La malinconia molecolareIn cerca di un equilibrio tra biologia e trattamento psichiatrico Oggi anche
i genetisti devono
tenere conto
delle variabili
individuali |
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| Furio Di Paola, "L'istituzione del male mentale. Critica dei fondamenti scientifici della psichiatria biologica", manifesto libri, Roma 2000, pagg. 160, L. 20.000. |
| Hilary Rose e Steven Rome, ed. by, "Alas, Poro Darwin. Arguments Against Evolutionary Psychology", Jonathan Cape, London 2000, pagg. 292, £ 17.99 |
| Lewis Wolpert, "Malignant Sadness. The Anatomy of Depression", Faber and Faber, London 1999, pagg. xii + 196, £ 9.99. | Praticamente tutte le rassegne di "genetica psichiatrica" si aprono con la premessa che, se già le malattie complesse di cui la medicina molecolare dovrebbe chiarire i meccanismi di suscettibilità genetica individuale rappresentano delle sfide straordinarie a causa della combinazione altamente variabile di numerosi geni ed effetti ambientali, in psichiatria la situazione è ancora più complessa. Intanto perché è raramente possibile fare diagnosi sulla base di un esame fisico o di test di laboratorio o avere conferme necroscopiche, senza considerare poi che per molte malattie mentali non si hanno che vaghe idee dei meccanismi patogenetici. Per quanto riguarda quindi la determinazione genetica del fenotipo comportamentale per così dire patologico, il ruolo dei singoli geni sarà molto difficilmente isolabile dal contesto dei rapporti con altri geni, con l'ambiente cellulare e con i fattori ambientali esterni.
In realtà, secondo gli autori di un articolo comparso a luglio sul "New EngIand Journal of Medicine", che sono anche tra i massimi esperti mondiali di test genetici, la genetica non rivoluzionerà la medicina perché le complesse modalità di determinazione genetica delle malattie comuni induce a dubitare sul fatto che "una predizione accurata sarà mai possibile". E invitano gli operatori di sanità pubblica a non cadere vittime dell'eccitazione e della pubblicità che circondano i test genetici, poiché questi non risolveranno i problemi della medicina e perché la maggior parte delle malattie continua a essere dovuta all'ambiente, agli stili di vita e a discriminazioni sociali.
La responsabilità civile dei ricercatori e il loro impegno nella comunicazione scientifica assumono a questo punto un particolare rilievo, e domani ne discuteranno all'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli (Palazzo Serra di Cassano, via Monte di Dio 14) Johnatan Beckwith e Edoardo Boncinelli. L'incontro è stato organizzato in collaborazione con la Fondazione Viamarconi 10, che fa riferimento all'Istituto Internazionale di Genetica e Biofisica di Napoli. Boncinelli è un'autorità internazionale negli studi sulla genetica dello sviluppo del cervello e Beckwith è un biologo molecolare che fu protagonista a metà degli anni Settanta del dibattito scientifico che sconfessò l'ipotesi sostenuta da alcuni genetisti che il comportamento criminale avesse una base cromosomica.
La prevenzione dei rischi di fraintendimenti, abusi e discriminazioni nell'uso della biologia molecolare applicata agli studi del cervello e del comportamento dipenderà in larga parte da un confronto culturale e un dibattito pubblico sui test generici, piuttosto che dai proclami autorevoli sulla loro inutilità. E questo non può che partire da un'analisi dei presupposti epistemologici e delle implicazioni sociali della nuova medicina genetica.
Il libro di Furio Di Paola, per esempio, critica efficacemente i presupposti epistemologici (non quelli "scientifici" come vorrebbe il sottotitolo) della psichiatria biologica (in realtà della cosiddetta psichiatria molecolare). Nel senso che mostra, attraverso una puntuale analisi di testi e argomenti, come l'idea di dare un fondamento biologico alla psichiatria abusi oggi di strategie retoriche per nascondere l'impossibilità concettuale di correlare la cangiante fenomenologia clinica, che sfugge in larga parte a definizioni specifiche, con la specificità delle definizioni genetico-molecolarì o neurobiologiche in senso lato. Il contributo di Di Paola è utile perché criticando il riduzionismo ingenuo della cosiddetta "psichiatria molecolare", lo fa mostrando come in realtà stiano emergendo approcci più articolati della concettualizzazione delle funzioni biologiche, che possano effettivamente dar conto dei problemi che si stanno incontrando nel ricondurre manifestazioni complesse del fenotipo, come il comportamento e le sue varianti, a un paradigma d'inspirazione ancora monocausale o comunque meccanicisticamente volto a produrre un concetto somatico/ontologico della malattia mentale, da identificare con una qualche lesione specifica, senza tenere conto dell'intrinseca dinamicità della fisiologia nervosa.
Contro il determiniamo genetico e il riduzionismo che ispira l'applicazione dei modelli evoluzionistici alla psicologia e alla psichiatria, i coniugi Steven e Hilary Rose hanno raccolto l'ennesimo libro che cerca di smontare lo schematismo e il fondamentalismo di certe posizioni neodarwiniane in psicologia e medicina, mostrando come queste siano foriere di rischi sociali, come il riemergere di istanze eugenetiche. Il volume è abbastanza scontato nelle argomentazioni sociologico-politiche, mentre sono più interessanti i contributi che trovano all'interno della biologia molecolare o genomica le confutazioni empiriche della retorica dawkinsiana dei geni egoisti e dei memi, ovvero di un panadattamentismo evoluzionistico che può assumere risvolti giustificativi di comportamenti comunque da perseguire, come lo stupro. Nella fattispecie il saggio di Gabriel Dover, intitolato "Anti-Dawkins" per parafrasare l'AntiDuhring di Engels, è un'efficace critica del selezionismo generico, che domina il neodarwinismo di impostazione genetica non quello naturalistico alla Ernst Mayr comunque, alla luce delle conoscenze sulla complessità delle reti biochimiche che regolano l'espressione dei geni.
Quello che un po' stenta a farsi strada nel dibattito sul ruolo della genetica in medicina, è un approccio pragmatico e deideologizzato, basato su una effettiva consapevolezza delle incrostazioni filosofico-politiche ed epistemologiche che deformano la discussione. Di qui l'utilità di esplorare tutte le spiegazioni facendo comunque riferimento alla confermabilità o falsificabilità delle ipotesi di lavoro. E' quello che fa per esempio il grande biologo dello sviluppo e straordinario divulgatore
Lewis Wolpert in un libro molto bello. Wolpert vi racconta con una sobrietà stilisticamente esemplare la storia di una gravissima depressione con impulsi suicidi, che lo colpì alcuni anni fa. La sua vicenda personale fa da guida in un viaggio nella storia e nei problemi della definizione clinica della depressione, ma soprattutto nelle spiegazioni psicologiche e neurobiologiche e in una analisi comparativa dei diversi trattamenti. Il biologo dello sviluppo di origine sudafricana è notoriamente uno dei riduzionisti più radicali. Ma sui dimostra intelligente mente pragmatico riconoscendo l'utilità di un approccio psicoterapico, di arrivare a una farmacologia basata su prove di efficacia (cioè "evidence based") che tengano finalmente conto della variabilità individuale nella risposta ai farmaci. In questo senso come hanno peraltro già capito le industrie farmaceutiche, i test genetici davvero utili saranno quelli che consentiranno di individualizzare trattamenti. Nel caso della depressione, per esempio sarebbero di grande utilità per coloro che vengono trattati con triciclici dei test per le variati de citocromo P450 2D6, allo scopo scoprire i metabolizzatori lenti e rapidi di questi farmaci e sapere quindi in anticipo quali saranno le reazioni e le risposte cliniche al trattamento.
Intanto, suggerisce Wolpert, chi è depresso si aiuti anche da sé prendendo consapevolezza della propria condizione, la qual cosa implica cercare di capire che cosa è la depressione. Ma soprattutto segua il consiglio che dava Robert Burton nel 1651 chiudendo la monumentale Anatomia della Melanconia: "non siate inerti". |