Ratzinger e la salvezza| Lo scandaloso dovere di ricordare la Verità |
| Si salva chi è fuori dall'appartenenza invisibile - e
convinta - alla Chiesa cattolica? "Per coloro i quali non sono
formalmente e visibilmente membri della Chiesa, la salvezza di
Cristo è accessibile in virtù di una grazia che, pur avendo una
misteriosa relazione con la Chiesa, non li introduce
formalmente in essa, ma li illumina in modo adeguato alla loro
situazione interiore e ambientale"; questa risposta si trova
nella recente Dichiarazione della congregazione per la dottrina
della fede Dominus Jesus , di cui tanto si è parlato in questi
giorni (e spesso - ahimè ! - dando l'impressione di non averla
letta). Dio salva dunque i non cristiani "attraverso vie a lui note"
per mezzo di Cristo nello spirito: qui il testo della Dichiarazione
cita - pari, pari - il Concilio Vaticano II ("Ad gentes" 2), di cui
peraltro è per intero una ripresa fedele. Certo, se si chiede a un
cristiano quale sia la verità, la vita, la via per giungere a Dio, la
risposta non potrà che essere una: Gesù Cristo! Non è forse questa
la risposta che dava il teologo evangelico Karl Barth di fronte alle
pretese della incipiente barbarie nazional-socialista? "Gesù Cristo
- così come è attestato nella Sacra Scrittura - è l'unica parola di
Dio alla quale noi dobbiamo fiducia e obbedienza in vita come in
morte" ("Dichiarazione teologica di Barmen", 1934, testo
ispiratore della resistenza cristiana al nazismo). Chi potrebbe
pretendere da un musulmano credente che non riconosca
Maometto come il profeta? o da un ebreo fedele che non ascolti
religiosamente la Torah quale parola di Dio? e perché da un
cristiano si dovrebbe pretendere che dica che Cristo non è la
verità, la salvezza del mondo, la piena e definitiva rivelazione di
Dio? È quello che vorrei chiedere ai critici duri della Dominus
Jesus . Perché di questo si tratta: nella sostanza la Dichiarazione
non è che una solenne confessione di fede in Cristo (centro vivo
di quest'anno giubilare) nei confronti di posizioni relativistiche,
che qui e lì - specie tra i cristiani in Asia - si sono diffuse in nome
di un malinteso senso del dialogo con le altre religioni.
Questo dialogo non è in discussione: come non lo è il rispetto del
valore e dei valori che esse possono rappresentare. Ma un dialogo
vero è fra interlocutori chiari e onesti: senza fedeltà alla propria
identità non si serve neanche la causa dell'altro. Come afferma il
teologo evangelico Jürgen Moltmann "non si amano gli altri se
non si ha il coraggio di essere diversi da loro", lì dove questo è
richiesto dalla verità in cui si crede e a cui si è tenuti ad obbedire.
È questa necessaria fedeltà all'identità - che non vuole escludere
l'altro, ma rispettarlo e accoglierlo nella verità - che spiega anche
l'autocoscienza che la Chiesa cattolica manifesta di essere la
Chiesa di Cristo, raccolta dalla parola del Dio vivo e dai
sacramenti sotto la guida dei pastori voluti da Cristo e legati fra
loro nella storia dallo Spirito Santo attraverso l'ininterrotta catena
della successione apostolica. Chi al valore di questa catena storica
come segno e garanzia dell'apostolicità della Chiesa non crede -
ed è il caso delle confessioni nate con la Riforma - non potrà
neanche riconoscersi in questa definizione della Chiesa: ecco
perché il Vaticano II - e la Dominus Jesus con esso - chiama
"comunità ecclesiali" queste comunità di discepoli di Cristo. È
un atto di rispetto verso la loro stessa autocoscienza: su questo
linguaggio insisteva ad esempio Yves Congar - uno dei padri
dell'ecumenismo nella Chiesa cattolica. Quest'uso non impedisce
ai cristiani della Riforma di chiamare Chiese le loro comunità, in
un senso evidentemente diverso da quello inteso dalla Chiesa
cattolica per se stessa e per le Chiese ortodosse.
Tanto rumore, allora, per nulla? No: la Dominus Jesus è un testo
che vuole precisare, ribadire, confessare. Vuole anche negare e
rifiutare. Il suo no è al relativismo, il vero idolo pervasivo e
crescente, rispetto a cui il tramonto delle ideologie non era - come
ama ripetere Massimo Cacciari - che una "pallida avanguardia".
Proprio per questo il suo sì è alla verità - non ostentata o
strumentalizzata, ma proclamata, amata, servita. Forse però
proprio per questo la Dichiarazione ha suscitato tanto scalpore:
direbbe qualcuno, non è "politically correct" oggi dichiarare di
credere nella verità, anzi riconoscerla offerta alla storia in
qualcuno, Cristo Gesù, l'universale concreto e personale, il
Salvatore del mondo.
Dichiararsi pronti a giocare tutto per Lui, con umiltà e amore,
sembrerebbe ad alcuni di una sconcertante inattualità: ma si sa che
a volte l'inattuale è proprio ciò di cui si ha assolutamente bisogno
per vivere e per morire. Kierkegaard e il suo coraggio
dell'inattualità insegnano! Come insegna il già citato Barth, che
nel tempo della tragedia - segnato dagli orrori della guerra e della
Shoah, in cui morirono milioni di innocenti - riconosceva quale
compito primario del teologo cristiano quello di continuare a
confessare Gesù Cristo come verità e salvezza, con la stessa
fedeltà e tenacia con cui i Benedettini dell'abbazia di Maria Laach
continuavano a cantare le lodi di Dio anche in quel tempo di follia
collettiva. |