Una donna si ammala di rosolia in gravidanza, chiede una diagnosi che le consenta, in
caso di danni al feto, di procedere a un aborto terapeutico, le analisi le dicono che può
star tranquillla e lei partorisce un figlio gravemente handicappato: sordo, muto,
cardiopatico, ritardato di mente. Accade nel 1983; oggi Nicolas ha diciassette anni e
vive in un istituto. Intanto i genitori ricorrono al giudice contro i medici e ottengono il
risarcimento del danno per la diagnosi sbagliata. Ma non basta: ricorrono ancora, questa
volta in nome e per conto del figlio. E' lui stavolta, tramite loro, a chiedere di essere
risarcito, per essere stato fatto nascere e "costretto" a una vita indegna di essere vissuta.
La causa passa di tribunale in tribunale, e ieri finalmente la cassazione francese emette
la sentenza definitiva: Nicolas ha vinto. Sarà risarcito per essere venuto al mondo
ancorché handicappato.
Con lui ha vinto il suo avvocato, invocando il buon senso. Ha perso invece il pm,
evocando lo spettro dell'"eugenetica privata" e il sospetto che questo caso possa
diventare un precedente per l'aborto terapeutico troppo facile. Ha perso anche l'avvocato
dei medici: la sentenza, dice perplesso, stabilisce che la vita può essere considerata "un
danno riparabile".
Siamo perplessi anche noi. La tragedia dell'handicap è un duro colpo per la retorica che
vede nella vita sempre e comunque un dono, e dunque non è ad essa che ci appelleremo.
Tuttavia: può essere del giudice la decisione su quando la vita sia un dono, quando una
condanna, quando un danno e quanto risarcibile? Qual è il metro di misura della
normalità, della salute, della forza, della produttività che dovrebbe ispirare una tale
decisione, e renderla in qualche modo certa come il diritto comanda? Ancora. Fino a
che punto una coppia di genitori può agire al posto di un figlio incapace di intendere,
presumendo però di interpretare con certezza il suo intendimento?
Non è tutto. Stabilendo che la vita può essere un danno (risarcibile), la sentenza francese
introduce per la prima volta una sorta di diritto alla non-vita. Meglio: il diritto di essere
abortito. Che non è il reciproco del (cosiddetto) diritto di abortire, e non ne è nemmeno
la logica consequenza, bensì il rovesciamento. Si sposta infatti dalla madre al figlio (al
feto) la titolarità del diritto in questione. Ma se il figlio (il feto) può essere in questo
caso titolare del diritto a non nascere, potrà ben essere in altri casi titolare del diritto a
nascere. A quando un'azione legale di due adulti, in nome e per conto di un bambino non
nato che aveva diritto a essere comunque messo al mondo, sano o malato che fosse?
Nelle nostre democrazie la logica dei diritti e l'invasività del diritto producono, loro sì,
molti danni: un diritto contro l'altro, un soggetto contro un altro. Non a caso la cultura
femminista non ha mai declinato, come ha fatto invece quella laica, l'aborto come
"diritto", bensì come competenza, responsabilità, decisione lacerata della madre, senza
reciprocità possibile in un feto che da lei dipende per l'esistenza, figuriamoci per i
diritti. E' questa sovranità materna che è stata irreparabilmente violata dalle analisi dei
medici francesi. Risarcirla con la finta certezza di un diritto sempre più opinabile è solo
un disperato tentativo di controllare l'incertezza tragica a cui la condizione umana resta
esposta anche in tempi di diagnosi prenatale. |