RASSEGNA STAMPA

21 OTTOBRE 2000
ELEONORA RASY
Mario Trevi: "La forza del nostro metodo è stato sempre il dialogo. Anche fra scuole differenti"
Mario Trevi e Marco Innamorati, "Riprendere Jung", editore Bollati Boringhieri, pagg. 200, lire 35.000
Se si dà retta a Mario Trevi, il Terzo Millennio non dovrebbe essere l'epoca della fine della psicoanalisi. Trevi è il decano degli psicoanalisti junghiani in Italia. Analizzato dal mitico Ernst Bernhard, è uno di quegli analisti che non smettono d'interrogarsi sul loro sapere e sul loro operato. Ora Trevi ha pubblicato, insieme a un più giovane amico e collega, Marco Innamorati, un libro, Riprendere Jung , che vuole, proprio come suona il titolo, riprendere Jung, nel senso di riprenderne l'opera, ma anche di correggerlo. Cosa che, nell'universo junghiano piuttosto conservatore che non ha conosciuto tutte le scissioni e controversie di quello freudiano, suona come una provocazione. Tanto più in un momento in cui il proliferare di scuole di differente orientamento crea una confusione che rafforza l'attacco di chi con argomenti filosofici, come Derrida, o per ragioni terapeutiche, come i sostenitori degli psicofarmaci, mette in discussione i fondamenti stessi di tale disciplina. "Proprio da questo siamo partiti per il nostro ragionamento", esordisce Trevi. "Jung nei Tipi psicologici afferma il principio che il rapporto che ognuno di noi ha con la realtà è subordinato al "tipo" cui appartiene. Quindi ogni psicologo, a seconda del tipo cui appartiene, fa legittimamente la sua costruzione teorica. Freud questo non poteva concepirlo perché ispirò la sua teoria alle scienze della natura, per cui ogni scissione gli provocava dolore e scandalo. Jung, invece, lo aveva previsto già nel 1913, perché sapeva che le strade di approccio alla psiche sono molteplici. Jung, però, era un autore asistematico e spesso contraddittorio: in seguito anche lui sarà abbagliato dall'illusione di una "psiche oggettiva". I suoi seguaci, poi, si sono chiusi in un forte conservatorismo, normalizzando l'opera di Jung o enfatizzando solo aspetti del suo pensiero, come è successo con l'enfasi presa dalla teoria degli archetipi. Questo però ha irrigidito la ricerca e portato all'impossibilità di condividere l'esperienza clinica". E soprattutto sembra non essere compatibile con la situazione contemporanea, che da un lato rifiuta la psicologia del profondo e dall'altro ospita un grande eclettismo in materia, non trova? "Gli attacchi sono rivolti alla struttura teorica, perché sul piano pratico oggi nessuno rifiuta più l'approccio psicologico, la psicologia è entrata in tutte le strutture sanitarie. Quanto agli attacchi alla teoria, li ritengo legittimi: l'esistenza e lo sviluppo di teorie differenti costituisce la fondamentale ricchezza della psicologia del profondo". Vuol dire che in psicologia ogni teoria e dunque anche ogni terapia è legittima? "Voglio dire che un eclettismo critico è necessario. Per ciò che riguarda la psiche umana non ci possono essere dogmi. Non si può fare l'esperimento pratico su un paziente, ma si può prendere una figura, diciamo così, di "paziente ideale", una figura centrale nella storia della psicoanalisi, che è stata interpretata in molti modi diversi: Edipo. E' nota l'interpretazione di Freud legata alla sessualità, che, come "complesso di Edipo", è entrata nel linguaggio corrente. Ma da un punto di vista adleriano la storia di Edipo, che significa "piede gonfio", può essere interpretata come compensazione di un complesso di inferiorità organica. Oppure, essendo colui che risolve l'enigma della Sfinge, come paradigma dell'uomo creativo e trasgressivo. E altre interpretazioni, da Jung stesso a Otto Rank a Roheim, sono state elaborate, tutte coerenti e convincenti". Ma non crede che questo suo possibilismo possa offrire argomenti a chi vede nell'intera costruzione psicoanalitica un gran delirio novecentesco? "Non è possibilismo, è relativismo critico, e il relativismo è indispensabile in psicologia. Inoltre ci sono fattori di prassi non assoggettabili a elementi puramente teorici. Il nucleo della terapia è il dialogo, un dialogo trasformatore. Lo si capisce pensando che l'animale uomo, a differenza degli altri animali, diventa adulto attraverso una continua interazione dialogica. La psicoterapia è il tentativo di supplire a quei dialoghi che sono mancati". Oggi se c'è qualcosa che viene meno nella formazione dell'animale uomo è il dialogo: è questo che consentirà alla psicoterapia di affermarsi anche nel Ventunesimo secolo? "Posso solo dire che la terapia come supplenza dialogica non ha conosciuto crisi". Ma come dovrà essere il terapeuta prossimo venturo? "Dovrà essere qualcuno che sa che ci sono punti di vista diversi e che questo non comporta una crisi, ma una maggiore apertura. Qualcuno, insomma, consapevole che esistono altre prospettive".
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