RASSEGNA STAMPA

1 OTTOBRE 2000
SIMONA MORINI
Un ricordo di Harsany
Una filosofia morale a prova di ideologie
Grande matematico, premio Nobel per l'economia, ha dato contributi profondi nell'etica
Non voglio ricordare John C. Harsanyi per le cose note: i suoi contributi alla teoria dei giochi, alla matematica e all'economia che gli sono valse un premio Nobel e lo hanno reso internazionalmente noto e apprezzato. Vorrei invece soffermarmi sul curioso destino delle sue opere dedicate all'etica e alla teoria delle decisioni sociali e politiche: al centro, anche in Italia, di un vivace dibattito politico all'interno della sinistra e del pensiero liberale negli anni Ottanta, oggi sembrano finite nel dimenticatoio, soppiantate, nei gusti del pubblico, dei filosofi e dei teorici della politica dalla rivale teoria di John Rawls, matematicamente carente, insoddisfacente su quello filosofico e politicamente non particolarmente innovativa.
Per ammissione, tra l'altro, dello stesso Rawls.
Un vero peccato, perché Harsanyi oltre a riproporre alcuni principi dell'utilitarismo come parte di una generale teoria del comportamento etico e sociale, ha scritto, usando la teoria dei giochi, bellissimi saggi sul funzionamento dei meccanismi di potere, ha denunciato i limiti dell'idea di lotta di classe e delle teorie sociali olistiche e funzionaliste, inadatte a cogliere la varietà degli interessi di un individuo, le differenze e i conflitti tra i suoi obbiettivi economici e non economici, di breve e lungo periodo, individuali e di gruppo, a livello nazionale e internazionale, e proponendo una analisi alternativa delle istituzioni sociali e dei meccanismi di scelta collettiva.
Ha sostenuto che gran parte dei valori sociali sono il frutto di semplice ignoranza, denunciando la tendenza a considerare i propri valori e il proprio modo di vita superiore agli altri per mancanza di informazione su come si potrebbe vivere in condizioni diverse, o per incapacità e riluttanza a inventare delle possibili alternative. Ha sottolineato il ritardo e la lentezza con cui i valori si adattano ai cambiamenti sociali, e proposto un'analisi dei meccanismi di cambiamento di tali valori. Infine ha scritto dei bei saggi sulla nozione di spiegazione scientifica e una interessante critica a Popper e al suo criterio "antiprobabilista" di scelta tra teorie scientifiche.
Harsanyi era abbastanza stupito del fatto che queste sue idee e molti dei campi di ricerca che ha aperto - forse discutibili, ma sicuramente fortemente innovativi - siano state fatti cadere nel vuoto. Perché? Mi sono data, negli anni, due tipi di risposte. Una riguarda, banalmente, la sociologia della scienza. Harsanyi era incapace di "vendere" le sue idee. Era ungherese, emigrato in Australia nel 1945 e poi negli Stati Uniti. Appena poteva parlava ungherese e non ha mai completamente assimilato il vocabolario americano. Scriveva quindi in modo essenziale e scarno. Per di più era un matematico, per cui scriveva testi zeppi di formule e aveva uno stile da scienziato e non da filosofo. Infine, pur essendo appassionato di problemi filosofici, li trattava da matematico, quasi come "rompicapi".
L'altra possibile risposta è invece di natura concettuale. Ricordiamo che la controversia tra neoutilitaristi (harsaniani) e neocontrattualisti (rawlsiasi) riguardava un problema aperto nell'ambito dell'economia del benessere: sotto quali circostanze una data distribuzione di beni (economici e non) nella società può essere considerata migliore di un'altra? Harsanyi ha dimostrato che la risposta dell'utilitarismo classico di Bentham e Mill, apparentemente liquidata dalla scuola di Pareto, poteva essere derivata come conseguenza necessaria dei postulati di razionalità che sono alla base della moderna teoria delle decisioni, che egli stesso ha contribuito a perfezionare a partire dai pionieristici lavori di von Neumann e Morgenstern, Nash, Shapley, Jaynes e altri tra il 1950 e la fine degli anni Sessanta. È qui che vengono per la prima volta formulate in modo esplicito alcune caratteristiche che anche Rawls ritiene essenziali nella "posizione originaria", e cioè in quella situazione ipotetica e fittizia in cui i cittadini devono scegliere "i diritti e i doveri fondamentali e determinare la divisione dei benefici sociali".
Senza entrare nei dettagli, il conflitto riguarda, tecnicamente, la regola di decisione da utilizzare nella posizione originaria: se quella di Harsanyi (erede di una tradizione che va da Pascal, Bayes e Laplace fino all'utilitarismo) o quella cosiddetta del minimax di Rawls (che riproduce alcune caratteristiche della tradizione kantiana e contrattualista). In realtà, la novità di questa controversia, cioè il tentativo di discutere questioni etiche o politiche in termini di scelte razionali (in questo caso basate addirittura su modelli matematici) è passata tranquillamente in secondo piano. Infatti nessuno si è curato del fatto che la regola del minimax porta a comportamenti incoerenti e indesiderabili, ma la si è preferita perché, intuitivamente, "avvantaggia i più deboli", mentre la regola di Harsanyi mira a una completa imparzialità. Di fatto i due modelli sono pressoché equivalenti e portano nella maggior parte dei casi alle stesse decisioni.
Differiscono però in alcuni casi illuminanti.
Dovendo scegliere, per esempio, se investire una data somma di denaro in una borsa di studio per un promettente ricercatore (magari ricco di famiglia) potenzialmente in grado di curare milioni di portatori di handicap o invece in un corso di riabilitazione che consenta a un singolo portatore di handicap di migliorare leggermente la sua situazione, consentendogli, per esempio, di mangiare o di allacciarsi le scarpe da solo, la regola utilitalista prescrive di scegliere la borsa di studio e quella contrattualista il corso di riabilitazione. Questo ha fatto sì che Rawls sembrasse in qualche modo "più di sinistra", più attento alle sofferenze e alle condizioni di svantaggio e Harsanyi più freddo, calcolatore e "di destra". Naturalmente questo giudizio è il frutto di una "intuizione morale", per non dire di un atteggiamento ideologico, che il ricorso a una modello di decisione razionale era volto per l'appunto a mettere in discussione. Sembra quindi che Harsanyi abbia sperimentato lo stesso tipo di difficoltà incontrate da Bentham e dagli utilitaristi classici quando hanno cercato di lottare contro l'intuizione, la tradizione e l'ideologia e di sottoporre le regole, i valori morali e le istituzioni sociali al vaglio della critica razionale e dell'utilità sociale. Vale la pena , forse, di non dimenticare un profondo insegnamento dell'utilitarismo vecchio e nuovo circa i "buoni sentimenti" e cioè, per dirla con Harsanyi, che "è uno dei tristi paradossi della condizione umana che la più ammirevole devozione ai principi morali possa distare solamente un passo dal fanatismo contrario a ogni moralità umanitaria".
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