| Mario Trevi: "La forza del nostro metodo è
stato sempre il dialogo. Anche fra scuole
differenti" | Se si dà retta a Mario Trevi, il Terzo Millennio non
dovrebbe essere l'epoca della fine della psicoanalisi. Trevi è il
decano degli psicoanalisti junghiani in Italia. Analizzato dal
mitico Ernst Bernhard, è uno di quegli analisti che non
smettono d'interrogarsi sul loro sapere e sul loro operato. Ora
Trevi ha pubblicato, insieme a un più giovane amico e collega,
Marco Innamorati, un libro, Riprendere Jung , che vuole,
proprio come suona il titolo, riprendere Jung, nel senso di
riprenderne l'opera, ma anche di correggerlo. Cosa che,
nell'universo junghiano piuttosto conservatore che non ha
conosciuto tutte le scissioni e controversie di quello freudiano,
suona come una provocazione. Tanto più in un momento in cui il
proliferare di scuole di differente orientamento crea una
confusione che rafforza l'attacco di chi con argomenti filosofici,
come Derrida, o per ragioni terapeutiche, come i sostenitori degli
psicofarmaci, mette in discussione i fondamenti stessi di tale
disciplina. "Proprio da questo siamo partiti per il nostro
ragionamento", esordisce Trevi. "Jung nei Tipi psicologici
afferma il principio che il rapporto che ognuno di noi ha con la
realtà è subordinato al "tipo" cui appartiene. Quindi ogni
psicologo, a seconda del tipo cui appartiene, fa legittimamente la
sua costruzione teorica. Freud questo non poteva concepirlo
perché ispirò la sua teoria alle scienze della natura, per cui ogni
scissione gli provocava dolore e scandalo. Jung, invece, lo aveva
previsto già nel 1913, perché sapeva che le strade di approccio
alla psiche sono molteplici. Jung, però, era un autore asistematico
e spesso contraddittorio: in seguito anche lui sarà abbagliato
dall'illusione di una "psiche oggettiva". I suoi seguaci, poi, si
sono chiusi in un forte conservatorismo, normalizzando l'opera di
Jung o enfatizzando solo aspetti del suo pensiero, come è
successo con l'enfasi presa dalla teoria degli archetipi. Questo
però ha irrigidito la ricerca e portato all'impossibilità di
condividere l'esperienza clinica".
E soprattutto sembra non essere compatibile con la situazione
contemporanea, che da un lato rifiuta la psicologia del profondo e
dall'altro ospita un grande eclettismo in materia, non trova? "Gli
attacchi sono rivolti alla struttura teorica, perché sul piano pratico
oggi nessuno rifiuta più l'approccio psicologico, la psicologia è
entrata in tutte le strutture sanitarie. Quanto agli attacchi alla
teoria, li ritengo legittimi: l'esistenza e lo sviluppo di teorie
differenti costituisce la fondamentale ricchezza della psicologia
del profondo".
Vuol dire che in psicologia ogni teoria e dunque anche ogni
terapia è legittima? "Voglio dire che un eclettismo critico è
necessario. Per ciò che riguarda la psiche umana non ci possono
essere dogmi. Non si può fare l'esperimento pratico su un
paziente, ma si può prendere una figura, diciamo così, di "paziente
ideale", una figura centrale nella storia della psicoanalisi, che è
stata interpretata in molti modi diversi: Edipo. E' nota
l'interpretazione di Freud legata alla sessualità, che, come
"complesso di Edipo", è entrata nel linguaggio corrente. Ma da un
punto di vista adleriano la storia di Edipo, che significa "piede
gonfio", può essere interpretata come compensazione di un
complesso di inferiorità organica. Oppure, essendo colui che
risolve l'enigma della Sfinge, come paradigma dell'uomo creativo
e trasgressivo. E altre interpretazioni, da Jung stesso a Otto Rank
a Roheim, sono state elaborate, tutte coerenti e convincenti".
Ma non crede che questo suo possibilismo possa offrire
argomenti a chi vede nell'intera costruzione psicoanalitica un gran
delirio novecentesco? "Non è possibilismo, è relativismo critico,
e il relativismo è indispensabile in psicologia. Inoltre ci sono
fattori di prassi non assoggettabili a elementi puramente teorici. Il
nucleo della terapia è il dialogo, un dialogo trasformatore. Lo si
capisce pensando che l'animale uomo, a differenza degli altri
animali, diventa adulto attraverso una continua interazione
dialogica. La psicoterapia è il tentativo di supplire a quei dialoghi
che sono mancati".
Oggi se c'è qualcosa che viene meno nella formazione
dell'animale uomo è il dialogo: è questo che consentirà alla
psicoterapia di affermarsi anche nel Ventunesimo secolo? "Posso
solo dire che la terapia come supplenza dialogica non ha
conosciuto crisi". Ma come dovrà essere il terapeuta prossimo
venturo? "Dovrà essere qualcuno che sa che ci sono punti di vista
diversi e che questo non comporta una crisi, ma una maggiore
apertura. Qualcuno, insomma, consapevole che esistono altre
prospettive". |