RASSEGNA STAMPA

16 NOVEMBRE 2000
MIMMO MUOLO
Libera Chiesa & libero Stato
Quale futuro per il cristianesimo in Occidente: un confronto ieri a Roma fra credenti e non credenti
Ruini: "Il passo della fede non è affatto stanco" Romano: classe politica anomala Rumi: "Non si può rinunciare alla doppia cittadinanza"
Di fronte a un testo come Dopo 2000 anni di cristianesimo, c'è da scommettere che Benedetto Croce sarebbe stato contento.
Secondo autorevoli commentatori, infatti, il volume documenta in maniera chiara il suo "perché non possiamo non dirci cristiani".
Un po' meno contento sarebbe Camillo Benso. Perché, sempre a detta degli stessi commentatori, è proprio un'espressione altrettanto famosa del conte di Cavour a finire radicalmente (e perciò definitivamente) cambiata. Non più "libera Chiesa in libero Stato", ma secondo una prospettiva più moderna e adatta al XXI secolo "libera Chiesa e libero Stato". Al di là dell'apparente gioco di aforismi, sta qui, forse, la reale essenza di una pubblicazione fresca di stampa, che offre una molteplicità di punti di vista (e perciò di spunti di riflessione) a chi le si avvicina. Ad esempio: mettere maggiormente l'accento sul dopo contenuto nel titolo o sui 2000 anni di cristianesimo? E se si accoglie la prima ipotesi, come orientarsi nell'inevitabile confronto con una modernità che secondo alcuni è valore assoluto, secondo altri è, invece antitetica a tutto ciò che crocianamente rappresenta il patrimonio di questi due millenni di cristianesimo e, secondo una terza ipotesi, è comunque una realtà con la quale confrontarsi anche e soprattutto alla luce della fede?
Queste e altre domande accompagnano le oltre 250 pagine del libro, pubblicato da Mondadori in collaborazione con il Servizio Cei per il progetto culturale della Chiesa italiana e al quale hanno dato il loro contributo il cardinale Camillo Ruini (nella prefazione), e - ciascuno secondo la propria ottica - Sergio Romano, Giorgio Rumi, Maria Corti, Massimo Cacciari, Giovanni Reale, Cesare Barbieri, Giovanni Neri e Timothy Verdon. Domande che sono riecheggiate anche nella presentazione di ieri pomeriggio nella sede romana della casa editrice, alla presenza di tre degli autori (Ruini, Romano e Rumi), del sociologo Pierpaolo Donati e dello storico Giuseppe Vacca, moderati dal direttore di Avvenire, Dino Boffo. Ed è stato proprio quest'ultimo a introdurre il dibattito.
Ricordando, da un lato, come questo volume segnali che il progetto culturale della Chiesa italiana è già realtà in atto e, dall'altro, ponendo l'accento proprio su quel dopo del titolo, che costituisce - a suo avviso - una delle fondamentali chiavi di lettura. "Più che una cavalcata attraverso i secoli - ha detto, infatti Boffo - questo volume pone una sorta di interrogativo: se cioè dopo 2000 anni di cristianesimo è arrivato il momento di una emancipazione totale e definitiva, oppure se si tratta di dare uno sviluppo progressivo, con continue messe a punto, in un rapporto di mutua relazionalità". La risposta del cardinale Ruini ha messo in rilievo l'esistenza di quello che il presidente della Cei ha definito "il caso italiano in chiave religiosa". Di una società e di una cultura, cioè, in cui certamente si avvertono i fenomeni della scristianizzazione e della secolarizzazione, comuni a tutto l'Occidente, ma in cui (come la Giornata mondiale della Gioventù e tutto il Giubileo dimostrano) "il passo dei credenti non è affatto stanco". La Chiesa italiana, a giudizio del porporato, può giocare un ruolo di primo piano in quella che è la "sfida decisiva del nostro tempo: il tentativo di inserirsi nella modernità senza dissolversi in essa e senza rifiutarla in blocco". È una sfida da condurre a molteplici livelli, secondo Ruini, da quello intellettuale a quello della vita concreta, a quello della santità ("una santità non certamente fuori dal tempo e dalle responsabilità quotidiane", ma anzi a partire da esse). Il che, in definitiva, postula "un cristianesimo testimoniato e missionario".
Un cristianesimo che secondo molti segnali, ha concluso il cardinale, in Italia è ben vivo e presente. Nel caso italiano, però, a parere di Sergio Romano, ex ambasciatore e ora commentatore politico, rimane l'anomalia di una classe politica che vive "una sorta di nevrosi nel suo rapporto con la Chiesa, di cui insegue continuamente il consenso. Ciò porta ad approvazione incondizionata per ciò che dice il Papa, se i temi sono compatibili con il proprio programma. E a durissime condanne nel caso contrario". Si tratta dunque di una "classe illiberale, anche se democratica". Questo, secondo Romano, sarebbe il frutto di una mentalità concordataria assolutamente negativa. Meglio il ritorno a un cavouriano "libera Chiesa in libero Stato". Semmai "Libera Chiesa e libero Stato" ha corretto Giorgio Rumi, anche perché "è una ben strana libertà quella di chi si vede confiscare i propri beni, come avvenne alla Chiesa nel periodo risorgimentale" (qui Romano ha sostenuto, invece, che quella confisca fu giusta, perché i beni della Chiesa erano male amministrati e il cardinale Ruini ha ribattuto, che anche in questo caso, non si giustificherrebbe un tale atteggiamento). Il problema di fondo, secondo Rumi, è però avere chiari i limiti dell'azione dello Stato, che non può chiedere ai cristiani di rinunciare alla loro doppia cittadinanza (città terrena e città di Dio). È in definitiva il problema del principio di trascendenza sul quale si sono soffermati, pur da posizioni diverse, Giuseppe Vacca e Pierpaolo Donati. Un comune terreno di discussione per laici e cattolici, hanno convenuto, specie se si prenderà atto della "crisi della cultura illuministica ormai scaduta - a giudizio del sociologo - a cultura del niente".
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