MA IL FUTURO NON È DI
MAGHI E COMPUTERFra pronostico e profezia: da oggi studiosi a
confronto a Venezia Scienziati, economisti ma anche teologi: ci si interroga su
quello che accadrà e sulle possibilità di stabilirlo prima Il massmediologo Longo: gli strumenti di previsione si sono evoluti poco |
| E' possibile navigare nel futuro? Certo che sì.
Imbarchiamoci su una macchina volante, e via. "Da Verne a
Robida, da Graffigny a Grifoni, da Salgari a Yambo, la letteratura
avventurosa del secolo del positivismo, da quella utopica a quella
umoristica, offre esempi affascinanti e suggestivi di tutte la
possibili variazioni sul tema - stimola la fantasia Paola
Pallottino, dell'università di Macerata - dai promettenti nomi di
Albatros, Sparviero, Croce del Sud, Fraccia, Gipaeto". Ma se
restiamo con i piedi per terra, dobbiamo affidarci, magari, al
calcolatore. E allora sono guai. O, per lo meno, tanta incertezza.
Perché i risultati di questo viaggio nel futuro sono talvolta
deludenti, si fermano anzitempo, oppure arrivano a conclusioni
che non avremmo mai immaginato. Il motivo? Cercheranno di
stabilirlo gli studiosi che da quest'oggi s'interrogheranno su "Il
futuro: previsione, pronostico e profezia", che l'Istituto veneto di
scienze, lettere ed arti tiene a Venezia.
L'uomo ha cercato in ogni tempo di oltrepassare i limiti del
presente. Nel campo delle scienze l'ha fatto dando larga fiducia
alle previsioni basate sui modelli matematici di tipo predittivo. Il
risultato? Tante di queste previsioni - dirà al convegno il
presidente dell'istituto, Bruno Zanettin si sono rivelate poco
affidabili. Il motivo? "Piccolissime imprecisioni sui dati
concernenti la situazioni si traducono ben presto in inaccettabili
incertezze sulla situazione futura".
Aumenteranno le possibilità con i grandi elaboratori elettronici?
Crescerà la capacità - farà capire Antonio Lepsky, docente di
controlli automatici all'Università di Padova - di prevedere gli
effetti di certe azioni, in modo da facilitare la scelta di quella più
conveniente. Per cercare di stabilire i "limiti dello sviluppo", ci si
è serviti di modelli matematici che sono stati tarati su come sono
andate le cose dal 1900 al 1970. Le previsioni hanno dato luogo a
più di qualche perplessità, ciò non di meno - precisa Lepsky -i
modelli adoperati, nel caso specifico quelli della System
Dynamics di Jay Forrester, "si sono dimostrati utili perché hanno
messo in evidenza la possibilità che certe politiche, scelte
intuitivamente in base ai loro effetti immediati, si rivelino, nei
tempi lunghi, controproducenti appunto per il carattere
antiintuitivo del comportamento dei sistemi complessi".
La capacità di intervenire è elevata, scarsa, invece, è quella di
prevedere. Conferma Giuseppe Longo, docente di teoria
dell'informazione all'università di Trieste: "Gli strumenti di
previsione si sono evoluti meno degli strumenti di intervento,
quindi siamo costretti a prendere decisioni poco informate che
possono trasformare l'uomo ed il mondo in maniera irreversibile".
La consapevolezza di tutto questo rende drammatica, secondo
Longo, la nozione di responsabilità verso coloro che non
prendono parte alle decisioni: le popolazioni del terzo mondo, gli
ampi strati esclusi dei paesi progrediti, le generazioni future. "La
programmazione finalistica che anima lo sviluppo tecnico si
scontra con la complessità ingovernabile del mondo, conferendo
all'evoluzione biotecnologica una forte dose di aleatorietà".
E che cosa accade nell'evoluzione economica? "L'economia sta di
nuovo assumendo nei confronti del futuro un atteggiamento meno
meccanico e più qualitativo - risponde Ignazio Musu,
dell'università Ca' Foscari di Venezia -. Essa torna a guardare al
futuro con una prospettiva di lungo periodo e si pone in un
contesto nuovo gli stessi grandi problemi dei classici sul ruolo del
progresso tecnologico nella sostenibilità e nella qualità dello
sviluppo". Una novità, secondo Musu, è la maggiore attenzione al
ruolo del disegno delle istituzioni economiche necessarie per fare
del futuro una occasione di crescita di valori per le società e le
persone che vi vivono. In questa navigazione, però, bisogna fare i
conti anche con le nuove nozioni di tempo. Che, per aspetti,
sembra essere quello delle "macchine volanti".
"Il tempo quotidiano si fa multiplo e discontinuo - sottolinea
Alberto Melucci, ordinario di Sociologia dei processi culturali
all'Università di Milano -, perché implica il passaggio da un
universo all'altro dell'esperienza: dall'una all'altra rete di
appartenenza, dal linguaggio e dai codici di un certo territorio a
spazi sociale semanticamente ed affettivamente distanti da esso".
Il tempo, dunque, sta perdendo la sua uniformità. Incombe
pertanto, secondo Melucci, "il destino della scelta, la
responsabilità umana sul futuro, fino a ridefinire il concetto stesso
di previsione".
Al futuro, d'altro canto, si svolge anche l'esperienza religiosa, in
una prospettiva escatologica. Ma immaginare la fine, quando il
mondo continua a proseguire nel suo corso, è operazione
contraddistinta, per definizione, da una forte nota di provvisorietà
ed ambiguità, mette subito le mani avanti Piero Stefani,
dell'Istituto di studi ecumenici San Bernardino, di Venezia. "E',
quindi, lecito affermare che tutte le figure si possono rovesciare
nel loro contrario", aggiunge Stefani che al convegno proporrà le
immagini della fine nell'escatologia cristiana, due in particolare, il
libro e la tromba. "Il libro tenuto in mano dall'ultimo giudice può
significare condanna, ma nella forma del libro della vita, esso
rappresenta la definitiva salvezza. Le stesse trombe del giudizio
non sono affatto solo tali: indicano anche la definitiva vittoria di
Dio sull'ultimo nemico, la morte. L'ambivalenza maggiore la si ha
dunque - secondo Stefani - a proposito della stessa risurrezione
dei morti: l'apocalittica la considera una semplice precondizione
per venire poi definitivamente giudicati, mentre il primitivo
annuncio evangelico la giudica conrisorgere con Cristo facendola
coincidere con la salvezza". |