| Listino valori e conti in rosso | La calda estate che abbiamo attraversato ha portato in primo piano il Vaticano e la chiesa
cattolica italiana. La cronaca se ne è occupata come non mai, anche se non sempre è
riuscita a collegare i vari eventi e ad appianare le contraddizioni. Un rapido elenco,
anche incompleto degli eventi principali, è sufficiente per dare un'idea della
sovraesposizione; più difficile, invece, tentarne un bilancio nonché accennare alle
implicazioni e alle conseguenze per il futuro. Arduo anche un bilancio delle reazioni di
matrice laica.
Partiamo dai fatti, dunque. Al centro le trionfali "giornate" della gioventù, ad agosto,
culmine del Giubileo. Un successo cattolico che ha meravigliato tutti, ma che deve
essere accostato ad altri fatti di segno diverso, come il successo della manifestazione
gay a Roma, duramente osteggiata dal Vaticano. Intanto Silvio Berlusconi applaudito al
convegno ciellino di Rimini, segnale piuttosto chiaro di una svolta a destra della
Conferenza Episcopale. Il dissidio fra autorità cattolica e laici si approfondisce: dalla
scuola privata - aiutata, non non troppo - alla bioetica, che sembra rappresentare, a
tutt'oggi, il centro dello scontro. Il governo e le regioni aumentano le concessioni ai
cattolici - fra l'altro, il ruolo degli insegnanti di religione, gli aiuti alle scuole private -
che, però, non bastano mai oltre Tevere.
Il cardinale Joseph Ratzinger - prefetto della Congregazione per la dottrina della fede -
con la Dichiarazione "Dominus Iesus", "Circa l'unicità e l'universalità salvifica di gesù
Cristo e della Chiesa", respinge in serie B le altre religioni, nonostante tutte le
dichiarazioni di buona volontà ecumenica: le altre chiese cristiane non si devono più
chiamare "sorelle". Intanto l'arcivescovo di Bologna Biffi mette in guardia contro
l'immigrazione che minerebbe il nazionalcattolicesimo inscritto nel Dna degli italiani:
una nuova crociata contro i musulmani. Voci autorevoli, certamente, ma quanto
condivise dal multiforme mondo cattolico?
Notevole l'imbarazzo al di qua del Tevere, soprattutto per la beatificazione di Pio IX,
anche se accostata più o meno opportunamente a quella di Giovanni XXIII. Il
centrosinistra oscilla fra timidi tentativi di reazione e abbondanti baciamano. Imbarazzo
anche nel centrodestra, che si professa paladino del Vaticano, ma nell'ambito del quale
si riaffaccia timidamente un "polo laico". Umberto Bossi si allinea alle posizioni di
Biffi, ma il resto del Polo non è d'accordo. La stessa cultura laica, dell'uno e dell'altro
fronte, cerca di riprendere la parola, ma sente di essere piuttosto spiazzata. Un certo
affanno è rivelato anche dai volumi della rivista "Micromega", nonostante il loro
indubbio successo.
Eventi numerosi, dunque. Ricchi di forte visibilità ma anche di contraddizioni. Quale
chiave di lettura? Fra le altre possibili, ne proporrei una che mi sembra particolarmente
convincente e che ruota intorno a un termine che nell'estate scorsa è stato fra i più
ricorrenti, i "valori". So bene che il termine è ambiguo, ma forse proprio all'ambiguità
deve il suo successo. I valori oscillano dall'etica alla religione alla politica. Occupano
molti piani. Si possono tradurre in "senso" o "fine della vita". Riguardano sia il singolo
che la collettività. Sono - sarebbero - indispensabili più del pane e dell'occupazione.
Se è così, ecco la tesi che, esplicitamente o implicitamente, è emersa nei dibattiti estivi,
fra l'una e l'altra sponda del Tevere: i valori, indispensabili alla vita individuale e sociale,
sono appannaggio esclusivo della religione - del cattolicesimo, dalle nostre parti -
mentre la cultura e la società laica ne è priva. Li deve chiedere in prestito o in affitto.
Perciò la sua inevitabile dipendenza da chi li possiede e li amministra. Perciò non sono
equivalenti le due sponde del Tevere. Perciò la crisi della laicità, crisi che si fa più grave
nei momenti di passaggio, come l'attuale, da una società all'altra. Perciò il sicuro
successo di chi i valori li possiede, come i ragazzi e le ragazze di Tor Vergata, il sorriso
negli occhi e lo sguardo rivolto al futuro.
Una tesi che sembra convincente, suffragata come è da vincitori e vinti: laici e cattolici,
credenti e non. Ma la tesi è molto ambigua, come ambigua è la definizione dei famosi
valori e della loro assoluta necessità per la vita della società. Qui è sufficiente
accennare a qualche domanda e a qualche perplessità.
"Quali" valori? E ancora: è proprio vero il monopolio religioso dei valori e, quindi,
l'assenza di valori autentici nella cultura laica? Sono questi gli interrogativi di fondo di
un dibattito che ha accompagnato gli eventi dell'Anno Santo del 2000 e che qui si può
soltanto accennare.
La prima osservazione non può non riguardare i valori cosiddetti laici. La loro esistenza,
prima di tutto: la loro storia, la loro presenza e la loro ricchezza. Perché negarli? Perché
riservare loro una minore dignità? Basti pensare allo spirito di sacrificio, alla solidarietà
dimostrata per decenni dal movimento operaio. Un esempio insigne: la sua generosità, i
suoi martiri. Anche il suo altruismo. E che dire di tutti i combattenti di tutti i popoli per
la libertà? Anche oggi, dal Chiapas alla Cina.
Se si eliminano questi "valori" dal medagliere positivo, si finisce per attribuire un voto
alto soltanto a quei livelli che pretendono di porsi "al di là". Un rischio grave: lo corrono
tutti coloro che - come nelle recenti settimane - esaltano soltanto valori "trascendenti",
quelli, appunto, coltivati e reclamizzati proprio dalle religioni che li custodiscono. Con
il rischio di spostare l'attenzione dal concreto all'astratto, dalla terra al cielo. Dal finito
ad un presunto infinito. Un rischio molto presente nel recente dibattito: dietro l'angolo,
ma molto vicina, quella alienazione della quale si è molto parlato nell'ultimo secolo, ma
il cui pericolo sembra oggi dimenticato, anche da una parte della cultura di sinistra. Se i
"valori" sono "ideali" lontani, l'alienazione è dietro l'angolo, con tutte le sue gravi
conseguenze sociali e politiche. Il valore che si trasforma in "ideale" è molto vicino alla
ideologia, nel senso peggiore di questo termine famoso e dibattuto.
Che la laicità rivendichi, dunque, senza complessi di inferiorità nei confronti di nessuno,
i suoi valori: ricchezza del "qui e ora", del dubbio, della ricerca incessante,
dell'abbraccio con l'altro, soprattutto con il diverso, e così via. Non appiattimento sulla
mediocrità, ma cammino in avanti, compiuto senza né orgoglio né pregiudizi, per usare i
termini di un'opera famosa di Jane Austen.
Un discorso che avrebbe bisogno di altro spazio e di altri approfondimenti. Qui può
essere sufficiente una conclusione parziale, ma importante. L'estate che ci siamo
lasciati alle spalle, con la sovraesposizione mediatica del mondo cattolico, con la sua
occupazione delle prime pagine e della televisione, ne ha mostrato anche i diversi
aspetti. Diversi, spesso contraddittori. E' più che mai impossibile parlare di un
cattolicesimo al singolare, come quasi sempre si fa da questa sponda del Tevere.
Impossibile e falso. Tanto più se questo cattolicesimo al singolare , che un po' si
contesta e combatte ma molto si ammira, è quello pontificio. Come se il Vaticano
comprendesse in sé tutte le forme di cattolicesimo, in una omogeneità totalitaria, in un
monotono livellamento
Non è così. Sant'Egidio è ben diverso da Comunione e Liberazione; il volontariato del
Gruppo Abele da quello della Compagnia delle Opere, il cattolicesimo degli scout da
quello delle Acli. Migliaia di gruppi, associazioni e parrocchie, dal nord al sud del
paese, stentano a identificarsi, poi, totalmente, nelle prese di posizione di Joseph
Ratzinger o di Biffi. E anche in quelle del pontefice: non si dimentichi il risultato delle
famose consultazioni referendarie su divorzio e aborto. Differenze anche ad alto livello:
l'episcopato tedesco è ben diverso da quello italiano.
Il Tevere è ben più largo di quanto spesso non si crede. L'altra sponda è più lontana. |