I dogmi fanno bene alla scienza: chi non è d'accordo può cambiarli| LE TESI DI KUHN SULLE "RIVOLUZIONI" DEL SAPERE NEGANO UN'IDEA DI VERITA' COME CORRISPONDENZA ALLA REALTA', DIALOGANO CON NIETZSCHE, WITTGENSTEIN E GADAMER |
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| Thomas Kuhn "Dogma contro critica. Mondi possibili nella storia della scienza", a cura di Stefano Gattei, Cortina, pp. 410, L. 59.000 | La pubblicazione di questo volume dal titolo avversativo e provocatorio: Dogma contro
critica (a cura di Stefano Gattei), che presenta alcuni saggi alquanto significativi di Thomas Kuhn e due sorprendenti lettere di Paul Feyerabend, ha l'indubbio merito di rilanciare in grande stile il dibattito sul metodo scientifico che vide protagonisti, negli scorsi decenni, gli artefici di quella nuova filosofia della scienza che si era lasciata alle spalle lo Standard view del neopositivismo logico. Grande epoca, quella di un recente passato, in cui si potevano incontrare, tra Torino e Spoleto, personaggi come Popper, Kuhn e Feyerabend!
La grande risonanza suscitata dal libro di Kuhn: La struttura delle evoluzioni scientifiche, che risale al 1962, rese popolare una controversia di antica data relativa alle condizioni e al significato dei grandi mutamenti verificatisi nella storia della scienza, al metodo deduttivo piuttosto che induttivo seguito dai ricercatori, al rapporto tra il linguaggio osservativo e quello teorico. Kuhn sosteneva che lo sviluppo scientifico non può essere considerato un processo omogeneo di accrescimento del sapere bensì un'evoluzione discontinua di mutamenti nella visione del mondo.
Ogni rivoluzione scientifica comporta la sostituzione dei paradigmi operanti nella comunità degli scienziati; quando il nuovo paradigma viene condiviso da tutti, inizia un periodo di scienza normale in cui gli scienziati si impegnano ad osservare dogmaticamente le stesse norme nella loro attività di ricerca, dedita esclusivamente alla soluzione dei rompicapo che si creano all'interno del modello di spiegazione vigente.
Durante la fase di scienza normale, la comparsa dì un'anomalia che viola le aspettative euristiche del paradigma genera una crisi che si conclude soltanto con la formulazione di un nuovo paradigma, il quale viene stipulato intersoggettivamente al fine di persuadere gli scienziati in termini di fecondità esplicativa ma anche di appeal estetico.
L'avvicendarsi dei paradigmi comporta un rilevante mutamento nella percezione del mondo, il quale risulta incommensurabile con il mondo analizzato nell'epoca precedente,
Queste tesi così eterodosse, aperte alla sociologia e allo storicismo, suscitarono un vespaio di polemiche soprattutto tra gli adepti del razionalismo critico di Popper ma aprirono anche una timida breccia all'interno di una tradizione, quella ermeneutica fondata da Heidegger e perfezionata da Gadamer, che aveva sempre guardato alla scienza come ad un modello di conoscenza obiettivamente, privo di adeguata consapevolezza storica e relativa densità interpretativa.
Si trattava - allora come oggi - di sollevare quel velo di diffidenza (se non di conclamata ignoranza) che impedisce il confronto delle reciproche strategie teoriche: notoriamente Heidegger sostiene che la scienza non pensa, misconoscendo così l'affinità della propria concezione topologica dell'essere con molti esiti della scienza novecentesca, dal canto suo, Gadamer contrappone la propria ontologia ermeneutica al metodo scientifico, trascurando le rilevanti convergenze emerse nella filosofia della scienza successiva a quella del Circolo di Vienna.
Per contro, i filosofi analitici ignorano, tra le altre cose, la nozione di oggettività intrinseca al prospettivismo elaborato da Nietzsche e cosi pensano che l'enfasi posta sul ruolo dell'interpretazione comporti la negazione dell'evidenza empirica, mentre non viene per lo più avvertita la significativa correlazione tra il principio di indeterminazione di Heisenberg, quello di indecidibilità di Gödel e la più generale crisi dei fondamenti elaborata dalla filosofia continentale, la quale sviluppa una marcata attitudine decostruttiva.
Criteri di rilevanza, schemi concettuali, precomprensione, tradizioni di ricerca, tenacia delle convenzioni figurative, visioni preanalitiche, anticipazioni di senso, metafisiche influenti, paradigmi, stili di analisi: si tratta di una considerevole "cassetta di utensili" o repertorio di concetti allestito congiuntamente tanto dall'epistemologia quanto dall'ermeneutica, così come dall'estetica delle arti figurative. Leggendo questa nuova raccolta di saggi di Kuhn, dedicati principalmente al tema dell'incommensurabilità, forse anche coloro che guardano con perplessità troveranno sorprendenti elementi di corroborazione della tesi.
Secondo Kuhn, nella sua fase matura, la scienza procede in virtù del proprio dogmatismo, anticipando i risultati desiderati per poi costringere la natura ad accordarsi con essi, si sviluppa nella fedeltà ad un programma di ricerca, nella resistenza ad ogni novità non conforme al modello di spiegazione, avanza grazie all'iniziazione dogmatica sedimentata nei manuali: nella difesa ad oltranza del paradigma avviene qualcosa di analogo alla "riabilitazione del pregiudizio" che ci permette di comprendere il senso della nostra esperienza. Diversamente dalla comunità degli artisti, in cui è possibile attingere liberamente alla visione del mondo di Rembrandt o di Cézanne, di Masaccio o di Picasso, il paradigma scientifico è una convenzione obbligante che richiede l'esclusiva.
Tutto ciò fa infuriare Paul Feyerabend, in quegli anni ancora vicino al razionalismo critico di Popper, che copre l'amico di benevoli contumelie del tipo: "Presenti un'ideologia monolitica nei panni di una storia. Sei un mistico, un irrazionalista. Sei davvero come uno stregone, Tom, sei immorale". Feyerabend, preoccupato anche dei risvolti politici insiti nel dogmatismo della scienza normale, considera altamente desiderabile uno stato di crisi permanente che conduca ad un vertiginoso confronto e alla sostituzione dei paradigmi.
Affrontando il problema cruciale dell'incommensurabilità, Kuhn insiste sul ruolo dell'ermeneutica nella spiegazione scientifica: non si tratta di tradurre un elemento del vecchio paradigma nel nuovo (o viceversa) ma di interpretare il mutamento di significato all'interno di una comunità linguistica e della cultura che essa esprime, di acquisire il nuovo criterio di ordinamento del mondo, le categorie tassonomiche con cui ci avviciniamo alla realtà. Quando Kuhn parla della necessità di un "circolo filosofico più ampio" della comprensione che richiede bilingui più che traduttori, certamente si mostra affine all'antropologia del secondo Wittgenstein, che riconduceva i giochi linguistici alle forme di vita, ma anche in profonda sintonia con la "fusione di orizzonti" vagheggiata da Gadamer.
Anche per Kuhn, come per Nietzsche, non esistono fatti che non siano già l'esito dì valutazioni prospettiche, di modificazioni interpretative prodotte dalle convinzioni teoriche e dal vivere associato. Sarà opportuno, per i filosofi come per gli scienziati, abbandonare ogni "posizione fondazionista" che pensa alla verità come corrispondenza con la realtà, al linguaggio come candidato per il vero o per il falso, e valutare le teorie secondo criteri convenzionali di coerenza, fecondità, applicabilità, semplicità ed eleganza, riconoscendo il carattere virtuoso del circolo interpretativo che trae origine da un'eredità ricevuta con l'essere al mondo, conservando una preziosa apertura verso altri mondi possibili. |