RASSEGNA STAMPA

5 OTTOBRE 2000
BRUNO FORTE
Ratzinger e la salvezza
Lo scandaloso dovere di ricordare la Verità
Si salva chi è fuori dall'appartenenza invisibile - e convinta - alla Chiesa cattolica? "Per coloro i quali non sono formalmente e visibilmente membri della Chiesa, la salvezza di Cristo è accessibile in virtù di una grazia che, pur avendo una misteriosa relazione con la Chiesa, non li introduce formalmente in essa, ma li illumina in modo adeguato alla loro situazione interiore e ambientale"; questa risposta si trova nella recente Dichiarazione della congregazione per la dottrina della fede Dominus Jesus , di cui tanto si è parlato in questi giorni (e spesso - ahimè ! - dando l'impressione di non averla letta). Dio salva dunque i non cristiani "attraverso vie a lui note" per mezzo di Cristo nello spirito: qui il testo della Dichiarazione cita - pari, pari - il Concilio Vaticano II ("Ad gentes" 2), di cui peraltro è per intero una ripresa fedele. Certo, se si chiede a un cristiano quale sia la verità, la vita, la via per giungere a Dio, la risposta non potrà che essere una: Gesù Cristo! Non è forse questa la risposta che dava il teologo evangelico Karl Barth di fronte alle pretese della incipiente barbarie nazional-socialista? "Gesù Cristo - così come è attestato nella Sacra Scrittura - è l'unica parola di Dio alla quale noi dobbiamo fiducia e obbedienza in vita come in morte" ("Dichiarazione teologica di Barmen", 1934, testo ispiratore della resistenza cristiana al nazismo). Chi potrebbe pretendere da un musulmano credente che non riconosca Maometto come il profeta? o da un ebreo fedele che non ascolti religiosamente la Torah quale parola di Dio? e perché da un cristiano si dovrebbe pretendere che dica che Cristo non è la verità, la salvezza del mondo, la piena e definitiva rivelazione di Dio? È quello che vorrei chiedere ai critici duri della Dominus Jesus . Perché di questo si tratta: nella sostanza la Dichiarazione non è che una solenne confessione di fede in Cristo (centro vivo di quest'anno giubilare) nei confronti di posizioni relativistiche, che qui e lì - specie tra i cristiani in Asia - si sono diffuse in nome di un malinteso senso del dialogo con le altre religioni. Questo dialogo non è in discussione: come non lo è il rispetto del valore e dei valori che esse possono rappresentare. Ma un dialogo vero è fra interlocutori chiari e onesti: senza fedeltà alla propria identità non si serve neanche la causa dell'altro. Come afferma il teologo evangelico Jürgen Moltmann "non si amano gli altri se non si ha il coraggio di essere diversi da loro", lì dove questo è richiesto dalla verità in cui si crede e a cui si è tenuti ad obbedire. È questa necessaria fedeltà all'identità - che non vuole escludere l'altro, ma rispettarlo e accoglierlo nella verità - che spiega anche l'autocoscienza che la Chiesa cattolica manifesta di essere la Chiesa di Cristo, raccolta dalla parola del Dio vivo e dai sacramenti sotto la guida dei pastori voluti da Cristo e legati fra loro nella storia dallo Spirito Santo attraverso l'ininterrotta catena della successione apostolica. Chi al valore di questa catena storica come segno e garanzia dell'apostolicità della Chiesa non crede - ed è il caso delle confessioni nate con la Riforma - non potrà neanche riconoscersi in questa definizione della Chiesa: ecco perché il Vaticano II - e la Dominus Jesus con esso - chiama "comunità ecclesiali" queste comunità di discepoli di Cristo. È un atto di rispetto verso la loro stessa autocoscienza: su questo linguaggio insisteva ad esempio Yves Congar - uno dei padri dell'ecumenismo nella Chiesa cattolica. Quest'uso non impedisce ai cristiani della Riforma di chiamare Chiese le loro comunità, in un senso evidentemente diverso da quello inteso dalla Chiesa cattolica per se stessa e per le Chiese ortodosse. Tanto rumore, allora, per nulla? No: la Dominus Jesus è un testo che vuole precisare, ribadire, confessare. Vuole anche negare e rifiutare. Il suo no è al relativismo, il vero idolo pervasivo e crescente, rispetto a cui il tramonto delle ideologie non era - come ama ripetere Massimo Cacciari - che una "pallida avanguardia".
Proprio per questo il suo sì è alla verità - non ostentata o strumentalizzata, ma proclamata, amata, servita. Forse però proprio per questo la Dichiarazione ha suscitato tanto scalpore: direbbe qualcuno, non è "politically correct" oggi dichiarare di credere nella verità, anzi riconoscerla offerta alla storia in qualcuno, Cristo Gesù, l'universale concreto e personale, il Salvatore del mondo. Dichiararsi pronti a giocare tutto per Lui, con umiltà e amore, sembrerebbe ad alcuni di una sconcertante inattualità: ma si sa che a volte l'inattuale è proprio ciò di cui si ha assolutamente bisogno per vivere e per morire. Kierkegaard e il suo coraggio dell'inattualità insegnano! Come insegna il già citato Barth, che nel tempo della tragedia - segnato dagli orrori della guerra e della Shoah, in cui morirono milioni di innocenti - riconosceva quale compito primario del teologo cristiano quello di continuare a confessare Gesù Cristo come verità e salvezza, con la stessa fedeltà e tenacia con cui i Benedettini dell'abbazia di Maria Laach continuavano a cantare le lodi di Dio anche in quel tempo di follia collettiva.
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