Storia, né monopoli, né facili
revisionismiDopo le polemiche laiche sul Risorgimento: come
ricostruire un approccio comune Gli studi più recenti rivalutano il ruolo dei credenti nelle
vicende che crearono l'identità italiana |
| Si può trascrivere la storia del Risorgimento? Senza dubbio, se ci
sono nuove fonti, nuovi documenti, perlustrazioni originali. Lo si
è fatto per il Medioevo, chissà perché non lo si può fare per un'età
che è vicina a noi, anzi è perfino dentro alla vicende di oggi. C'è
una storia anche della storiografia, non solo a livello
interpretativo ma di informazione. Qualche anno fa si pensava di
aver ormai detto tutto del fascismo e dell'antifascismo, ma poi
sono intervenute ricerche meno affrettate e più ampie a partire da
panorami particolari a segnalare una incompiutezza perfino
ovvia,data la vicinanza all'atmosfera dei primi anni. Così della
Resistenza, anche se essa è ricca di studi e di ricerche localistiche.
Sappiamo già molto di Cavour ma si può ancora trascrivere, come
è avvenuto di recente. Le stesse scuole interpretative hanno tutte
una loro dignità, sia quelle più propriamente storiografiche, sia
quelle di tendenza o di partito. Una dignità non scevra di
polemiche e di contrapposizioni persino a livello di grandi nomi
come Gobetti ("Risorgimento senza eroi") che considerava il
Risorgimento opera di una minoranza, non rivoluzione di popolo,
fino a Gramsci che rimproverava alla storiografia classica di aver
trascurato il rapporto fra classi subalterne e borghesia liberale fino
ad osservare che "i liberali di Cavour non sono dei giacobini
nazionali ma dei conservatori che concepiscono l'Unità come
allargamento dello Stato piemontese e del patrimonio della
dinastia, non come movimento dal basso, ma come conquista
regia". Nessuno oggi si sogna di accettare questa analisi
gramsciana come la più rispondente alla realtà poiché nel dialogo
fra le scuole e nel confronto ideologico si arriva sempre ad una
sistemazione meno estrema. Gramsci stesso correggerà il tiro e
invece di parlare di "conquista regia" preferirà usare i termini di
"rivoluzione passiva" o di "rivoluzione-restaurazione".
Ci sembra quindi normale e persino fisiologico che ci siano
scuole interpretative diverse, purché esse non siano in funzione di
una ideologia presente ma di una comprensione più totale e più
sfumata. Gli storici di matrice liberal-democratica non hanno
quindi diritto alcuno di monopolizzare la loro scuola né possono
liquidare le altre tesi come insignificanti o strumentali. Ma allo
stesso tempo i federalisti di oggi non hanno le carte in regola per
disegnare una Italia federale offesa dal Risorgimento, poiché i
principati e gli staterelli prerisorgimentali non avevano connotati
o predisposizione alcuna a un patto simile proprio per una
insufficiente elaborazione al loro interno. Insomma non era
possibile una federazione di popoli italici poiché all'interno di
questi stati il diritto dei popoli era quasi nullo. Quando la scuola
cattolica richiama l'attenzione sulla inesistente vocazione
popolare della rivoluzione liberale non fa altro che esaltare un
svolta democratica che sarà tratto posteriore e conclusivo del
nostro Risorgimento. Movimento operaio da una parte e cattolici
democratici dall'altra non possono essere esclusi dalla nostra
maturazione unitaria. Per questo mi fa piacere che nel sesto
volume dell'Einaudi sulla storia di Torino, ove appare per 800
pagine la storia della città durante il Risorgimento, ci sia una
collaborazione scientifica di storici di varie scuole e soprattutto
acquisti dignità storiografica la storia religiosa,che, sovente, una
certa fascia di intellettuali della destra e della sinistra laicista
tendono ad ignorare con una omissione disinvolta e poco
scientifica. Aver affidato a Giuseppe Tuninetti e a Pietro Stella il
capitolo sui cattolici rappresenta una vera trascrizione del nostro
Risorgimento sia pure nell'ambito di una città che è particolare
senza dubbio, ma abbastanza radicata nel Risorgimento nazionale.
So che qualcosa del genere sta avvenendo nel Veneto. Una
collaborazione salutare anche ai fini storiografici. Non un
embrassons nous qualunquistico ma un confronto che aiuti tutti a
dubitare delle proprie sicurezze ideologiche e trionfalistiche. Lo
stesso Jemolo lo annotava nella sua storia dei rapporti fra Chiesa e
Stato in Italia allorché terminava il suo volume auspicando una
Chiesa senza privilegi e uno Stato attento e rispettoso della fede
dei cittadini. Una fede di un popolo non può stare fuori dalla
storia. Una storiografia che la collochi fuori o la consideri
aprioristicamente nemica della libertà non è vera storiografia. |