RASSEGNA STAMPA

1 OTTOBRE 2000
ARMANDO MASSARENTI
Strategie per cooperare, anzi per competere
Nella foto qui pubblicata John Harsanyi è ritratto davanti a una scacchiera. L'idea deve essere stata del fotografo, perché Harsanyi, premio Nobel per l'economia 1994 per i suoi contributi alla teoria dei giochi, morto di recente a Berkeley, non amava gli scacchi. Forse avrebbe condiviso il giudizio che ne diede un altro padre fondatore della teoria, il fisico John von Neumann, autore nel 1944, con l'economista Oskar Morgenstern, di Theory of Games and Economic Behavior. A chi gli chiedeva: "Per "giochi" intendi qualcosa come gli scacchi?", rispondeva: "No, gli scacchi in realtà non sono un gioco. Per ogni posizione sulla scacchiera c'è una procedura corretta e ben definita. I giochi veri non sono così. La vita reale non è così. È piena di bluff, astuzie e defezioni. È un continuo chiedersi che cosa gli altri pensano che tu intenda fare. Di questo si occupano i giochi della mia teoria".
I competitori delle aste per l'assegnazione delle frequenze degli Umts sono portati a mettere in atto più le astuzie di un giocatore di poker che la ferrea razionalità richiesta dagli scacchi. Uno degli aspetti sorprendenti della teoria dei giochi è la capacità di dominare matematicamente anche gli aspetti apparentemente più sfuggenti della vita reale, permettendo di progettare regole che spingano gli attori verso soluzioni vantaggiose per tutti. E questo proprio grazie alla capacità di prevedere le conseguenze negative o positive dei comportamenti strategici che si impongono in certe situazioni.
Quella più nota è descritta dal cosiddetto dilemma del prigioniero. Due detenuti vengono interrogati separatamente da un giudice. Se uno dei due accuserà l'altro il giudice promette la libertà al primo e darà 30 anni al secondo. Ma se nessuno parlasse sarebbero liberi entrambi dopo un anno di carcerazione preventiva. Se parlassero entrambi si prenderebbero infine 15 anni a testa. Il problema per ognuno dei due è: cosa farà l'altro? "Se io non parlo e lui sì - penseranno entrambi - lui sarà libero e io avrò 30 anni da scontare.
Converrà dunque accusarlo. Almeno avrò uno sconto di 15 anni. Se poi lui sarà così stupido da non accusarmi a sua volta sarò libero subito".
Così per entrambi, comportandosi razionalmente, ci saranno 15 anni di galera, mentre se nessuno dei due avesse parlato ne avrebbero scontato uno solo. Entrambi sanno anche che esiste questa soluzione cooperativa, ma essa presuppone che i due possano comunicare e accordarsi. E anche se potessero farlo dovrebbero fidarsi l'uno dell'altro. Cosa improbabile dato il guadagno che ognuno avrebbe a ingannare l'altro (se questi si fidasse): il "traditore" verrebbe liberato, mentre all'"onesto" toccherebbe la cosiddetta "ricompensa del babbeo": 30 anni.
Harsanyi è considerato il principale artefice, intorno alla metà degli anni 70, della rivoluzione "non cooperativa" della teoria dei giochi. E il dilemma del prigioniero è forse l'esempio più illustre di gioco non cooperativo. Un gioco non cooperativo è un gioco in cui se c'è un accordo tra due giocatori di adottare una certa coppia di strategie, questo accordo o è un "equilibrio di Nash" (e quindi entrambi i giocatori hanno interesse a onorarlo) oppure qualcuno avrà sicuramente un forte incentivo a violarlo. In altre parole, in un gioco non cooperativo gli accordi non sono efficaci: le regole del gioco da sole non bastano a farli rispettare. Tuttavia se il gioco viene ripetuto un numero indefinito di volte si creano una serie di norme implicite che spingono i giocatori a inventarsi strategie di lungo periodo. Nel caso del dilemma del prigioniero, come ha mostrato Robert Axelrod in un suo libro assai famoso (Giochi di reciprocità, Feltrinelli), attraverso le simulazioni al computer si è notato che la strategia più efficace è quella del Tit for tat, o del colpo su colpo: poiché i giocatori sanno che la cooperazione, alla lunga, è più conveniente per entrambi, tenderanno a non ingannarsi l'un l'altro. Tuttavia è proprio nel momento in cui si instaura un clima di cooperazione che a uno dei due può venire in mente quanto sia conveniente defezionare. Ma a quel punto per l'altro giocatore basterà rispondere con un atteggiamento altrettanto non cooperativo, finché il clima cooperativo non verrà ripristinato.
Il dilemma del prigioniero ripetuto è un modello di una efficacia notevole per spiegare perché in certe situazioni sociali la cooperazione emerge spontaneamente anche tra egoisti razionali. E su tale insorgenza spontanea si sono concentrati molti studi negli ultimi due decenni. Autori come Brian Skyrms e Cristina Bicchieri, oltre allo stesso Axelrod, hanno mostrato che se in un ambiente fortemente non-cooperativo - o dominato da forme di cooperazione che non ci piacciono, come capita nei sistemi di corruzione diffusa - un gruppo di persone adotta una strategia secondo un modello cooperativo vantaggioso per tutti, questa finisce, dopo un certo numero di interazioni, per essere adottata da tutta la popolazione. Ognuno impara a seguire le nuove regole nel momento in cui sa che già altri lo fanno.
Recensendo l'ultimo libro di Axelrod,
The Complexity of Cooperation, Ken Binmore si è però dichiarato scettico su questi risultati e ha espresso i suoi dubbi sul fatto che le strategie cooperative (tipo quella del tit for tat) abbiano davvero un vantaggio evolutivo sulle altre.
Binmore è colui che ha realizzato le simulazioni al cumputer necessarie per progettare l'asta inglese per i telefonini. Forse si potrebbe dire che è più sensibile alle situazioni in cui, come avviene nelle aste di questo tipo, bisogna costruire regole che impediscano, piuttosto che incoraggiare, i comportamenti cooperativi ("collusivi", in questo caso). Ma il bello della teoria dei giochi è proprio questo: che si tratta di uno strumento efficace ma eticamente neutro, che ci permettere di descrivere i più diversi comportamenti strategici. Sta poi a noi capire quando è bene lasciare le cose come stanno o quando invece è il caso di modificare regole e incentivi per raggiungere i risultati che ci stanno più a cuore.
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vedi anche
Il pensiero matematico