| I nipoti di Rousseau e l'eterna rivolta contro la modernità |
| Luciano Pellicani, docente di Sociologia politica alla Luiss di Roma e direttore della scuola di giornalismo e comunicazione di massa della Luiss, è autore de I nemici della modernità (Ideazione Editrice, pagg. 233, lire 30.000). |
C'è una osservazione di Nietzsche dalla quale conviene partire per intendere le «ragioni» delle furibonde manifestazioni contro la globalizzazione che hanno avuto come teatro prima Seattle e poi Praga: «L'illuminismo provoca indignazione». La provoca poiché illuminismo significa Modernità, la quale è una rivoluzione permanente generata dal mercato, dalla scienza, dalla tecnologia, dall'individualismo. Nessuno meglio di Marx ha descritto la potenza, al tempo stesso creativa e distruttiva, della Modernità: «Il continuo rivoluzionamento della produzione, l'incessante scuotimento di tutte le condizioni sociali, l'incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l'epoca borghese da tutte le precedenti. Tutte le stabili e arrugginite condizioni di vita, con il loro seguito di opinioni e credenze rese venerabili dall'età, si dissolvono, e le nuove invecchiano prima ancora di aver potuto fare le ossa. Tutto ciò che vi era di stabilito e di rispondente ai vari ordini sociali svapora, ogni cosa sacra viene sconsacrata e gli uomini sono finalmente costretti a considerare con occhi liberi da ogni illusione la loro posizione nella vita».
Insomma, e per dirla con le parole di Friedrich Schlegel, Modernità significa «disincanto del mondo», quindi vita senza valori sacri. Donde l'invito dell'illuminista Max Weber ad accettare stoicamente il fatto che, nell'epoca della secolarizzazione, l'uomo è condannato a «vivere senza Dio e senza profeti». Non il Dio della fede, ma il Dio inteso come assoluto, archetipo del sacro, simbolo divino della tradizione: circolare, immutabile, perfetta, dove non c'è spazio per l'individuo. L'uomo non è il protagonista della storia, non sceglie, ma si limita a ripercorrere un tracciato già scritto.
Ma è esattamente quello che gli «orfani di Dio» non hanno mai voluto e potuto accettare. La perdita della dimensione sacra della realtà da essi è sempre stata vissuta come una catastrofe intollerabile. Di qui l'indignazione permanente che la rivoluzione permanente capitalistica - una rivoluzione che avanza come una valanga culturale, tutto travolgendo davanti a sé: istituzioni, costumi, interessi, valori, sentimenti, ecc. - ha generato e continua a generare.
Ora, se è vero, come è vero, che è stato Rousseau il primo pensatore che ha dato dignità teorica all'indignazione di fronte all'avanzata travolgente della Modernità, allora gli attuali contestatori della globalizzazione possono essere considerati i nipoti, più o meno consapevoli, del «divino Jean-Jacques». Un tempo, i «nipoti di Rousseau» contestavano la Gesellschaft borghese in nome della Gemeinschaft proletaria. Il loro guru era Herbert Marcuse, il teorico del Gran Rifiuto, che additava nella Ragione illuministica la perversa potenza che aveva generato una «società oscena», animata da «falsi bisogni» e asservita agli imperativi funzionali dell'Apparato scientifico-tecnologico. Oggi, rovinosamente collassato il mito della Rivoluzione totale, ad essi non resta che aggrapparsi al mito della Natura buona e benefica, barbaramente violentata dalla globalizzazione.
Cambia la terminologia, ma resta inalterata la source esistenziale e morale della rivolta contro la Modernità: il desiderio romantico di vivere in una comunità armoniosa e compatta, in perfetto accordo con la Natura. Non possono, i «nipoti di Rousseau», tollerare che il mondo sia dominato da potenze impersonali e amorali, quali il mercato e la tecnologia scientificamente orientata. Ma, a differenza dei riformisti, essi, questi profeti della rivoluzione assoluta, non si sforzano di ideare i meccanismi istituzionali per disciplinare in qualche modo il processo di modernizzazione; la loro é una protesta globale così come è globale la rivoluzione permanente capitalistica. E' una negazione secca, che rifiuta pregiudizialmente la discussione e il compromesso. Come tale, non è una risposta costruttiva, bensì la manifestazione violenta del disagio esistenziale che la Modernità genera ad ogni tappa della sua metamorfosi espansiva.
D'altra parte, come potrebbe essere diversamente? Chi anela a realizzare l'assoluto in terra, non può non guardare con orrore al trionfo dello spirito borghese, «questo micidiale nemico del Sacro» (N. Berdjaev). |