Libera Chiesa & libero StatoQuale futuro per il cristianesimo in Occidente: un
confronto ieri a Roma fra credenti e non credenti Ruini: "Il passo della fede non è affatto stanco" Romano: classe politica anomala Rumi: "Non si può rinunciare alla
doppia cittadinanza" |
| Di fronte a un testo come Dopo 2000 anni di cristianesimo, c'è
da scommettere che Benedetto Croce sarebbe stato contento.
Secondo autorevoli commentatori, infatti, il volume documenta in
maniera chiara il suo "perché non possiamo non dirci cristiani".
Un po' meno contento sarebbe Camillo Benso. Perché, sempre a
detta degli stessi commentatori, è proprio un'espressione
altrettanto famosa del conte di Cavour a finire radicalmente (e
perciò definitivamente) cambiata. Non più "libera Chiesa in libero
Stato", ma secondo una prospettiva più moderna e adatta al XXI
secolo "libera Chiesa e libero Stato".
Al di là dell'apparente gioco di aforismi, sta qui, forse, la reale
essenza di una pubblicazione fresca di stampa, che offre una
molteplicità di punti di vista (e perciò di spunti di riflessione) a
chi le si avvicina. Ad esempio: mettere maggiormente l'accento sul
dopo contenuto nel titolo o sui 2000 anni di cristianesimo? E se
si accoglie la prima ipotesi, come orientarsi nell'inevitabile
confronto con una modernità che secondo alcuni è valore
assoluto, secondo altri è, invece antitetica a tutto ciò che
crocianamente rappresenta il patrimonio di questi due millenni di
cristianesimo e, secondo una terza ipotesi, è comunque una realtà
con la quale confrontarsi anche e soprattutto alla luce della fede?
Queste e altre domande accompagnano le oltre 250 pagine del
libro, pubblicato da Mondadori in collaborazione con il Servizio
Cei per il progetto culturale della Chiesa italiana e al quale hanno
dato il loro contributo il cardinale Camillo Ruini (nella
prefazione), e - ciascuno secondo la propria ottica - Sergio
Romano, Giorgio Rumi, Maria Corti, Massimo Cacciari,
Giovanni Reale, Cesare Barbieri, Giovanni Neri e Timothy
Verdon.
Domande che sono riecheggiate anche nella presentazione di ieri
pomeriggio nella sede romana della casa editrice, alla presenza di
tre degli autori (Ruini, Romano e Rumi), del sociologo Pierpaolo
Donati e dello storico Giuseppe Vacca, moderati dal direttore di
Avvenire, Dino Boffo.
Ed è stato proprio quest'ultimo a introdurre il dibattito.
Ricordando, da un lato, come questo volume segnali che il
progetto culturale della Chiesa italiana è già realtà in atto e,
dall'altro, ponendo l'accento proprio su quel dopo del titolo, che
costituisce - a suo avviso - una delle fondamentali chiavi di
lettura. "Più che una cavalcata attraverso i secoli - ha detto, infatti
Boffo - questo volume pone una sorta di interrogativo: se cioè
dopo 2000 anni di cristianesimo è arrivato il momento di una
emancipazione totale e definitiva, oppure se si tratta di dare uno
sviluppo progressivo, con continue messe a punto, in un rapporto
di mutua relazionalità".
La risposta del cardinale Ruini ha messo in rilievo l'esistenza di
quello che il presidente della Cei ha definito "il caso italiano in
chiave religiosa". Di una società e di una cultura, cioè, in cui
certamente si avvertono i fenomeni della scristianizzazione e della
secolarizzazione, comuni a tutto l'Occidente, ma in cui (come la
Giornata mondiale della Gioventù e tutto il Giubileo dimostrano)
"il passo dei credenti non è affatto stanco". La Chiesa italiana, a
giudizio del porporato, può giocare un ruolo di primo piano in
quella che è la "sfida decisiva del nostro tempo: il tentativo di
inserirsi nella modernità senza dissolversi in essa e senza rifiutarla
in blocco". È una sfida da condurre a molteplici livelli, secondo
Ruini, da quello intellettuale a quello della vita concreta, a quello
della santità ("una santità non certamente fuori dal tempo e dalle
responsabilità quotidiane", ma anzi a partire da esse). Il che, in
definitiva, postula "un cristianesimo testimoniato e missionario".
Un cristianesimo che secondo molti segnali, ha concluso il
cardinale, in Italia è ben vivo e presente.
Nel caso italiano, però, a parere di Sergio Romano, ex
ambasciatore e ora commentatore politico, rimane l'anomalia di
una classe politica che vive "una sorta di nevrosi nel suo rapporto
con la Chiesa, di cui insegue continuamente il consenso. Ciò porta
ad approvazione incondizionata per ciò che dice il Papa, se i temi
sono compatibili con il proprio programma. E a durissime
condanne nel caso contrario". Si tratta dunque di una "classe
illiberale, anche se democratica". Questo, secondo Romano,
sarebbe il frutto di una mentalità concordataria assolutamente
negativa. Meglio il ritorno a un cavouriano "libera Chiesa in
libero Stato".
Semmai "Libera Chiesa e libero Stato" ha corretto Giorgio Rumi,
anche perché "è una ben strana libertà quella di chi si vede
confiscare i propri beni, come avvenne alla Chiesa nel periodo
risorgimentale" (qui Romano ha sostenuto, invece, che quella
confisca fu giusta, perché i beni della Chiesa erano male
amministrati e il cardinale Ruini ha ribattuto, che anche in questo
caso, non si giustificherrebbe un tale atteggiamento). Il problema
di fondo, secondo Rumi, è però avere chiari i limiti dell'azione
dello Stato, che non può chiedere ai cristiani di rinunciare alla
loro doppia cittadinanza (città terrena e città di Dio).
È in definitiva il problema del principio di trascendenza sul quale
si sono soffermati, pur da posizioni diverse, Giuseppe Vacca e
Pierpaolo Donati. Un comune terreno di discussione per laici e
cattolici, hanno convenuto, specie se si prenderà atto della "crisi
della cultura illuministica ormai scaduta - a giudizio del
sociologo - a cultura del niente". |