| In compagnia delle macchine |
| George B. Dyson, "L'evoluzione delle macchine. Da
Darwin all'intelligenza artificiale", Raffaello Cortina
Editore, Milano 2000, pagg. 432, L. 52.000 | "Carbonio o silicio? Ovvero, chi erediterà la Terra, noi
creature biologiche, discendenti di quei primitivi
protozoi che la lenta selezione darwiniana ha portato a
occupare ogni angolo del pianeta, oppure quel grande
organismo telematico, quell'intelligenza globale la cui
storia inizia con la selezione, favorita dagli umani, delle
prime schegge di silice e giunge fino alla rete di fibre
ottiche diffuse sulla superficie terrestre come una
ragnatela"?
George Dyson, figlio del grande fisico Freeman e
studioso del rapporto tra natura e tecnologia, non
sembra avere dubbi in proposito: in questo suo
L';evoluzione delle macchine. Da Darwin
all'intelligenza artificiale, scommette sull'inevitabilità di
un processo che vede l'emergenza di un
superorganismo artificiale come il prossimo passo
dell'evoluzione, se non della vita, quanto meno
dell'intelligenza, che insieme alla vita segnerebbe la
storia del nostro mondo.
In questo quadro il testo si inserisce in un filone
vagamente millenaristico, dove il racconto attento,
molto istruttivo e ricco (anche sul piano dei riferimenti
letterari) del passaggio dal frammento di ossidiana al
chip di silicio prende la forma non di una tradizionale
storia della tecnologia, ma della narrazione mitologica,
della creazione di una nuova visione del cosmo e del
nostro posto in esso, più adatta al futuribile mondo che
ci attende.
Ciò non significa che il testo non possa esser letto
anche come una piacevole introduzione a quella
rivoluzione digitale che ha cambiato e sempre più
cambierà la nostra esistenza. Ma questo non è il suo
scopo principale. Piuttosto, peccando di hegelismo
inconsapevole, ma in un certo modo affascinante,
Dyson sembra volerci regalare il senso di un destino
necessario che unisce e non contrappone biochimica
ed elettronica. Questo destino è la storia
dell'intelligenza emergente dal processo di selezione;
una storia generata da un doppio impianto
metodologico: una visione biologica dell'evoluzione
delle macchine e una visione meccanica della vita.
Se le creature viventi sono macchine, e se le
macchine (anche quelle artificiali) sono sottoposte a
spinte selettive di tipo darwiniano, allora la
coevoluzione di organico e meccanico è un fatto a
partire dal quale valutare il nostro passato e scrutare il
nostro futuro. In quest'ottica, afferma Dyson i
microprocessori che hanno trasformato il nostro
mondo, dando vita a una Rete di interconnessione le
cui reali potenzialità dobbiamo ancora esplorare, non
sono emersi improvvisamente e casualmente nella
storia del mondo, ma sono con noi fin dal tempo in cui
abbiamo iniziato a lavorare le pietre.
Dyson mostra così in che senso sia stata una buona
idea per le macchine entrare in simbiosi con gli esseri
umani; rivelandosi sempre più utile al successo
evolutivo umano, lo sviluppo tecnologico ha favorito se
stesso, innescando un meccanismo virtuoso che ha
portato ad artefatti sempre più intelligenti, fino alle
attuali macchine pensanti. In effetti Dyson non dubita
per un istante che sia legittimo parlare dello "stato
mentale" di una macchina di Turing, usando del resto
"mente" in un senso molto diffuso nelle scienze
cognitive contemporanee. Se prendiamo sul serio
questo modo di parlare (un "se" molto impegnativo),
anche Internet ha stati mentali, stati ai quali noi
concorriamo a livello locale, pur senza avere alcun
accesso al loro significato globale.
La nostra incapacità di comprendere fino in fondo la
natura della nuova Rete globale ha una duplice origine:
da un lato è una questione di velocità; la biologia che
ci crea si muove nell'arco dei millenni, mentre
l'evoluzione dell'intelligenza meccanica è
immensamente più rapida (siamo passati dai
processori a duemila transistor del 1971 a quelli da
dieci milioni attuali). L'altro motivo ha a che fare con
una questione di scala: l'evoluzione biologica ha
occupato ogni nicchia ecologica negli strati "più in
basso" (è difficile pensare che la miniaturizzazione
elettronica reinventerà gli insetti - più facile
immaginare il processo inverso basato
sull'"entomologia ricombinante"); al contrario esiste
molto spazio "in alto", molte opportunità per lo sviluppo
di un superorganismo di scala planetaria, di
"un'intelligenza elettronica globale", di cui vediamo già
oggi gli albori.
Ma quale sarà il nostro posto in questa fusione
inevitabile di biochimica ed elettronica? Avremo
ancora accesso alla "nebulosa di significati" della
struttura globale di cui faremo parte? O siamo destinati
a restare indietro? Dyson lascia aperto ogni scenario.
Da un lato - con tranquillo cinismo - osserva come
la selezione oggi favorisca le macchine che sanno
comunicare con i bambini, ma anche i bambini che
sanno comunicare con le macchine (ed è difficile
reprimere un certo disagio di fronte a questa
prospettiva); dall'altro dà voce alla sua anima
"buonista" per prospettare un'umanità al servizio di una
natura "la cui intelligenza possiamo scorgere tutta
intorno a noi, mai però comprendere appieno".
Raccontare la storia a ritroso è sempre un rischio;
spesso ciò che si guadagna in solidità narrativa lo si
perde in perspicuità; le svolte casuali della cronaca
divengono la manifestazione di un destino inevitabile.
Dyson tuttavia è consapevole di questo rischio e
sembra offrire al lettore una metafora alternativa: quella
della canoa, per la cui costruzione occorre prima far
crescere un albero, e poi eliminare tutto, eccetto la
barca. Se vi piacciono le storie un po' "zen" avete
allora un modello del modo in cui agirebbe la natura
nella genesi di una struttura che altrimenti non avrebbe
preso forma - con una mistura di intenzionale e
fortuito di cui saremmo nello stesso tempo, spettatori,
attori e vittime. |