Gli analitici si raccontanoDue tentativi di bilancio sulla corrente filosofica che ha prodotto i maggiori progressi nel pensiero del '900 L'approcìo
per problemi è il vero punto di forza |
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| Avrum Stroll, «Twentieth Century Analytic Philosophy», Columbia University Press, New York 2000, pagg. 302. | Ci sono varie storie dell'ermeneutica, ma, finora, nemmeno una storia della filosofia analitica, anche se ci sono alcune approssimazioni parziali di grande interesse, come La tradizione semantica da Kant a Carnap di Alberto Coffa (Il Mulino, vedi «Il Sole 24 Ore dell' 8 novembre 1998). Neanche il recente Filosofia analitica del ventesimo secolo di Avrum Stroll è una vera e propria storia: si tratta piuttosto di una serie di ritratti teorici - e, rapidamente, biografici - di alcune figure di primo piano come Russell, Carnap, Moore, Wittgenstein (il Secondo), Ryle, Austin, Kripke e Putnam. Di nessuno di questi filosofi Stroll è interessato a ricostruire integralmente il pensiero.
Quello che gli importa è presentare, in ciascun caso, i temi centrali della loro elaborazione teorica, per poi criticarli (anche radicalmente, come, nel caso di Quine e di Kripke e Putnam) nella parte finale di ogni capitolo. Le presentazioni sono elementari, ed è chiaro che si rivolgono a lettori che non abbiano già familiarità con i filosofi in questione; la discussione, peraltro, è seria e in tutto e per tutto "professionale", anche se contenuta in poche pagine. Dunque il libro può essere letto utilmente anche dagli addetti ai lavori , personalmente, ho apprezzato soprattutto alcuni contenuti non strettamente teorici, come la ricostruzione del modo di insegnare di Austin, l'analisi dell'insuccesso della filosofia di Ryle o l'interpretazione della figura intellettuale di Quine a partire dalla sua (noiosissima) autobiografia - come realizzazione concreta del solipsismo wittgensteiniano del Tractatus Quine sarebbe un uomo per cui il mondo si identifica con la sua mente, e la sua mente con la logica.
Queste esposizioni critiche del pensiero dei maggiori filosofi analitici del Novecento sono racchiuse tra due brevi capitoli che hanno un carattere di bilancio. Si tratta di un bilancio
difensivo e rinunciatario. Stroll sembra concedere che il secolo appena trascorso non è stato un
periodo in cui si siano raggiunti grandi risultati filosofici, che la filosofia analitica si è occupata di questioni di poco momento, e che il solo tra i filosofi analitici che pare destinato a entrare nel pantheon del grandi filosofi è Ludwig Wittgenstein (sulla cui qualifica di "analitico", peraltro, è legittimo avanzare dei dubbi). Rivendica però la continuità tra la filosofia analitica e la grande tradizione filosofica: i filosofi analitici hanno continuato a occuparsi dei problemi che interessavano Aristotele e Cartesio, Leibniz e Kant, e se questi problemi sono risultatì interessanti solo per i filosofi di professione, ciò non vuol dire che non siano importanti. E non si può non riconoscere l'alta qualità e l'originalità di creazioni filosofiche come la teoria degli atti linguistici, l'idea di somiglianze di famiglia, la nozione di designazione rigida e - soprattutto - la logica matematica.
Questo bilancio un po' dimesso sembra basato anzitutto su un'incomprensibile decurtazione della filosofia analitica. Sono filosofi analitici a pieno titolo anche Thomas Kuhn e John Rawls, che non si sono occupati del significato dei nomi propri bensì, rispettivamente, della natura della scienza e di che cos'è una società giusta, questioni che è difficile ritenere futili e marginali. Né Kuhn, né Rawls, né tutti gli altri filosofi della scienza e filosofi morali avrebbero potuto produrre le loro idee se non all'interno dell'ambiente intellettuale creato da Frege, Russell, Wittgenstein, Carnap e Quine. E' vero che gli scritti di questi ultimi non sono stati, e non sono, popolari «Sai che il re non ha mai sentito parlare di Wittgenstein?!», pare dicesse Moore a sua moglie tornando dal conferimento di un'onorificenza britannica), ma forse neanche gli scritti dì Spinoza e dì Malebranche venivano declamati sulle piazze. L'influenza delle idee filosofiche sulla scienza, sulla politica e sul "comune sentire", quando c'è stata, è stata per lo più indiretta, sottile, filtrata da molte mediazioni. Il lamento sulla scarsa diffusione culturale della filosofia analitica sembra presupporre un implicito confronto con un'epoca ben precisa e delimitata della storia della filosofia, quella che va, grosso modo, da Hegel a Nietzsche, quando i filosofi - filosofi: non certo i neokantiani erano letti avidamente dalla comunità colta di allora. Ma questo fenomeno, credo senza precedenti nella storia della filosofia, riguardò forme di pensiero che (senza nulla togliere ai loro meriti) avevano largamente rinunciato alla tecnicità della ricerca filosofica.
Qui per "tecnicità" non intendo tanto l'oscurità della scrittura, l'impiego di parole difficili o (nella tradizione analitica) di astruserie formali, quanto piuttosto il fatto che è in generale difficile capire il senso e la ragion d'essere di un contributo filosofico se non sì è in grado di localizzarlo all'interno di una ricerca collettiva. Allo stesso modo, il di un particolare articolo, mettiamo, di genetica risulta incomprensibile se non si conosce la frontiera attuale della ricerca genetica, se non si sa quali sono i problemi di cui si discute e perché se ne discute. Questo era già vero, in filosofia, ai tempi di Tommaso d'Aquino e a quelli di Leibniz; ed è tanto più vero oggi che la filosofia non è affidata a pochi titani produttori di grandi sintesi, ma a una miriade di ricercatori di vario talento (in alcuni casi, sia chiaro, di talento).
Come ricorda Stroll, solo in Nord America sono attivi circa diecimila filosofi di professione. Questa crescita smisurata della comunità filosofica come delle altre comunità disciplinari, dai fisici dello stato solido ai filologi germanici, frutto di un'abbondanza di risorse a sua volta senza precedenti nella storia, ha determinato una crescita strepitosa della produzione intellettuale, ma anche ovviamente - una perdita di controllo. Si fa fatica a capire che cosa succede in filosofia, come si fa fatica a capire che cosa succede nella genetica o nella fisica delle particelle: chi è fuori da una comunità di ricerca non può che affidarsi ai media, le cui scelte, oltre a essere inclini al fraintendimento e al clamore ingiustificato, non guardano alla qualità del prodotto intellettuale ma alla facilità di comunicarlo a un pubblico vasto.
E' naturale che i media siano scarsamente attratti dal contenuto non concettuale o dalla differenza tra riduzionismo e eliminativismo, e preferiscano se mai riferire del destino dell'uomo nell'età della tecnica o della nostra responsabilità verso le generazioni future. Non, c'è ragione di scandalizzarsene (o almeno di sorprendersene), ma non se ne devono trarre conseguenze per le sorti della filosofia analitica, o della filosofia in generale. |