| A conclusione dell'assise
l'invito alla responsabilità
ed a combattere i settarismi
del lavoro psicoterapeutico | Ritornare a Jung, per guardare avanti. È questo, in sintesi, il messaggio che il IV congresso nazionale
Aipa ha voluto lanciare nei suoi quattro giorni d'incontri, tavole rotonde e relazioni sul tema degli
"Orizzonti del Sé". Ma il dato certo, a giudicare dalla passione e dalla vivacità che ha accomunato gli
interventi, è che la psicologia analitica non ha nessuna intenzione d'incarnare il ruolo del capro
espiatorio sugli altari della modernità, nonostante l'avanzata del cognitivismo e delle neuroscienze, e
nonostante la diffusione delle nuove "malattie dell'anima" e delle filosofie new-age (figlie degeneri di un
certo modo disinvolto di guardare a Jung). E dunque, interrogare le origini per sfidare il futuro, come
sembra suggerire il bel manifesto del congresso: un quadro "ritoccato" di Magritte con un uomo-angelo
che fissa l'orizzonte e un leone-sfinge alle sue spalle. Un "cambiamento nella continuità", come ha detto
Fausto Rossano, presidente del congresso, nella sua relazione introduttiva. Ma che cosa significa,
precisamente, ritornare a Jung oggi? "Il pensiero di Jung - risponde Rossano - si sviluppa nella prima
era positivistica, alla quale chiaramente si contrapponeva, ed è riuscito a superare pressoché indenne
quel periodo, ancorché abbia dovuto pagare il pesante scotto di un costante disconoscimento. Ebbene a
me sembra che l'attuale organizzazione della sofferenza mentale, all'interno della quale si colloca la
psicoterapia, stia subendo una forte deriva scientistica, che sembra riproporre proprio l'entusiasmo e il
trionfalismo del positivismo di fine Ottocento. Di fronte a questa "mistica della scientificità" si rischia un
pericolosissimo appiattimento dell'uomo, della sua storia, della sua spiritualità, della sua speranza. In
questo senso il pensiero di Jung si rivela ancora fondamentale, benché i mezzi a disposizione delle
nuove posizioni scientistiche siano, da tutti i punti di vista, sicuramente più potenti e persuasivi che in
passato".
Ripartire dal padre della psicologia analitica significa anche, come ha detto Marco Garzonio, presidente
del Cipa (il Centro italiano di Psicologia analitica, che rappresenta l'associazione staccatasi dall'Aipa,
dopo la scissione del 1966) "ricordare che lo scopo del lavoro psicoterapeutico è "educare l'uomo
all'autonomia e alla libertà morale" e soprattutto che "non può essere scopo dell'educazione creare un
conglomerato anarchico di esistenze separate"".
E proprio il punto toccato da Garzonio rispetto alla "responsabilità verso il collettivo, verso i pazienti,
verso il costituirsi in istituzioni analitiche" costituisce uno dei nodi della questione. Rispetto a certa
psicoanalisi troppo preoccupata dai giochi di potere e dalle querelles di scuola, il messaggio che viene
da Napoli sembra infatti invitare alla creazione di una "comunità consapevole", mettendo da parte
settarismi e "parrocchie", ma anche - ancora in uno spirito squisitamente junghiano - aprirsi alla
pluridisciplinarietà e al confronto, rinunciando a ogni atteggiamento autoreferenziale.
Lo ha dimostrato la presenza al congresso di Nadia Fusini e di Edoardo Boncinelli, due nomi provenienti
da mondi apparentemente distanti (quello della storia della letteratura e della biologia molecolare) che coi
loro interventi in limine hanno attivato dei salutari corti circuiti semantici.
Certo, che la psicoanalisi sia una pratica in crisi d'identità nessuno può metterlo in dubbio: il trionfo della
società della new-economy, che non ama sentir parlare di senso di colpa, di coscienza di sé, di
desiderio o d'inconscio, e - nel recente passato - l'irruzione del pensiero psicotico hanno posto in crisi la
sua metodologia codificata e la sua stessa teoria. Del resto, come ha sottolineato Paola Russo, la
psicoanalisi ha sempre avuto nella ricerca il suo punto di forza. E se lo specifico della teoria
psicoanalitica è nel procedere verso un orizzonte che "allontanandosi, sfugge alla nostra presa", come
ha sottolineato Rossano, quello della terapia resta la sofferenza dell'uomo, almeno finché il Sé sarà
abitato dalla morte e dalla passione, dalla sessualità e dalla follia, dall'inconscio e dalla relazione con
l'altro da sé. E, nonostante i pasdaran della spiegazione biologica della psicosi, è proprio sul terreno
della terapia che si gioca la sfida del futuro per la psicologia analitica. Ed è anche qui che i nipotini di
Jung ricorrono al maestro svizzero, e al ruolo da lui svolto nella interpretazione psicodinamica della
schizofrenia e delle psicosi latenti, che lo portò a ritenere le psicosi stesse non solo curabili con la
psicoterapia analitica, ma anche guaribili. E se la psicosi è - nel suo significato etimologico - soprattutto
un viaggio dell'anima (psiche osis) nel mondo-della-vita, la "scienza dell'anima" è chiamata a verificare
"la sua capacità di continuare a dare risposte significative al dolore e al futuro dell'uomo", come ha
ricordato Garzonio.
Almeno questo è l'impegno che gli psicoanalisti junghiani, da Castel dell'Ovo, si sono dati per affrontare i
nuovi "disagi della civiltà" del Duemila. |