RASSEGNA STAMPA

29 OTTOBRE 2000
MARC FUMAROLI
/MONTAIGNE/ Per pesare e pensare le parole
Nell'opera del letterato e filosofo francese c'è un attualissimo capitolo in cui si apprende che ogni conversazione umana nasconde un confronto
Marc Fumaroli è professore nel Collège de France e membro dell'Academie Française. Ci propone la rilettura di un saggio di Michel de Montaigne (1533-1592) che viene tradotto "L'arte del confronto" e non più "L'arte della conversazione". Pagine che rappresentano un vero e proprio "metodo" per "pesare" e per "pensare", strumento di ricerca interiore, viatico necessario per orientarsi in quella palestra del "comparare" che sono i suoi "Essais". Un vero e proprio ponte tra anima e comunicazione. L'intera rilettura di Fumaroli sarà pubblicata nel volume "Montaigne - L'arte del confronto" che l'editore Liguori di Napoli manderà in libreria, nella traduzione di Stefano U. Baldassarri, il 6 novembre (92 pagine, 12.000 lire). Dello scritto di Marc Fumaroli, premesso all'opera, anticipiamo in questa pagina lo stralcio di alcuni passi.
Nell'antichissima disputa che contrappone i "filosofi" ai "retori", i "pensatori" ai "letterati", il caso di Montaigne risulta particolarmente complesso. Tanto per cominciare, è vero o no che l'autore degli Essais si scava la fossa da solo quando afferma, con la consueta ironia, "Io non sono un filosofo"? Con questo termine egli intende "teorico di professione" nel senso allora in uso in ambito universitario, vale a dire "professore di filosofia". Da questo punto di vista, ancor meno filosofo era stato Socrate, il grande interlocutore di Montaigne. Fatto sta che per Pascal (ma non sarà forse il caso di annoverare anche lui fra gli ammiratori?) Montaigne è un "alter ego" con cui disputare e che lo stimola a riflettere ancor più del filosofo di professione Cartesio. In quella serie di appunti intitolata De l'esprit de géométrie, Pascal lo definisce "L'incomparable auteur de l'art de conférer". Vi sono pensatori, quantomeno alcuni pensatori del XVII secolo, che non hanno solamente visto in Montaigne, come fece Pascal, un'intelligenza notevole, ma lo hanno scelto come maestro di metodo, come guida nella ricerca della verità. Va detto che questo metodo non è implicito o nascosto nelle sinuose pieghe degli Essais . Esso costituisce il tema di un discorso. Diamo senza alcuna esitazione il valore di "metodo" al titolo dell'ottavo saggio del terzo libro, vale a dire L'arte del confronto . Appunto così questo saggio è stato interpretato dai migliori lettori e discepoli di Montaigne nel corso del XVII secolo. È sufficiente leggere il capitolo che nella Vie de Nicolas Fabri de Peiresc , edita nel 1647, Pierre Gassendi dedica all'attività scientifica del suo amico scomparso per rendersi conto di come quest'ultimo, grande erudito, praticasse assiduamente "l'arte del confronto", una disciplina dello spirito che, sebbene in lui venata di mitezza salesiana e improntata a una gesuitica sagacia, trae le sue linee essenziali dall'esempio di Montaigne. Filologo, antiquario, grande esperto di storia naturale, Peiresc è l'esatto contrario del pedante annotatore di notizie. La diversità delle cose e dei modi di essere sperimentata nel viaggio - e in tutte quelle altre forme di viaggio che sono l'ospitalità, il dialogo e la corrispondenza epistolare - stimola e rinforza la sua tendenza al paragone, vero e proprio fondamento di un tipo di studio (attento alla natura non meno che alla natura umana) inseparabile dalla saggezza. Ancora sul finire del XVIII secolo, dopo la profluvie di trattati mondani sulla conversazione che caratterizza il periodo della Reggenza e i primi decenni del regno di Luigi XV, troviamo in uno degli ultimi grandi eruditi e antiquari alla Peiresc, il conte di Caylus, la testimonianza di un'intatta fedeltà alla conversazione di tipo montaignano. Nella prefazione al terzo volume del suo Recueil d'Antiquités , edito nel 1759, Caylus riferisce dei suoi lunghi dialoghi con le opere apparentemente minori di artisti e artigiani anonimi dell'antico mondo mediterraneo, e spiega come questi gli rivelino chiaramente quanti tentativi ed errori, incertezze e insuccessi, rischi e colpi di fortuna si celino dietro il lento ma costante sviluppo, nel corso di più generazioni, di una forma d'arte riuscita, per sempre bella e tante volte imitata.
L'esatto contrario, quindi, dell'entusiasmo che fa bloccare l'attenzione dei contemporanei Diderot e Wincklemann soltanto sui capolavori classici: l'esatto contrario, inoltre di quella "filosofia", incerta fra sensualità e razionalismo, che faceva gonfiare il petto ai suoi celebri nemici, gli Encycolpédistes. Il saggio L'arte del confronto è spesso ritenuto l'antesignano dei trattati francesi sulla conversazione dei secoli XVII e XVIII. Ciò induce, nella maggior parte dei casi, a una lettura affrettata che impedisce di cogliere appieno il valore di queste pagine. Va subito specificato che la scelta del concetto di "conversation" - cui si allude sin dal titolo - come tema di Essais III.8 non costituiva alcun ostacolo per Montaigne. Si tratta, infatti, di un sostantivo del latino tardo (il corrispettivo ciceroniano è "sermo") passato poi nell'italiano, all'epoca la regina delle lingue letterarie moderne e ritenuta tale anche dall'autore degli Essais , come dimostrano le sue frequenti citazioni da Ariosto e Tasso. Grazie a un celebre dialogo di Stefano Guazzo edito nel 1574 - e tradotto in francese nel 1579, ossia dieci anni prima dell'ottavo saggio del terzo libro degli Essais - dal titolo La civile conversazione , questo termine aveva preso a circolare per tutta Europa.
Montaigne ha inoltre scelto il termine "conférence" perché in francese esso implica, in modo assai congruo al suo scopo, sia il concetto di "conversation" sia quello di "comparaison". Il termine "conférer", infatti, non significa soltanto comunicare qualcosa; questo anche i più sciocchi lo sanno fare, sebbene senz'arte alcuna ma solo ricorrendo a qualche stratagemma, chi più chi meno. Scrive Montaigne: "Non basta fare l'elenco delle esperienze, bisogna soppesarle e valutarle; bisogna averle digerite e distillate, per poi fare i conti e stabilire quanto valgono". L'arte del confronto è un'arte del pensiero. Il termine "poiser", dal latino tardo "pensare", è all'origine tanto di "peser" quanto di "penser" in francese moderno. "Penser" ha il valore di "mettere metodicamente a confronto", "mettere in dubbio e alla prova", degli oggetti su due piatti di una bilancia, prima di valutarli e giudicarli, confrontandoli e facendo attenzione alle loro qualità.
Si tratta di un'operazione di sofisticatissima retorica, che tiene conto di tutte le variabili, a cominciare dalle circostanze specifiche e dalla personalità di chi è coinvolto, condensate, infine, nella rischiosa equazione del linguaggio umano. In quanto tale, è, questo, un esercizio che induce immediatamente chi lo pratica a mettere da parte eventuali illusioni circa un totale successo. L'esatto contrario, quindi, della sicurezza con cui procedono il metodo cartesiano e - sulle sue orme - la teoretica moderna, entrambi fondati su un "io" pensante trascendentale che opera in una sorta di laboratorio metafisico, evitando così al tempo stesso di scontrarsi con il "kairòs" e di dover rispondere all'urgenza imposta dal "decorum". Nella sua Entretien avec M.
de Sacy
, Pascal dimostra di aver compreso come gli Essais di Montaigne mirino, tramite tutti gli strumenti offerti dal "confronto", a inibire lo sviluppo di questo "io" pensante che si aliena dalla condizione umana con l'intento non solo di riplasmarla a sua immagine e somiglianza, ma anche di non dover fare i conti con la sua patetica pochezza
inizio pagina
vedi anche
analisi e commenti