfuggire sia alle formidabili sirene dello Stato etico
sia ai comodi alibi del relativismo. Allo stesso tempo, però, si
tratta di capire se vogliamo restare fedeli al retaggio della nostra
civiltà, al valore unico e irripetibile della persona oppure no, se di
conseguenza il nostro approccio è quello per dir così di un
pragmatismo temperato, aperto al talento scientifico ma anche
consapevole dei limiti e degli errori connaturati all'agire umano o
se altro deve diventare il nostro orizzonte. |