RASSEGNA STAMPA

28 SETTEMBRE 2000
VITTORIO MORERO
Storia, né monopoli, né facili revisionismi
Dopo le polemiche laiche sul Risorgimento: come ricostruire un approccio comune
Gli studi più recenti rivalutano il ruolo dei credenti nelle vicende che crearono l'identità italiana
Si può trascrivere la storia del Risorgimento? Senza dubbio, se ci sono nuove fonti, nuovi documenti, perlustrazioni originali. Lo si è fatto per il Medioevo, chissà perché non lo si può fare per un'età che è vicina a noi, anzi è perfino dentro alla vicende di oggi. C'è una storia anche della storiografia, non solo a livello interpretativo ma di informazione. Qualche anno fa si pensava di aver ormai detto tutto del fascismo e dell'antifascismo, ma poi sono intervenute ricerche meno affrettate e più ampie a partire da panorami particolari a segnalare una incompiutezza perfino ovvia,data la vicinanza all'atmosfera dei primi anni. Così della Resistenza, anche se essa è ricca di studi e di ricerche localistiche.
Sappiamo già molto di Cavour ma si può ancora trascrivere, come è avvenuto di recente. Le stesse scuole interpretative hanno tutte una loro dignità, sia quelle più propriamente storiografiche, sia quelle di tendenza o di partito. Una dignità non scevra di polemiche e di contrapposizioni persino a livello di grandi nomi come Gobetti ("Risorgimento senza eroi") che considerava il Risorgimento opera di una minoranza, non rivoluzione di popolo, fino a Gramsci che rimproverava alla storiografia classica di aver trascurato il rapporto fra classi subalterne e borghesia liberale fino ad osservare che "i liberali di Cavour non sono dei giacobini nazionali ma dei conservatori che concepiscono l'Unità come allargamento dello Stato piemontese e del patrimonio della dinastia, non come movimento dal basso, ma come conquista regia". Nessuno oggi si sogna di accettare questa analisi gramsciana come la più rispondente alla realtà poiché nel dialogo fra le scuole e nel confronto ideologico si arriva sempre ad una sistemazione meno estrema. Gramsci stesso correggerà il tiro e invece di parlare di "conquista regia" preferirà usare i termini di "rivoluzione passiva" o di "rivoluzione-restaurazione". Ci sembra quindi normale e persino fisiologico che ci siano scuole interpretative diverse, purché esse non siano in funzione di una ideologia presente ma di una comprensione più totale e più sfumata. Gli storici di matrice liberal-democratica non hanno quindi diritto alcuno di monopolizzare la loro scuola né possono liquidare le altre tesi come insignificanti o strumentali. Ma allo stesso tempo i federalisti di oggi non hanno le carte in regola per disegnare una Italia federale offesa dal Risorgimento, poiché i principati e gli staterelli prerisorgimentali non avevano connotati o predisposizione alcuna a un patto simile proprio per una insufficiente elaborazione al loro interno. Insomma non era possibile una federazione di popoli italici poiché all'interno di questi stati il diritto dei popoli era quasi nullo. Quando la scuola cattolica richiama l'attenzione sulla inesistente vocazione popolare della rivoluzione liberale non fa altro che esaltare un svolta democratica che sarà tratto posteriore e conclusivo del nostro Risorgimento. Movimento operaio da una parte e cattolici democratici dall'altra non possono essere esclusi dalla nostra maturazione unitaria. Per questo mi fa piacere che nel sesto volume dell'Einaudi sulla storia di Torino, ove appare per 800 pagine la storia della città durante il Risorgimento, ci sia una collaborazione scientifica di storici di varie scuole e soprattutto acquisti dignità storiografica la storia religiosa,che, sovente, una certa fascia di intellettuali della destra e della sinistra laicista tendono ad ignorare con una omissione disinvolta e poco scientifica. Aver affidato a Giuseppe Tuninetti e a Pietro Stella il capitolo sui cattolici rappresenta una vera trascrizione del nostro Risorgimento sia pure nell'ambito di una città che è particolare senza dubbio, ma abbastanza radicata nel Risorgimento nazionale.
So che qualcosa del genere sta avvenendo nel Veneto. Una collaborazione salutare anche ai fini storiografici. Non un embrassons nous qualunquistico ma un confronto che aiuti tutti a dubitare delle proprie sicurezze ideologiche e trionfalistiche. Lo stesso Jemolo lo annotava nella sua storia dei rapporti fra Chiesa e Stato in Italia allorché terminava il suo volume auspicando una Chiesa senza privilegi e uno Stato attento e rispettoso della fede dei cittadini. Una fede di un popolo non può stare fuori dalla storia. Una storiografia che la collochi fuori o la consideri aprioristicamente nemica della libertà non è vera storiografia.
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