| Per lui il bicchiere era sempre mezzo pieno | Proprio perché non è una scienza, la
psicoanalisi è una cultura mobile, mobile
come la società che, per effetto delle sue
continue mutazioni, esige letture
psicoanalitiche che, messe a confronto,
possono sembrare molto diverse. La cosa
non deve scandalizzare, perché è proprio
questa diversità ciò che rende la
psicoanalisi di volta in volta adatta al
contesto in cui si trova a operare. Oggi il
contesto sociale è caratterizzato da quello
che si è soliti chiamare "sano realismo",
che di sano non ha proprio nulla. Esso
prevede un completo adattamento
dell'individuo alle richieste oggettive della
società che, essendo sempre più
tecnologizzata, tende a prediligere
individui sempre più automatizzati
(simil-macchine) rispetto a individui
individualizzati. In un certo senso più
uniformità alle esigenze dell'apparato
tecnico, e meno creatività individuale.
Questo spiega perché oggi siano divenute
egemoni quelle psicologie dell'adattamento
il cui implicito invito è di essere sempre
meno se stessi e sempre più congruenti
all'apparato. Non diversamente si spiega il
declino della psicoanalisi come indagine
sul proprio profondo, e il successo del
cognitivismo e del comportamentismo. Il
primo per aggiustare le proprie idee e
ridurre le proprie dissonanze cognitive in
modo da armonizzarle all'ordinamento
funzionale del mondo esterno; il secondo
per adeguare le proprie condotte,
indipendentemente dai propri sentimenti e
dalle proprie idee che, se difformi, sono
tollerati solo se confinati nel privato. Si
viene così a creare quella situazione
paradossale in cui l'"autenticità", l'"essere
se stesso", il "conoscere se stesso", che
l'antico oracolo di Delfi indicava come la
via della salute dell'anima, diventa, nel
regime della funzionalità dell'età della
tecnica, qualcosa di patologico, come può
esserlo l'esser centrati su di sé (self
centred), la scarsa capacità di adattamento
(poor adaptation), il complesso di
inferiorità (inferiority complex).
Quest'ultima patologia lascia intendere che
è inferiore chi non è adattato, e quindi che
"essere se stesso" e non rinunciare alla
specificità della propria identità, al proprio
"vero Sé", come direbbe Winnicott, è una
patologia. E in tutto ciò c'è anche del vero,
nel senso che sia il cognitivismo sia il
comportamentismo, in quanto psicologie
del conformismo, assumono come ideale
di salute proprio quell'esser conformi che,
da un punto di vista psicoanalitico, è
invece il tratto tipico della malattia. Dal
canto loro i singoli individui,
interiorizzando i modelli indicati dal
cognitivismo e dal comportamentismo,
respingono qualsiasi processo
individuativo che risulti non funzionale
all'apparato tecnico. In questo modo le
psicologie a orientamento cognitivista e
comportamentista perdono il loro oggetto
specifico che è la "psiche", e gli individui
"perdono l'anima", perché assumono, come
vuole l'espressione di Winnicott, quel
"falso Sé" che consiste nel completo
adeguamento alle esigenze del mondo
oggettivo. Donald Woods Winnicott
(1896-1971), prima di diventare
psicoanalista, era un famoso pediatra
inglese che, osservando i rapporti tra le
madri e i loro bambini, constatò che,
durante la gravidanza, la madre si ritira
dalla propria soggettività e dall'interesse
per il mondo per concentrarsi sui
movimenti del bambino e sui suoi presunti
bisogni. Quando il bambino nasce, la
"madre sufficientemente buona" (nessuno è
perfetto, e probabilmente la perfezione
delle madri non fa bene ai figli) declina la
sua esistenza alla soddisfazione dei
desideri e dei bisogni del bambino. Ciò
crea nel bambino un senso di onnipotenza
soggettiva caratterizzata dall'impressione
che siano i desideri a far accadere la realtà.
Se il bambino ha fame e desidera il seno, il
seno compare. Se ha freddo e desidera il
caldo, grazie alla madre che gli veicola il
mondo, il caldo sopraggiunge. Questo
ambiente favorevole, dove la madre "porta
il mondo" al bambino senza ritardi e senza
perdere un colpo, dà al bambino l'illusione
che sia il suo desiderio a creare il mondo.
Sappiamo dall'esperienza della vita che
nessuna persona sana di mente sarebbe
disposta o riuscirebbe a fornire
un'esperienza di questo genere a un'altra
persona per quanto adorabile sia. Ma è
proprio questo il punto. Per un
provvidenziale scherzo della natura,
quando una madre mette al mondo un
figlio non è sana di mente e, grazie a questa
forma costruttiva di follia temporanea,
sospende la sua soggettività, per diventare
un mezzo attraverso il quale il bambino
sviluppa la sua soggettività come creatore
del mondo. Poi la madre emerge da questa
temporanea, ma costruttiva follia. Si
interessa sempre di più al suo benessere,
alla sua soggettività e la sensibilità ai
bisogni del bambino comincia a diventare
più pigra. Comincia a perdere un colpo, poi
due, poi tre. A questo punto il bambino fa
il suo impatto doloroso ma costruttivo con
il mondo e, senza più il veicolo materno,
incomincia ad imparare quanta distanza
corre tra il desiderio e la sua soddisfazione.
All'onnipotenza soggettiva, sperimentata
quando la madre veicolava il mondo
appena il bambino manifestava un bisogno,
si aggiunge l'esperienza di una realtà
oggettiva che, entrando in una dialettica
costruttiva con l'onnipotenza soggettiva
precedentemente sperimentata, crea il "vero
Sé", che da un lato non ignora il mondo e
gli altri che lo abitano, dall'altro non ignora
neppure le proprie esigenze che cerca di
contrattare con gli altri, senza arrendersi in
modo incondizionato. Se il bambino non
sperimenta la prima fase, quella
dell'onnipotenza soggettiva, perché non ha
avuto la fortuna di avere una "madre
sufficientemente buona", sarà costretto a
scontrarsi troppo presto con gli ostacoli
che presenta il mondo esterno e, al posto
del "vero Sé", nascerà un "falso Sé"
compiacente alle esigenze degli altri perché
non ha fiducia di poter realizzare le
proprie. Esattamente quello che vogliono
le società di massa conformiste e
omologate, quelle all'insegna del "sano
realismo" che proprio sano non è, utile
solo a chi comanda, a cui fanno più
comodo individui sottomessi piuttosto che
individui creativi, che tali sono perché un
giorno hanno fatto esperienza della
creazione del mondo. Per correggere il
"falso Sé" e consentire a ciascuno di
diventare "se stesso", rendendo la vita un
po' più difficile a tutti i capi e i capetti di
questa terra, nonché alle organizzazioni
politiche, industriali e istituzionali che
questi presiedono, il trattamento analitico,
secondo Winnicott, non deve basarsi tanto
sull'interpretazione, quanto
sull'accoglienza, per far ri-sperimentare al
paziente quel senso di onnipotenza che da
bambino non ha avuto modo di
sperimentare, ottenendo come risultato
un'incrinatura di base nella fiducia in sé.
Un esempio? Racconta Winnicott di una
giovane paziente che nel mondo si
comportava come una persona da tutti bene
accetta e ritenuta fidata, ma che non si
sentiva una persona, anzi non si sentiva
niente (sindrome questa oggi purtroppo
molto diffusa). Decisiva nella cura,
riferisce Winnicott, fu la sostituzione
dell'orario regolare delle sedute con sedute
"a richiesta", ma soprattutto il tempismo.
Quando la ragazza si avvicinava alla porta
e sollevava la mano per suonare il
campanello, Winnicott, che ne scrutava
l'arrivo da dietro le tende, apriva la porta,
come se si fosse improvvisamente
materializzato per il desiderio di lei. Con
questo gesto di accoglienza Winnicott si
proponeva di ricostruire e di far rivivere
l'aspetto favorevole del mondo così
importante per la costruzione di sé che la
paziente non aveva mai sperimentato per
non aver avuto una "madre
sufficientemente buona", e quindi capace di
farle vivere in modo gratificante la fase
della soggettività onnipotente utile da
ripescare nelle fasi critiche della vita. P. S.
Come si vede da questo scritto, io non
posso aver detto che la psicoanalisi "da
cento anni è un imbroglio culturale" come
riferiva l'agenzia di stampa Agi il 10
novembre scorso. Innanzitutto perché
l'agenzia Agi non mi ha mai intervistato; in
secondo luogo perché quello che l'agenzia
riferisce virgolettato l'ha tratto da un mio
articolo su Repubblica del primo
novembre, dove me la prendevo non con la
psicoanalisi, ma con l'eccessiva
frammentazione delle scuole (per cui delle
due l'una: o i giornalisti dell'agenzia Agi
non capiscono quello che leggono, o
consapevolmente lo stravolgono per far
notizia); in terzo luogo ho sempre
considerato Freud non solo un clinico qual
era, ma anche un filosofo, il filosofo che,
dopo Platone, ha investigato meglio di tutti
la natura del desiderio. |