/MONTAIGNE/ Per pesare e pensare le parole| Nell'opera del letterato e filosofo francese c'è
un attualissimo capitolo in cui si apprende che ogni
conversazione umana nasconde un confronto |
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| Marc Fumaroli è professore nel Collège de France e
membro dell'Academie Française. Ci propone la rilettura di
un saggio di Michel de Montaigne (1533-1592) che viene
tradotto "L'arte del confronto" e non più "L'arte della
conversazione". Pagine che rappresentano un vero e proprio
"metodo" per "pesare" e per "pensare", strumento di ricerca
interiore, viatico necessario per orientarsi in quella palestra
del "comparare" che sono i suoi "Essais". Un vero e proprio
ponte tra anima e comunicazione. L'intera rilettura di
Fumaroli sarà pubblicata nel volume "Montaigne - L'arte del
confronto" che l'editore Liguori di Napoli manderà in libreria,
nella traduzione di Stefano U. Baldassarri, il 6 novembre (92
pagine, 12.000 lire). Dello scritto di Marc Fumaroli, premesso
all'opera, anticipiamo in questa pagina lo stralcio di alcuni
passi. |
Nell'antichissima disputa che contrappone i "filosofi" ai
"retori", i "pensatori" ai "letterati", il caso di Montaigne
risulta particolarmente complesso. Tanto per cominciare, è
vero o no che l'autore degli Essais si scava la fossa da solo
quando afferma, con la consueta ironia, "Io non sono un
filosofo"? Con questo termine egli intende "teorico di
professione" nel senso allora in uso in ambito universitario, vale
a dire "professore di filosofia". Da questo punto di vista, ancor
meno filosofo era stato Socrate, il grande interlocutore di
Montaigne. Fatto sta che per Pascal (ma non sarà forse il caso di
annoverare anche lui fra gli ammiratori?) Montaigne è un "alter
ego" con cui disputare e che lo stimola a riflettere ancor più del
filosofo di professione Cartesio. In quella serie di appunti
intitolata De l'esprit de géométrie, Pascal lo definisce
"L'incomparable auteur de l'art de conférer". Vi sono pensatori,
quantomeno alcuni pensatori del XVII secolo, che non hanno
solamente visto in Montaigne, come fece Pascal, un'intelligenza
notevole, ma lo hanno scelto come maestro di metodo, come
guida nella ricerca della verità. Va detto che questo metodo non è
implicito o nascosto nelle sinuose pieghe degli Essais . Esso
costituisce il tema di un discorso. Diamo senza alcuna esitazione
il valore di "metodo" al titolo dell'ottavo saggio del terzo libro,
vale a dire L'arte del confronto . Appunto così questo saggio è
stato interpretato dai migliori lettori e discepoli di Montaigne nel
corso del XVII secolo. È sufficiente leggere il capitolo che nella
Vie de Nicolas Fabri de Peiresc , edita nel 1647, Pierre Gassendi
dedica all'attività scientifica del suo amico scomparso per
rendersi conto di come quest'ultimo, grande erudito, praticasse
assiduamente "l'arte del confronto", una disciplina dello spirito
che, sebbene in lui venata di mitezza salesiana e improntata a una
gesuitica sagacia, trae le sue linee essenziali dall'esempio di
Montaigne. Filologo, antiquario, grande esperto di storia naturale,
Peiresc è l'esatto contrario del pedante annotatore di notizie. La
diversità delle cose e dei modi di essere sperimentata nel viaggio -
e in tutte quelle altre forme di viaggio che sono l'ospitalità, il
dialogo e la corrispondenza epistolare - stimola e rinforza la sua
tendenza al paragone, vero e proprio fondamento di un tipo di
studio (attento alla natura non meno che alla natura umana)
inseparabile dalla saggezza.
Ancora sul finire del XVIII secolo, dopo la profluvie di trattati
mondani sulla conversazione che caratterizza il periodo della
Reggenza e i primi decenni del regno di Luigi XV, troviamo in
uno degli ultimi grandi eruditi e antiquari alla Peiresc, il conte di
Caylus, la testimonianza di un'intatta fedeltà alla conversazione di
tipo montaignano. Nella prefazione al terzo volume del suo
Recueil d'Antiquités , edito nel 1759, Caylus riferisce dei suoi
lunghi dialoghi con le opere apparentemente minori di artisti e
artigiani anonimi dell'antico mondo mediterraneo, e spiega come
questi gli rivelino chiaramente quanti tentativi ed errori,
incertezze e insuccessi, rischi e colpi di fortuna si celino dietro il
lento ma costante sviluppo, nel corso di più generazioni, di una
forma d'arte riuscita, per sempre bella e tante volte imitata.
L'esatto contrario, quindi, dell'entusiasmo che fa bloccare
l'attenzione dei contemporanei Diderot e Wincklemann soltanto
sui capolavori classici: l'esatto contrario, inoltre di quella
"filosofia", incerta fra sensualità e razionalismo, che faceva
gonfiare il petto ai suoi celebri nemici, gli Encycolpédistes.
Il saggio L'arte del confronto è spesso ritenuto l'antesignano dei
trattati francesi sulla conversazione dei secoli XVII e XVIII. Ciò
induce, nella maggior parte dei casi, a una lettura affrettata che
impedisce di cogliere appieno il valore di queste pagine. Va subito
specificato che la scelta del concetto di "conversation" - cui si
allude sin dal titolo - come tema di Essais III.8 non costituiva
alcun ostacolo per Montaigne. Si tratta, infatti, di un sostantivo
del latino tardo (il corrispettivo ciceroniano è "sermo") passato
poi nell'italiano, all'epoca la regina delle lingue letterarie
moderne e ritenuta tale anche dall'autore degli Essais , come
dimostrano le sue frequenti citazioni da Ariosto e Tasso. Grazie a
un celebre dialogo di Stefano Guazzo edito nel 1574 - e tradotto
in francese nel 1579, ossia dieci anni prima dell'ottavo saggio del
terzo libro degli Essais - dal titolo La civile conversazione ,
questo termine aveva preso a circolare per tutta Europa.
Montaigne ha inoltre scelto il termine "conférence" perché in
francese esso implica, in modo assai congruo al suo scopo, sia il
concetto di "conversation" sia quello di "comparaison". Il
termine "conférer", infatti, non significa soltanto comunicare
qualcosa; questo anche i più sciocchi lo sanno fare, sebbene
senz'arte alcuna ma solo ricorrendo a qualche stratagemma, chi
più chi meno. Scrive Montaigne: "Non basta fare l'elenco delle
esperienze, bisogna soppesarle e valutarle; bisogna averle digerite
e distillate, per poi fare i conti e stabilire quanto valgono".
L'arte del confronto è un'arte del pensiero. Il termine "poiser",
dal latino tardo "pensare", è all'origine tanto di "peser" quanto di
"penser" in francese moderno. "Penser" ha il valore di "mettere
metodicamente a confronto", "mettere in dubbio e alla prova",
degli oggetti su due piatti di una bilancia, prima di valutarli e
giudicarli, confrontandoli e facendo attenzione alle loro qualità.
Si tratta di un'operazione di sofisticatissima retorica, che tiene
conto di tutte le variabili, a cominciare dalle circostanze
specifiche e dalla personalità di chi è coinvolto, condensate,
infine, nella rischiosa equazione del linguaggio umano. In quanto
tale, è, questo, un esercizio che induce immediatamente chi lo
pratica a mettere da parte eventuali illusioni circa un totale
successo. L'esatto contrario, quindi, della sicurezza con cui
procedono il metodo cartesiano e - sulle sue orme - la teoretica
moderna, entrambi fondati su un "io" pensante trascendentale che
opera in una sorta di laboratorio metafisico, evitando così al
tempo stesso di scontrarsi con il "kairòs" e di dover rispondere
all'urgenza imposta dal "decorum". Nella sua Entretien avec M.
de Sacy , Pascal dimostra di aver compreso come gli Essais di
Montaigne mirino, tramite tutti gli strumenti offerti dal
"confronto", a inibire lo sviluppo di questo "io" pensante che si
aliena dalla condizione umana con l'intento non solo di
riplasmarla a sua immagine e somiglianza, ma anche di non dover
fare i conti con la sua patetica pochezza |