RASSEGNA STAMPA

21 OTTOBRE 2000
FILIPPO GENTILONI
Listino valori e conti in rosso
La calda estate che abbiamo attraversato ha portato in primo piano il Vaticano e la chiesa cattolica italiana. La cronaca se ne è occupata come non mai, anche se non sempre è riuscita a collegare i vari eventi e ad appianare le contraddizioni. Un rapido elenco, anche incompleto degli eventi principali, è sufficiente per dare un'idea della sovraesposizione; più difficile, invece, tentarne un bilancio nonché accennare alle implicazioni e alle conseguenze per il futuro. Arduo anche un bilancio delle reazioni di matrice laica.
Partiamo dai fatti, dunque. Al centro le trionfali "giornate" della gioventù, ad agosto, culmine del Giubileo. Un successo cattolico che ha meravigliato tutti, ma che deve essere accostato ad altri fatti di segno diverso, come il successo della manifestazione gay a Roma, duramente osteggiata dal Vaticano. Intanto Silvio Berlusconi applaudito al convegno ciellino di Rimini, segnale piuttosto chiaro di una svolta a destra della Conferenza Episcopale. Il dissidio fra autorità cattolica e laici si approfondisce: dalla scuola privata - aiutata, non non troppo - alla bioetica, che sembra rappresentare, a tutt'oggi, il centro dello scontro. Il governo e le regioni aumentano le concessioni ai cattolici - fra l'altro, il ruolo degli insegnanti di religione, gli aiuti alle scuole private - che, però, non bastano mai oltre Tevere.
Il cardinale Joseph Ratzinger - prefetto della Congregazione per la dottrina della fede - con la Dichiarazione "Dominus Iesus", "Circa l'unicità e l'universalità salvifica di gesù Cristo e della Chiesa", respinge in serie B le altre religioni, nonostante tutte le dichiarazioni di buona volontà ecumenica: le altre chiese cristiane non si devono più chiamare "sorelle". Intanto l'arcivescovo di Bologna Biffi mette in guardia contro l'immigrazione che minerebbe il nazionalcattolicesimo inscritto nel Dna degli italiani: una nuova crociata contro i musulmani. Voci autorevoli, certamente, ma quanto condivise dal multiforme mondo cattolico? Notevole l'imbarazzo al di qua del Tevere, soprattutto per la beatificazione di Pio IX, anche se accostata più o meno opportunamente a quella di Giovanni XXIII. Il centrosinistra oscilla fra timidi tentativi di reazione e abbondanti baciamano. Imbarazzo anche nel centrodestra, che si professa paladino del Vaticano, ma nell'ambito del quale si riaffaccia timidamente un "polo laico". Umberto Bossi si allinea alle posizioni di Biffi, ma il resto del Polo non è d'accordo. La stessa cultura laica, dell'uno e dell'altro fronte, cerca di riprendere la parola, ma sente di essere piuttosto spiazzata. Un certo affanno è rivelato anche dai volumi della rivista "Micromega", nonostante il loro indubbio successo.
Eventi numerosi, dunque. Ricchi di forte visibilità ma anche di contraddizioni. Quale chiave di lettura? Fra le altre possibili, ne proporrei una che mi sembra particolarmente convincente e che ruota intorno a un termine che nell'estate scorsa è stato fra i più ricorrenti, i "valori". So bene che il termine è ambiguo, ma forse proprio all'ambiguità deve il suo successo. I valori oscillano dall'etica alla religione alla politica. Occupano molti piani. Si possono tradurre in "senso" o "fine della vita". Riguardano sia il singolo che la collettività. Sono - sarebbero - indispensabili più del pane e dell'occupazione.
Se è così, ecco la tesi che, esplicitamente o implicitamente, è emersa nei dibattiti estivi, fra l'una e l'altra sponda del Tevere: i valori, indispensabili alla vita individuale e sociale, sono appannaggio esclusivo della religione - del cattolicesimo, dalle nostre parti - mentre la cultura e la società laica ne è priva. Li deve chiedere in prestito o in affitto.
Perciò la sua inevitabile dipendenza da chi li possiede e li amministra. Perciò non sono equivalenti le due sponde del Tevere. Perciò la crisi della laicità, crisi che si fa più grave nei momenti di passaggio, come l'attuale, da una società all'altra. Perciò il sicuro successo di chi i valori li possiede, come i ragazzi e le ragazze di Tor Vergata, il sorriso negli occhi e lo sguardo rivolto al futuro.
Una tesi che sembra convincente, suffragata come è da vincitori e vinti: laici e cattolici, credenti e non. Ma la tesi è molto ambigua, come ambigua è la definizione dei famosi valori e della loro assoluta necessità per la vita della società. Qui è sufficiente accennare a qualche domanda e a qualche perplessità.
"Quali" valori? E ancora: è proprio vero il monopolio religioso dei valori e, quindi, l'assenza di valori autentici nella cultura laica? Sono questi gli interrogativi di fondo di un dibattito che ha accompagnato gli eventi dell'Anno Santo del 2000 e che qui si può soltanto accennare.
La prima osservazione non può non riguardare i valori cosiddetti laici. La loro esistenza, prima di tutto: la loro storia, la loro presenza e la loro ricchezza. Perché negarli? Perché riservare loro una minore dignità? Basti pensare allo spirito di sacrificio, alla solidarietà dimostrata per decenni dal movimento operaio. Un esempio insigne: la sua generosità, i suoi martiri. Anche il suo altruismo. E che dire di tutti i combattenti di tutti i popoli per la libertà? Anche oggi, dal Chiapas alla Cina.
Se si eliminano questi "valori" dal medagliere positivo, si finisce per attribuire un voto alto soltanto a quei livelli che pretendono di porsi "al di là". Un rischio grave: lo corrono tutti coloro che - come nelle recenti settimane - esaltano soltanto valori "trascendenti", quelli, appunto, coltivati e reclamizzati proprio dalle religioni che li custodiscono. Con il rischio di spostare l'attenzione dal concreto all'astratto, dalla terra al cielo. Dal finito ad un presunto infinito. Un rischio molto presente nel recente dibattito: dietro l'angolo, ma molto vicina, quella alienazione della quale si è molto parlato nell'ultimo secolo, ma il cui pericolo sembra oggi dimenticato, anche da una parte della cultura di sinistra. Se i "valori" sono "ideali" lontani, l'alienazione è dietro l'angolo, con tutte le sue gravi conseguenze sociali e politiche. Il valore che si trasforma in "ideale" è molto vicino alla ideologia, nel senso peggiore di questo termine famoso e dibattuto.
Che la laicità rivendichi, dunque, senza complessi di inferiorità nei confronti di nessuno, i suoi valori: ricchezza del "qui e ora", del dubbio, della ricerca incessante, dell'abbraccio con l'altro, soprattutto con il diverso, e così via. Non appiattimento sulla mediocrità, ma cammino in avanti, compiuto senza né orgoglio né pregiudizi, per usare i termini di un'opera famosa di Jane Austen.
Un discorso che avrebbe bisogno di altro spazio e di altri approfondimenti. Qui può essere sufficiente una conclusione parziale, ma importante. L'estate che ci siamo lasciati alle spalle, con la sovraesposizione mediatica del mondo cattolico, con la sua occupazione delle prime pagine e della televisione, ne ha mostrato anche i diversi aspetti. Diversi, spesso contraddittori. E' più che mai impossibile parlare di un cattolicesimo al singolare, come quasi sempre si fa da questa sponda del Tevere.
Impossibile e falso. Tanto più se questo cattolicesimo al singolare , che un po' si contesta e combatte ma molto si ammira, è quello pontificio. Come se il Vaticano comprendesse in sé tutte le forme di cattolicesimo, in una omogeneità totalitaria, in un monotono livellamento Non è così. Sant'Egidio è ben diverso da Comunione e Liberazione; il volontariato del Gruppo Abele da quello della Compagnia delle Opere, il cattolicesimo degli scout da quello delle Acli. Migliaia di gruppi, associazioni e parrocchie, dal nord al sud del paese, stentano a identificarsi, poi, totalmente, nelle prese di posizione di Joseph Ratzinger o di Biffi. E anche in quelle del pontefice: non si dimentichi il risultato delle famose consultazioni referendarie su divorzio e aborto. Differenze anche ad alto livello: l'episcopato tedesco è ben diverso da quello italiano.
Il Tevere è ben più largo di quanto spesso non si crede. L'altra sponda è più lontana.
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