| Vico e la teologia,
un nesso fecondo | Fu un napoletano, Giovan Battista Vico (1668-1744), a chiarire in modo rigoroso come la ragione umana
sia caratterizzata dalla storicità e debba perciò riconoscersi e comprendersi come "ragione aperta":
che l'intuizione gli venisse dallo studio dei classici e dalla conoscenza accurata dei "corsi e ricorsi"
storici, e fosse frutto anche dell'ambiente vivo del suo pensare, la Napoli barocca, spagnola, poi
austriaca e finalmente capitale del Regno borbonico, non è in discussione. Ciò che invece è discusso è
che l'ispirazione profonda delle sue intuizioni potesse venirgli dalla fede della Chiesa cattolica, della
quale peraltro per tutta la vita si professò devotissimo figlio. La tesi del Vico a-religioso, se non addirittura
anti-religioso, si è alimentata da una parte della lettura idealistica del suo pensiero consacrata da
Benedetto Croce, per il quale lo Hegel "napoletano" non poteva certo concepire Dio e mondo come
realtà asimmetriche, ma doveva coglierle in unità profonda nel processo in cui tutto diviene; dall'altra,
dall'interpretazione marxista, che nello scopritore della "coscienza storica" voleva riconoscere un Marx
"ante litteram", come questi ispirato dalla lettura materialistica della storia, in cui nessuno spazio può
esserci per la Trascendenza.
In realtà, una lettura di Vico scevra da pregiudizi conduce a ben diversi risultati: non si tratta di
rivendicarne la dipendenza teologica in forme apologetiche, secondo schemi interpretativi altrettanto
problematici quanto quelli accennati. Si tratta di leggere Vico con Vico, in una contemporaneità di piani
che non veda i "cicli" del tempo storico come meri sviluppi successivi, ma sappia coglierli come strati di
una medesima coscienza, "luoghi" dell'anima in continuo e fecondo interscambio. È così che propone
di accostarsi a Vico Vincenzo Vitiello, il pensatore di Topologia del moderno e di Cristianesimo senza
redenzione: proseguendo nel suo coerente cammino di ricerca - che sa alternare audacie speculative a
intriganti rivisitazioni di pensatori che danno a pensare (e perciò, si direbbe, sempre "moderni" al di là
delle date di nascita e di morte) - viene a offrirci ora il suo Vico e la topologia (edizioni Cronopio, pagg.
78), dove i due movimenti dal cielo alla terra e dalla terra al cielo, che lo stesso Vico aveva voluto far
rappresentare quale "dipintura allegorica" sul frontespizio della Scienza Nuova seconda, diventano nella
loro assoluta contemporaneità visiva la chiave di lettura "topologica" dell'intera opera.
Detto in altre parole: quello che l'intelligenza scompone in fasi successive dello sviluppo del pensiero, la
visione dell'immagine tiene unito, meglio rendendo la compresenza e contemporaneità di ciascuna delle
parti nel tutto. In questa luce, si illumina il senso profondo dell'assioma "verum et factum convertuntur"",
che, tenendo insieme i due poli senza confonderli o separarli, rifiuta tanto l'assorbimento del reale
nell'ideale quale avverrà nella ragione ideologica, quanto la riduzione dell'ideale al reale, quale si
riscontra in ogni forma di materialismo speculativo o pratico (un Vico né hegeliano né marxiano!). Solo
l'intelligenza aperta verso la trascendenza, senza presumere di perdersi in essa o di catturarla nel
proprio orizzonte, soddisfa a questa contemporaneità di piani: in tal senso, la concezione vichiana della
"Provvedenza" è precisamente la vigile sentinella della necessità di questa apertura, che impedisce alla
ragione di cadere nel totalitarismo ideologico di tutti i tipi e di giustificare così le forme più drammatiche
di violenza e di alienazione.
Con Vico la coniugazione fra l'Assoluto e la storia si esprime nell'assunzione consapevole della
coscienza storica, nel riconoscimento della originaria e costitutiva condizione della ragione protesa verso
l'altro da sé, sempre indagante e viva nella fatica e nel bisogno dell'auto-trascendimento. Una simile
ragione non è né potrà essere pregiudizialmente chiusa al mondo del mistero, di cui la fede pensata è
testimone: ragione aperta e fede indagante si scoprono vicine, reciprocamente attente in una feconda
prossimità, entrambe in ascolto dell'Altro. Perciò, la rivendicazione di un Vico "cattolico" non è pretesa
arrogante, ma semplice riconoscimento del fatto che i piani del pensiero si tengono insieme solo lì dove
l'intelligenza si riconosce aperta all'eccedenza che permanentemente l'avvolge e la penetra,
quell'intelligenza che al meglio è rappresentata nella forma spaziale del disegno: "Tutta l'idea di
quest'opera - scrive lo stesso Vico commentando il frontespizio - si può chiudere in questa somma... Il
raggio del quale la divina provvedenza alluma il petto della metafisica sono le Degnità, le Diffinizioni e i
Postulati, che questa Scienza prende per Elementi di ragionare... E alla fin fine, per restringere l'idea
dell'opera in una somma brievissima, tutta la figura rappresenta gli tre mondi secondo l'ordine col quale
le menti umane della gentilità da terra si sono al cielo levate". Come dire: l'apertura al mistero, lungi dal
chiudere l'intelligenza, la illumina e la apre. La fede non fa concorrenza al pensiero, ma lo nutre e lo
promuove: con buona pace di chi vorrebbe restringere tutto all'orizzonte del misurabile e del
quantificabile. Parola di un interprete - Vitiello - al di fuori di ogni sospetto di catture confessionali... |