RASSEGNA STAMPA

14 OTTOBRE 2000
FRANCO VOLTAGGIO
La grammatica umana del pensiero
Nel paragrafo 16 dell'"Analitica dei concetti" della Critica della ragion pura Kant afferma: "(La proposizione) 'Io penso' deve poter accompagnare tutte le mie rappresentazioni, giacché, in caso contrario, verrebbe in me rappresentato qualcosa che non potrebbe da me esser pensato, il che sarebbe come se la rappresentazione fosse per me impossibile o, almeno per me, non fosse". Senza fare riferimento a un'ipotetica situazione empirica, come, ad esempio, un'area del cervello in cui si collochi la coscienza dell'io o autocoscienza, Kant sostiene, da un lato, che l'autocoscienza è un'intuizione pura, cioè non prodotta da una percezione esterna, dall'altro che, senza di essa non si darebbe il pensiero umano. Questa tesi gli consente di operare una duplice identificazione: il pensiero umano e l'io, inteso come autocoscienza, sono la stessa cosa; poiché l'io non può esser colto altro che con quella che egli stesso definisce un'argomentazione per assurdo, cioè con un procedimento logico tipico della matematica (per solito identificata con il regno del ragionamento puro), l'io e la ragione non sono soltanto la stessa cosa, ma sono anche un assoluto incondizionato - qual è il ragionamento matematico che non è certo determinato dalla percezione - talché ogni uomo, in quanto razionale, è, in linea di principio, infinitamente libero. Rinunciare a questa prospettiva aperta da Kant è insieme doloroso e impossibile, giacché, ove vi si rinunci, si finirebbe con l'aprire entro sé un varco in cui irromperebbero, senza mediazioni razionali, gli affetti del vissuto e le seduzioni delle religioni positive.
Pensare a un "intelletto senza la guida di un altro" è, sotto certi aspetti, una fede, la fede propria dell'Illuminismo, il che non toglie come essa sia la sola che permetta di contrastare efficacemente tutte le fedi.
A veicolare questa fede è tuttavia un enunciato (nell'originale tedesco Satz) - il testo kantiano suona infatti così: "(Das Satz) 'Ich denke'" (= la proposizione "Io penso") - in cui un soggetto dice a se stesso di pensare. Di qui a sostenere che l'"io", come il "tu" nasca nel linguaggio umano, contrassegnato da una serie di regole qualitativamente diverse da quelle dei linguaggi non umani, il passo è inevitabile. A compierlo è ora un libro di Felice Cimatti, filosofo del linguaggio, La scimmia che si parla (Bollati Boringhieri, pp. 282, L. . 30.000). Quello di Cimatti è davvero un bel libro, non solo per la lucidità e la chiarezza con cui vengono esaminati i percorsi seguiti dalla neurobiologia per esplorare i processi della cognitività animale e umana, ma anche e soprattutto per il pathos filosofico, supportato da un dominio magistrale della filosofia contemporanea, che conduce l'autore a cogliere nel linguaggio verbale la peculiarità della condizione umana e nel contempo la chiave per decifrare il difficile tema della libertà.
Come sempre accade quando a motivare un discorso c'è una reale vocazione filosofica, è possibile avvertire nel libro la traccia di una autentica qualità umana. Qualità che si esprime nella costante preoccupazione dell'autore di evitare il rischio che la specificità del linguaggio verbale legittimi la collocazione dell'uomo al vertice della natura. Al contrario il riconoscimento di questa specificità dischiude per Cimatti due vie: quella di una vera e propria pedagogia linguistica intesa a insegnare, almeno ai primati non umani, il linguaggio verbale risolvendolo in una tramatura di segni; quella, certamente più significativa, che ci porta a comprendere come un presunto privilegio umano debba volgersi in un'assunzione di responsabilità nei confronti di tutti i viventi. Proprio perché la macchina cognitiva umana sembra disporre di una marcia in più, le opportunità di conoscenza e comprensione, dischiuse all'animale umano, devono essere sfruttate nell'interesse di tutti gli animali.
Il primo obiettivo colpito dalla critica di Cimatti è quello dello homunculus, un io, dotato di coscienza e volontà, esistente in ogni uomo prima di fare la sua comparsa nel linguaggio, che spiegherebbe perché l'animale umano sia dotato di autocoscienza e possa esser definito l'unico reale possessore della mente. Secondo un'antica tradizione filosofica, che ha il suo riscontro anche in taluni protagonisti delle neuroscienze, come John Eccles, l'autocoscienza umana avrebbe la sua origine in una disposizione innata, individuabile nella stessa struttura del cervello umano, che consentirebbe all'uomo di "vedere se stesso mentre pensa". In realtà, ammesso che ci sia qualche cosa di vero nella specularità dell'intelligenza umana, questa non può essere spiegata con un'entità (per l'appunto una sorta di homunculus), un doppio che guidi le nostre azioni e moduli e controlli i nostri pensieri. Una tale spiegazione è insostenibile per due ottime ragioni: una puramente logico-speculativa, giacché questa ipotetica guida dell'intelligenza umana rinvierebbe all'esistenza di un'altra guida e questa all'esistenza di un'altra, avviando un regresso all'infinito che potrebbe essere chiuso solo da un'opzione metafisica, il Dio della tradizione scolastica che "illumina l'intelletto umano", meramente potenziale, dunque virtuale, facendolo così pensare; una seconda, più decisamente suffragata dalle risultanze della ricerca neurobiologica sulla cognitività animale, la quale ci suggerisce come tutti gli animali, uomo compreso, siano dotati di "mente", se non altro perché sono in grado di distinguere gli oggetti che li circondano e di operare in vista di taluni obiettivi, come la ricerca del cibo e l'evitamento delle fonti di pericolo, così come sono tutti egualmente capaci di costruire strumenti. Sotto questo aspetto, la mente è definibile in generale come una "macchina darwiniana", capace di tradurre gli stimoli percettivi in risposte, modulare strategie adeguate agli scopi e introdurre variazioni funzionali attraverso tentativi per prove ed errori, operando una selezione delle risposte con un processo che replica (e insieme accompagna) il processo di sopravvivenza delle specie già illustrato dalla teoria classica dell'evoluzione.
Che cosa rende allora la macchina darwiniana umana diversa dalle altre? Innanzitutto una infinitamente minore dipendenza dall'ambiente. L'animale "conosce" - e per solito bene - il contesto in cui è immerso al punto da modificare la sua condotta, operando una serie di aggiustamenti locali, ma l'uomo conosce ben al di là di quello che è il suo mondo percettivo. Peculiare della conoscenza umana è, altresì, lo "sbaglio". Contrariamente infatti a quanto solitamente si pensa (e qui ci permettiamo di implementare le osservazioni di Cimatti) "errore" e "sbaglio" non sono affatto sinonimi (come sembra sottolineare la lingua inglese che li rende rispettivamente con "error" e "mistake").
L'"errore", infatti, è una cadenza del tentare, mentre lo "sbaglio" è la formulazione inadeguata, con una o più parole, di un contenuto appreso. Come dire che l'"errore" è un evento dell'azione, mentre lo "sbaglio" è un'evenienza tipica del linguaggio. Veniamo così alla tesi di fondo della Scimmia che si parla: l'uomo, come gli altri animali, è dotato di un pensiero o mente che ha una precisa matrice percettiva, ed è altresì contrassegnato dal possesso di un mezzo per comunicare, il linguaggio, con la differenza tuttavia che questo suo strumento gli serve non soltanto per comunicare, quanto anche e soprattutto per "parlare a se stesso". Tra i primati, al cui gruppo appartiene, è la sola "scimmia che si parla".
Nel capitolo centrale Cimatti mette a fuoco la speciale natura del pensiero discorsivo umano, conducendo l'analisi a due livelli: sul piano di un'indagine comparata del comportamento comunicativo degli animali e dell'uomo, anche in termini di cadenze e stili espressivi; nella dimensione propria del linguaggio verbale, di cui vengono esaminate funzioni e portata. Il primo contesto di fenomeni esaminato è quello del problem solving, vale a dire della conoscenza attivata dalla necessità di risolvere un problema.
Immaginiamo uno scimpanzé e un uomo alle prese con uno stesso problema: come afferrare una banana situata in una posizione tale da trovarsi fuori dalla loro portata. In comune i due animali hanno a disposizione la procedura dell'agire per tentativi ed errori, fortemente condizionata dagli stimoli percettivi veicolati dall'ambiente. L'uomo, tuttavia dispone di parole come "banana", "alto (troppo in)". L'oggetto definito "lontano", "troppo in alto", trascina in questa definizione altre parole che connotano un altro oggetto, per esempio "scala" e interrogativi verbali "come e dove trovare una scala?". In altri termini una singola parola è inserita in una rete di altre parole che suggeriscono la strategia adeguata per risolvere il problema. Emergono così le funzioni del linguaggio verbale: le parole sono, da un lato, "strettoie verbali" che interdicono all'uomo strategie inadeguate, come quella di pregare perché il frutto cada per terra, dall'altro, strumenti che dischiudono possibilità di azione inedite e sottratte all'animale non umano. Parlando a sé, l'uomo trasforma la propria macchina darwiniana in una struttura che fa astrazione dall'ambiente. Di qui il felice paradosso del linguaggio verbale: un astratto che domina il concreto. La trasformazione della macchina darwiniana produce altresì la nascita dell'"io" e del "tu", i due elementi essenziali di qualsiasi grammatica. Chi parla deve collocarsi in uno spazio artificiale che si definisce "io" e l'"io" riferendosi a sé produce il "tu". L'"io", il "tu", il "noi", il "voi", il "loro" trasformano la comunicazione in espressione, un'espressione che è in realtà all'origine della comunità umana in quanto tale.
Nella prospettiva aperta da Cimatti, che vede l'autocoscienza come l'esito del linguaggio verbale, si chiariscono non pochi enigmi della tradizione filosofica e religiosa occidentale. Il credo radicato in un'autocoscienza volente e giudicante preliminare alla nascita dell'io, che distinguerebbe l'uomo dagli animali, è certamente errato, giacché l'autocoscienza non è un dato genetico, ma un prodotto linguistico. D'altra parte si tratta di una credenza insopprimibile, come insopprimibile è il linguaggio che l'ha generata. Si aggiunga che la transizione del linguaggio verbale dall'oralità alla scrittura è, da un lato, una radicalizzazione dell'autoinganno dell'uomo rispetto a se stesso, dall'altro, costituisce (come ha costituito) un'enorme dilatazione della conoscenza o, se si preferisce, del dominio sul concreto con l'astratto. Non è sperabile tuttavia che questa sorta di dilatazione oggi possa proseguire senza riflettere in modo maturo sulla funzione generativa del linguaggio verbale, il che implica la necessità di ripensare in modo nuovo i temi della verità e della libertà.
Per solito è opinione comune che chi possegga una verità, grande o piccola che sia, entri in dialogo con gli altri per comunicarla e trovarne conferma. In realtà non è così, come del resto avevano affermato i primi sofisti mettendo in forse l'esistenza a priori della verità perché contenuto di qualcosa che non è comunicabile. Ma forse, come aveva intuito Socrate, il "sofista non sofista", il problema della verità va affrontato da un'altra angolatura. Vediamo come.
Citando un dialogo sull'amicizia tra due coniugi, tratto dall'Identità di Kundera, Cimatti pone in evidenza come uno dei due interlocutori, il marito, creda di possedere una verità che, per contro, alla fine del dialogo si rivela come un'interpretazione erronea di che cosa possa voler dire "essere amico". La verità dell'amicizia scaturisce dal dialogo che, per ciò stesso, diventa "euristico", produttivo di spiegazione e conoscenza. In realtà, un dialogo, se è veramente tale, è padre della verità se almeno uno dei dialoganti "sa di non sapere". Non è forse questa la magia segreta dei dialoghi di Platone in cui Socrate è un "maestro di verità", perché, sapendo di non sapere, si abbandona, e fa abbandonare l'altro, fiduciosamente al dialogo? Quello straordinario dialogo platonico che è il Cratilo non è forse il più significativo dei testi classici sulla natura del linguaggio, proprio perché Socrate-Platone si rifiuta di darne una definizione che non scaturisca dal parlarne insieme, dunque, in ultima analisi, dal linguaggio medesimo?
Se l'uomo non possiede a priori la verità, del pari non è a priori infinitamente libero perché quello che egli ritiene essere lo sbocco di una scelta preliminare, compiuta in un ipotetico "foro interno", è, in realtà l'esito di una riflessione discorsiva su un grumo di percezioni. Come dire che la verità e la libertà nascono a posteriori, parlando. Immersi, come siamo, nella natura, siamo, come gli animali, condizionati. Solo che siamo in grado di dircelo. La libertà è allora soprattutto una speranza legata alla sua preliminare impossibilità. Fa bene perciò Cimatti ad affermare, con Spinoza, che "il percorso della libertà si apre non a chi immagina di essere libero, ma a chi sa di non esserlo".
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