RASSEGNA STAMPA

5 NOVEMBRE 2000
MICHELE DI FRANCESCO
In compagnia delle macchine
George B. Dyson, "L'evoluzione delle macchine. Da Darwin all'intelligenza artificiale", Raffaello Cortina Editore, Milano 2000, pagg. 432, L. 52.000
"Carbonio o silicio? Ovvero, chi erediterà la Terra, noi creature biologiche, discendenti di quei primitivi protozoi che la lenta selezione darwiniana ha portato a occupare ogni angolo del pianeta, oppure quel grande organismo telematico, quell'intelligenza globale la cui storia inizia con la selezione, favorita dagli umani, delle prime schegge di silice e giunge fino alla rete di fibre ottiche diffuse sulla superficie terrestre come una ragnatela"?
George Dyson, figlio del grande fisico Freeman e studioso del rapporto tra natura e tecnologia, non sembra avere dubbi in proposito: in questo suo L';evoluzione delle macchine. Da Darwin all'intelligenza artificiale, scommette sull'inevitabilità di un processo che vede l'emergenza di un superorganismo artificiale come il prossimo passo dell'evoluzione, se non della vita, quanto meno dell'intelligenza, che insieme alla vita segnerebbe la storia del nostro mondo.
In questo quadro il testo si inserisce in un filone vagamente millenaristico, dove il racconto attento, molto istruttivo e ricco (anche sul piano dei riferimenti letterari) del passaggio dal frammento di ossidiana al chip di silicio prende la forma non di una tradizionale storia della tecnologia, ma della narrazione mitologica, della creazione di una nuova visione del cosmo e del nostro posto in esso, più adatta al futuribile mondo che ci attende.
Ciò non significa che il testo non possa esser letto anche come una piacevole introduzione a quella rivoluzione digitale che ha cambiato e sempre più cambierà la nostra esistenza. Ma questo non è il suo scopo principale. Piuttosto, peccando di hegelismo inconsapevole, ma in un certo modo affascinante, Dyson sembra volerci regalare il senso di un destino necessario che unisce e non contrappone biochimica ed elettronica. Questo destino è la storia dell'intelligenza emergente dal processo di selezione; una storia generata da un doppio impianto metodologico: una visione biologica dell'evoluzione delle macchine e una visione meccanica della vita.
Se le creature viventi sono macchine, e se le macchine (anche quelle artificiali) sono sottoposte a spinte selettive di tipo darwiniano, allora la coevoluzione di organico e meccanico è un fatto a partire dal quale valutare il nostro passato e scrutare il nostro futuro. In quest'ottica, afferma Dyson i microprocessori che hanno trasformato il nostro mondo, dando vita a una Rete di interconnessione le cui reali potenzialità dobbiamo ancora esplorare, non sono emersi improvvisamente e casualmente nella storia del mondo, ma sono con noi fin dal tempo in cui abbiamo iniziato a lavorare le pietre.
Dyson mostra così in che senso sia stata una buona idea per le macchine entrare in simbiosi con gli esseri umani; rivelandosi sempre più utile al successo evolutivo umano, lo sviluppo tecnologico ha favorito se stesso, innescando un meccanismo virtuoso che ha portato ad artefatti sempre più intelligenti, fino alle attuali macchine pensanti. In effetti Dyson non dubita per un istante che sia legittimo parlare dello "stato mentale" di una macchina di Turing, usando del resto "mente" in un senso molto diffuso nelle scienze cognitive contemporanee. Se prendiamo sul serio questo modo di parlare (un "se" molto impegnativo), anche Internet ha stati mentali, stati ai quali noi concorriamo a livello locale, pur senza avere alcun accesso al loro significato globale.
La nostra incapacità di comprendere fino in fondo la natura della nuova Rete globale ha una duplice origine: da un lato è una questione di velocità; la biologia che ci crea si muove nell'arco dei millenni, mentre l'evoluzione dell'intelligenza meccanica è immensamente più rapida (siamo passati dai processori a duemila transistor del 1971 a quelli da dieci milioni attuali). L'altro motivo ha a che fare con una questione di scala: l'evoluzione biologica ha occupato ogni nicchia ecologica negli strati "più in basso" (è difficile pensare che la miniaturizzazione elettronica reinventerà gli insetti - più facile immaginare il processo inverso basato sull'"entomologia ricombinante"); al contrario esiste molto spazio "in alto", molte opportunità per lo sviluppo di un superorganismo di scala planetaria, di "un'intelligenza elettronica globale", di cui vediamo già oggi gli albori.
Ma quale sarà il nostro posto in questa fusione inevitabile di biochimica ed elettronica? Avremo ancora accesso alla "nebulosa di significati" della struttura globale di cui faremo parte? O siamo destinati a restare indietro? Dyson lascia aperto ogni scenario.
Da un lato - con tranquillo cinismo - osserva come la selezione oggi favorisca le macchine che sanno comunicare con i bambini, ma anche i bambini che sanno comunicare con le macchine (ed è difficile reprimere un certo disagio di fronte a questa prospettiva); dall'altro dà voce alla sua anima "buonista" per prospettare un'umanità al servizio di una natura "la cui intelligenza possiamo scorgere tutta intorno a noi, mai però comprendere appieno".
Raccontare la storia a ritroso è sempre un rischio; spesso ciò che si guadagna in solidità narrativa lo si perde in perspicuità; le svolte casuali della cronaca divengono la manifestazione di un destino inevitabile.
Dyson tuttavia è consapevole di questo rischio e sembra offrire al lettore una metafora alternativa: quella della canoa, per la cui costruzione occorre prima far crescere un albero, e poi eliminare tutto, eccetto la barca. Se vi piacciono le storie un po' "zen" avete allora un modello del modo in cui agirebbe la natura nella genesi di una struttura che altrimenti non avrebbe preso forma - con una mistura di intenzionale e fortuito di cui saremmo nello stesso tempo, spettatori, attori e vittime.
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vedi anche
Scienza e bioetica