Un ricordo di HarsanyUna filosofia morale
a prova di ideologie Grande matematico, premio Nobel per l'economia, ha dato contributi profondi nell'etica |
| Non voglio ricordare John C. Harsanyi per le cose
note: i suoi contributi alla teoria dei giochi, alla
matematica e all'economia che gli sono valse un
premio Nobel e lo hanno reso internazionalmente
noto e apprezzato. Vorrei invece soffermarmi sul
curioso destino delle sue opere dedicate all'etica e
alla teoria delle decisioni sociali e politiche: al
centro, anche in Italia, di un vivace dibattito
politico all'interno della sinistra
e del pensiero liberale negli anni Ottanta, oggi
sembrano finite nel dimenticatoio, soppiantate, nei
gusti del pubblico, dei filosofi e dei teorici della
politica dalla rivale teoria di John Rawls,
matematicamente carente, insoddisfacente su
quello filosofico
e politicamente non particolarmente innovativa.
Per ammissione, tra l'altro, dello stesso Rawls.
Un vero peccato,
perché Harsanyi oltre a riproporre alcuni principi
dell'utilitarismo come parte di una generale teoria
del comportamento etico e sociale, ha scritto,
usando la teoria dei giochi, bellissimi saggi sul
funzionamento dei meccanismi di potere, ha
denunciato i limiti dell'idea di lotta di classe e delle
teorie sociali olistiche e funzionaliste, inadatte a
cogliere la varietà degli interessi di un individuo, le
differenze e i conflitti tra i suoi obbiettivi economici e non economici, di
breve e lungo periodo, individuali e di gruppo, a
livello nazionale
e internazionale, e proponendo una analisi
alternativa delle istituzioni sociali e dei meccanismi
di scelta collettiva.
Ha sostenuto che gran parte dei valori sociali sono
il frutto
di semplice ignoranza, denunciando la tendenza a
considerare
i propri valori e il proprio modo di vita superiore
agli altri per mancanza di informazione su come si
potrebbe vivere in condizioni diverse, o per
incapacità e riluttanza a inventare delle possibili
alternative. Ha sottolineato il ritardo e la lentezza
con cui i valori si adattano ai cambiamenti sociali,
e proposto un'analisi dei meccanismi di
cambiamento di tali valori. Infine ha scritto dei bei
saggi sulla nozione di spiegazione scientifica e
una interessante critica a Popper e al suo criterio
"antiprobabilista" di scelta tra teorie scientifiche.
Harsanyi era abbastanza stupito del fatto che
queste sue idee
e molti dei campi di ricerca che ha aperto - forse
discutibili, ma sicuramente fortemente innovativi -
siano state fatti cadere nel vuoto. Perché? Mi sono
data, negli anni, due tipi di risposte. Una riguarda,
banalmente, la sociologia della scienza. Harsanyi
era incapace di "vendere" le sue idee. Era
ungherese, emigrato in Australia nel 1945 e poi
negli Stati Uniti. Appena poteva parlava ungherese
e non ha mai completamente assimilato
il vocabolario americano. Scriveva quindi in modo
essenziale
e scarno. Per di più era un matematico, per cui
scriveva testi zeppi di formule e aveva uno stile da
scienziato e non da filosofo. Infine, pur essendo
appassionato di problemi filosofici,
li trattava da matematico, quasi come "rompicapi".
L'altra possibile risposta è invece di natura
concettuale. Ricordiamo che la controversia tra
neoutilitaristi (harsaniani)
e neocontrattualisti (rawlsiasi) riguardava un
problema aperto nell'ambito dell'economia del
benessere: sotto quali circostanze una data
distribuzione di beni (economici e non) nella
società può essere considerata migliore di
un'altra? Harsanyi ha dimostrato che la risposta
dell'utilitarismo classico di Bentham e Mill,
apparentemente liquidata dalla scuola di Pareto,
poteva essere derivata come conseguenza
necessaria dei postulati di razionalità che sono alla
base della moderna teoria delle decisioni, che egli
stesso ha contribuito a perfezionare a partire dai
pionieristici lavori di von Neumann e Morgenstern,
Nash, Shapley, Jaynes e altri tra il 1950 e la fine
degli anni Sessanta. È qui che vengono per la
prima volta formulate in modo esplicito alcune
caratteristiche che anche Rawls ritiene essenziali
nella "posizione originaria", e cioè in quella
situazione ipotetica e fittizia in cui i cittadini
devono scegliere "i diritti e i doveri fondamentali e
determinare la divisione dei benefici sociali".
Senza entrare nei dettagli, il conflitto riguarda,
tecnicamente,
la regola di decisione da utilizzare nella posizione
originaria: se quella di Harsanyi (erede di una
tradizione che va da Pascal, Bayes e Laplace fino
all'utilitarismo) o quella cosiddetta del minimax di
Rawls (che riproduce alcune caratteristiche della
tradizione kantiana e contrattualista). In realtà, la
novità di questa controversia, cioè il tentativo di
discutere questioni etiche o politiche in termini di
scelte razionali (in questo caso basate addirittura
su modelli matematici) è passata tranquillamente in
secondo piano. Infatti nessuno si è curato del fatto
che la regola del minimax porta a comportamenti
incoerenti e indesiderabili, ma la si è preferita
perché, intuitivamente, "avvantaggia i più deboli",
mentre la regola di Harsanyi mira a una completa
imparzialità. Di fatto i due modelli sono pressoché
equivalenti e portano nella maggior parte dei casi
alle stesse decisioni.
Differiscono però in alcuni casi illuminanti.
Dovendo scegliere, per esempio, se investire una
data somma di denaro in una borsa di studio per
un promettente ricercatore (magari ricco di
famiglia) potenzialmente in grado di curare milioni
di portatori di handicap o invece in un corso di
riabilitazione che consenta a un singolo portatore
di handicap di migliorare leggermente la sua
situazione, consentendogli, per esempio, di
mangiare o di allacciarsi le scarpe da solo, la
regola utilitalista prescrive di scegliere la borsa di
studio e quella contrattualista il corso di
riabilitazione. Questo ha fatto sì che Rawls
sembrasse in qualche modo "più di sinistra", più
attento alle sofferenze e alle condizioni di
svantaggio e Harsanyi più freddo, calcolatore e "di
destra". Naturalmente questo giudizio è il frutto di
una "intuizione morale", per non dire di un
atteggiamento ideologico, che il ricorso a una
modello di decisione razionale era volto per
l'appunto a mettere in discussione. Sembra quindi
che Harsanyi abbia sperimentato lo stesso tipo di
difficoltà incontrate da Bentham e dagli utilitaristi
classici quando hanno cercato di lottare contro
l'intuizione, la tradizione e l'ideologia e di
sottoporre le regole, i valori morali e le istituzioni
sociali al vaglio della critica razionale e dell'utilità
sociale. Vale la pena , forse, di non dimenticare
un profondo insegnamento dell'utilitarismo vecchio
e nuovo circa i "buoni sentimenti" e cioè, per dirla
con Harsanyi, che "è uno dei tristi paradossi della
condizione umana che la più ammirevole
devozione ai principi morali possa distare
solamente un passo dal fanatismo contrario a ogni
moralità umanitaria". |