Questioni di coscienza| Tre neuroscienziati di fama mondiale adottano, da diverse prospettive, il punto di vista
materialistico per indagare la coscienza. Per Edelman e Tononi in "Un universo di
coscienza" , il sé autocosciente si realizza quando si inscrive nell'orbita
linguistica, quando diventa capace di dire "io". Al contrario, Damasio sostiene in
"Emozione e coscienza" , che linguaggio e cultura vengono dopo il corpo e i
suoi sé |
| Che cosa significa, oggi, essere materialisti? Storicamente il materialista è colui che
cerca di dare conto dei fenomeni senza aggiungere ad essi null'altro oltre a quello che
già sono. Essere materialisti, pertanto, potrebbe significare cercare di stare il più vicino
possibile alla realtà delle cose. Ammesso che si accetti una simile definizione, sorge
subito il problema di cosa significhi - nel concreto lavoro scientifico - "stare vicini alle
cose". Prendiamo l'oggetto di due libri appena usciti - quello di Gerald Edelman e Giulio
Tononi, Un universo di coscienza. Come la materia diventa immaginazione, Einaudi
(2000), e quello di Antonio Damasio, Emozione e coscienza, Adelphi (2000): il loro
comune campo di indagine è la coscienza. In che modo uno scienziato (e tutti e tre gli
autori sono neuroscienziati di fama mondiale) può adottare un punto di vista
materialistico rispetto a questo tema? Possiamo individuare, schematizzando, due
strategie principali: quella di chi ritiene che rimanere vicini alla "realtà delle cose"
implichi cercare, nel cervello in questo caso, altre cose più semplici di quella da
spiegare; e quella di chi, al contrario, ritiene che essere materialisti - allo stadio attuale
delle ricerche scientifiche sulla mente - significhi spiegare il difficile (e la coscienza è
qualcosa di veramente molto complesso) con un insieme di fatti per nulla più semplice,
almeno nel senso corrente del termine. La prima strategia è quella seguita dal libro di
Damasio, l'altra la ritroviamo nel saggio di Edelman e Tononi.
L'obiettivo di Damasio è fornire una teoria scientifica della coscienza, in particolare
spiegare in termini neurologici le tre diverse forme di coscienza che secondo lo
scienziato portoghese esistono nel mondo animale: il proto-sé, il sé nucleare e il sé
autobiografico, quest'ultimo presente solo nell'animale umano, almeno nelle sue forme
più articolate e complesse. Il proto-sé è dato dall'insieme delle funzioni somatiche, del
tutto inconsapevoli, che mantengono in vita il nostro corpo, ad esempio, l'apparato che
mantiene costante la nostra temperatura. Senza questo proto-sé non potrebbero
sussistere gli altri due livelli della coscienza. Il sé nucleare, invece, è quello che
permette per esempio ad un portiere di seguire con gli occhi la palla calciata da un
avversario, di gettarsi nella direzione in cui la palla (come spera) gli passerà vicino per
cercare di intercettarla al volo. Dunque, ciò di cui consiste il sé nucleare è un costrutto
cerebrale nel quale sono contemporaneamente presenti tre elementi: l'oggetto di cui si
è coscienti - in questo caso il pallone calciato dal centravanti avversario - la posizione
del proprio corpo rispetto a quell'oggetto, e la relazione che si stabilisce fra queste due
entità. Tutto ciò significa che il sé nucleare - secondo Damasio presente anche in molte
altre specie oltre a quella umana - è in realtà già una forma elementare di
autocoscienza: "mentre leggete questa pagina - dice ad esempio Damasio - e vedete
queste parole, lo vogliate o meno, in modo automatico e inesorabile sentite che a
leggere siete voi, non io o chiunque altro. Siete voi. Voi sentite che gli oggetti che
percepite in questo momento - il libro, la stanza intorno a voi, la strada fuori dalla
finestra - vengono colti dalla vostra prospettiva e che i pensieri che si formano nella
mente sono vostri e non di qualcun altro".
Sulla base del sé nucleare, che si forma di momento in momento per tutto il periodo
della veglia, si sviluppa poi il sé autobiografico, quello che ci garantisce di essere oggi
la persona che eravamo ieri, e - si spera - anche domani. Questo livello della coscienza
richiede il linguaggio, dice Damasio, perché solo attraverso di esso possiamo formare
quella storia, la nostra storia, in cui prendono posto i ricordi, le speranze, i rimpianti e
così via. Ma il linguaggio non fa che completare il lavoro del sé nucleare:
l'autocoscienza, infatti, secondo Damasio, non richiede il linguaggio.
La spiegazione segue il classico modello riduzionista: il complesso, in questo caso la
coscienza, viene scomposto in elementi più semplici, i vari tipi di coscienza, a loro
volta ridotti a funzioni corporee (in particolare cerebrali) ancora più semplici.
Coerentemente con il modello esplicativo riduzionista, inoltre, la gerarchia di sé è
anche una gerarchia causale: senza il proto-sé non può darsi il sé nucleare, e senza
questo non potrà darsi quello autobiografico. Spiegare la coscienza, quindi, significa
cercare nel corpo: è questa, infatti, l'entità più importante, quella che sorregge dal basso
tutte le altre. Sapere che alla base c'è una sostanza è proprio ciò di cui va in cerca il
senso comune materialistico.
Prima di chiederci se questa accezione corrente di materialismo sia anche la più
efficace, se mantenga le sue promesse, se cioè riesca effettivamente a spiegare i
fenomeni (almeno quelli mentali), sarà utile considerare l'ipotesi di materialismo del
tutto diversa che propongono Edelman e Tononi nel loro libro dedicato a Un universo
di coscienza. Il loro assunto di base considera il cervello così come Darwin pensò la
natura, ovvero come il luogo in cui animali e vegetali competono fra loro per l'accesso a
risorse limitate. Il modello di Darwin permette di spiegare come si possano formare,
nel tempo, strutture molto complesse, ad esempio l'ala di una rondine, o il piede di un
essere umano, senza che nessuno le abbia mai progettate esplicitamente. E' dunque la
continua generazione di un enorme insieme di forme possibili a innescare il processo
selettivo, premiando la forma che meglio si adatta all'ambiente: il premio consiste nella
possibilità di diffondersi all'interno della specie, ai danni delle forme potenzialmente
concorrenti.
Cosa significa applicare questo schema esplicativo al cervello? Chiediamoci, ad
esempio, come sia possibile, a livello neuronale, che un gatto insegua un topo, ossia
come sia possibile che nel cervello del gatto si formi, e si mantenga nel tempo,
l'intenzione di catturare il topo. La serietà del problema diventa evidente se si rinuncia
alla risposta più facile: il gatto insegue il topo perché vuole inseguirlo. Che questa non
sia una risposta dipende dal fatto che tutto il peso della spiegazione è spostato su una
entità del tutto misteriosa, la volontà. Dire che il gatto insegue il topo perché così
vuole la sua volontà è come dire che piove perché piove, o che gli alberi hanno le foglie
verdi perché il verde è un bel colore. Semplicemente, non è una spiegazione.
Se allora dobbiamo cercare nel cervello del gatto la ragione del suo comportamento,
occorre chiederci come possa essere possibile che un sistema fisico (qual è appunto il
suo cervello) sia in grado di produrre, senza una guida superiore, quella che noi
chiameremmo una intenzione (per tranquillizzare gli animalisti va detto che la volontà
in quanto tale non esiste nemmeno nel nostro cervello).
La risposta di Edelman e Tononi prevede di applicare al cervello del gatto il principio
darwiniano della selezione: dobbiamo immaginare che, in ogni momento, siano
compresenti nel cervello del gatto (ma anche nel nostro, in ogni cervello) una miriade
di raggruppamenti neuronali, ognuno dei quali, se attivato, porterebbe ad una determinata
azione: correre, saltare, riposare, cercare oggetti verdi, oppure che odorino di menta e
così via. Ognuno di questi raggruppamenti è in competizione con gli altri: provando, del
tutto inintenzionalmente, a coalizzarsi con altri complessi neuronali, cerca di imporsi
sulla scena del cervello. Il raggruppamento neuronale che riesce in questa operazione,
perché meglio si adatta alla situazione ambientale (in questo caso alla presenza del topo)
è quello che darwinianamente vince: ossia permette al nostro gatto di essere cosciente
del topo.
Edelman e Tononi illustrano questo aspetto centrale della loro teoria con un esempio
musicale: immaginiamo quattro musicisti che debbano suonare insieme, ma non abbiano
uno spartito comune. All'inizio ognuno suonerebbe per conto proprio, senza tenere
conto degli altri, con il risultato di una grande confusione sonora. Poi, lentamente,
ognuno comincerebbe, a prestare ascolto anche alle note prodotte dagli strumenti degli
altri, e un po' alla volta "emergerebbero nuovi suoni più coerenti e integrati rispetto ai
tentativi dei vari musicisti. Questo processo correlativo modificherebbe anche il gesto
successivo di ogni musicista. In tal modo il processo verrebbe ripetuto, ma con nuovi
motivi emergenti, sempre più correlati ... Ne scaturirebbe una musica mutuamente
coerente, che l'esecuzione in assolo di ciascuno sarebbe incapace di produrre". La
melodia che alla fine emerge equivale, nella analogia stabilita da Edelman e Tononi, a
ciò di cui il cervello, in un dato momento, è cosciente.
In questa proposta, la coscienza non è un qualcosa, bensì ha la consistenza volatile ed
effimera di una musica improvvisata: non è dunque cosa, ma modo d'essere del cervello.
Al contrario, per Damasio il sé nucleare - e qui il suo materialismo diventa davvero
troppo materialista - è una specie di immagine: "noi sappiamo di essere coscienti,
sentiamo di trovarci nell'atto di conoscere, poiché la sottile descrizione per immagini
che scorre in questo momento nel flusso dei pensieri del nostro organismo manifesta la
conoscenza che il nostro proto-sé è stato modificato da un oggetto che ha appena
ottenuto risalto nella mente. Sappiamo di esistere perché la storia narrata ci mostra
come protagonisti nell'atto di conoscere".
Perché troppo materialista? Perché una immagine, sia essa visiva o olfattiva o uditiva,
richiede un soggetto che la veda, la annusi, la ascolti: ma chi sarebbe, dentro il cervello,
questo soggetto? Il rischio è quello di finire per postulare che la spiegazione della
coscienza richieda la presenza di una entità misteriosa, come la Volontà, o il Sé con la
maiuscola, che faccia proprio quello che altrimenti non riusciremmo a spiegare; il che
significa, evidentemente, che la nostra spiegazione materialistica in realtà non è
esplicativa.
Per Edelman e Tononi, invece, la coscienza non è un qualcosa, che come tale richiede
un ulteriore processo di interpretazione (una immagine senza nessuno che la guardi a
che serve?), ma appunto il risultato di un processo di sincronizzazione, una specie di
melodia neuronale: "il rientro (ossia l'insieme delle connessioni dinamiche che mettono
in contatto le diverse aree del cervello di volta in volta attive) favorisce il processo di
sincronizzazione dell'attività dei gruppi neuronali appartenenti a mappe cerebrali
differenti, collegandoli in circuiti che emettono segnali in uscita coerenti in senso
temporale": come, ad esempio, l'intenzione del gatto di inseguire il topo.
Sincronizzazione che si condensa, di volta in volta, in quello che chiamano "nucleo
dinamico", dove si specifica ciò di cui in ogni momento il cervello è cosciente. La
coscienza non è una immagine, dunque, ma una sorta di musica, che tuttavia non richiede
nessun ascoltatore: la coscienza è la musica, ossia la sincronizzazione dell'azione di
diverse aree del cervello.
Ma che ne è, infine, del sé autobiografico? Per Edelman e Tononi questo, ossia il sé
cosciente di essere cosciente, più propriamente il sé autocosciente, si realizza quando
la coscienza diventa linguistica, quando il sé diventa capace di dire "io". Nasce in questo
modo un nucleo stabile del sé, cui riferire tutto ciò che accade a quel corpo che è sì - di
volta in volta - cosciente di un certo desiderio, di un certo oggetto, di un certo rumore,
ma senza la capacità di unificare tutti questi episodi. L'autobiografia del sé diventa
possibile solo quando quel sé muto e inconsapevole è capace, una volta entrato
nell'orbita del linguaggio e della cultura, di raccontare, agli altri e a se stesso, quella
storia come la propria storia.
In tal senso, il materialismo di questa proposta va in una direzione contraria a quella di
Damasio: per lo scienziato portoghese - coerentemente con il suo materialismo
riduzionista - il linguaggio e la cultura vengono dopo il corpo e i suoi sé, mentre per
Edelman e Tononi l'autocoscienza, ossia il nostro specifico sé, quello che ci distingue
dagli altri animali, viene dopo il linguaggio. Per evitare questa conclusione, Damasio è
costretto ad attribuire anche al sé nucleare la capacità di rappresentare, nello stesso
tempo, il soggetto e l'oggetto dell'atto di coscienza (ossia, anche questo sé sarebbe
autocosciente); ma solo al prezzo di trasformare la coscienza in una specie di immagine,
il che - come abbiamo visto - implica qualcuno che veda quell'immagine. Se non fosse
che per vedere una immagine serve appunto la coscienza, il che equivale a spiegare la
coscienza con la coscienza, ossia a non spiegarla.
La morale che se ne può ricavare è che essere materialisti non implica essere
riduzionisti: al contrario, per spiegare i fenomeni complessi non sempre si deve cercare
sotto di essi, perché, anzi, si deve cercare spesso sopra di essi. |