RASSEGNA STAMPA

21 OTTOBRE 2000
GIANNI MATTIOLI
Divieto italiano sul mais: la Commissione Europea non lo abroga
La conclusione della riunione del 19 ottobre del Comitato permanente per l'Alimentazione dell'Unione Europea rappresenta un fatto di grande importanza. In quella sede la Commissione si era presentata con la proposta di imporre all'Italia l'abrogazione del decreto del Presidente del Consiglio Amato che dal 4 agosto 2000 ha sospeso la circolazione in Italia di alcuni prodotti alimentari derivati da varietà di mais geneticamente modificate: la proposta della Commissione è stata respinta da un'ampia maggioranza. La circolazione dei prodotti era stata autorizzata in Europa tra il 1997 ed il 1998 applicando, su iniziativa della Gran Bretagna, una procedura semplificata, prevista dalle norme comunitarie solo nel caso in cui i prodotti alimentari, pur derivati da organismi geneticamente modificati, non contenessero tali molecole modificate. In caso contrario la procedura è, come logico, molto più lunga e complessa e richiede appropriate indagini che devono essere effettuate da organismi scientifici di tutti i paesi UE.
È evidente la razionalità della norma dettata dall'applicazione del principio di precauzione, da tempo entrato a fondamento dell'ordinamento comunitario. Ora, nel caso di questi prodotti, la presenza delle molecole modificate era inequivocabilmente provata e dunque si era di fronte ad una grave violazione delle norme: da qui la necessità dell'iniziativa dell'Italia che con la sua azione, ha sollevato il problema. Non solo a salvaguardia della salute degli italiani ma dei cittadini europei.
Purtroppo ci siamo trovati di fronte ad una dura opposizione da parte della Commissione, la quale, invece di riconoscere la violazione della norma, ha tentato di spostare la questione sul terreno del rischio sanitario, richiedendo al Comitato Scientifico se questi prodotti potessero essere pericolosi per la salute. Domanda in vero squalificante dal punto di vista scientifico, dal momento che l'attuale problematica su questi prodotti riguarda la ricognizione di eventuali effetti a medio-lungo termine e, coerentemente, il Comitato Scientifico registra il fatto che l'Italia non ha presentato evidenze sul rischio sanitario, ma non era questo, appunto, il terreno del contendere, quanto la corretta applicazione della norma. Partendo da questa risposta al Comitato permanente, la Commissione ne ha fatto la base per proporre l'abrogazione del Decreto Amato, ma una maggioranza costituita da nove paesi insieme all'Italia (Germania, Danimarca, Austria, Grecia, Francia, Lussemburgo, Svezia e Belgio) ha indotto la Commissione a ritirare la proposta ed anzi la Germania ha avanzato la richiesta di un'iniziativa urgente per vietare la circolazione su tutto il territorio europeo. Spetta ora alla Commissione procedere. Vorrei chiarire che non vi è da parte nostra alcun pregiudizio: spetta alla ricerca scientifica far seguire alla fase della scoperta, dell'innovazione, la valutazione accurata, in modo sistematico, degli effetti dell'applicazione e la ricerca italiana può dare ottimi contributi in questa direzione. Non si giustificano dunque le dichiarazioni, disinformate o interessate, di quanti hanno visto nella posizione italiana un colpo alla nostra ricerca.
Più semplicemente e molto realisticamente qui si confrontavano, da una parte, i giganteschi interessi delle grandi multinazionali del settore agroalimentare e, dall'altra, la razionalità scientifica e la salvaguardia della salute. Questa volta ha prevalso, dunque, l'interesse della collettività.
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