La via che conduce dritti al
Vaticano| Da molto tempo ho denunciato
un'ingerenza intollerabile |
| Caro Direttore, Sandro
Viola nel suo articolo di ieri su "Gli allegri
cantori di papa Wojtyla" ha usato la mano
pesante contro gli intellettuali che "dopo
anni di torpore battono finalmente un
colpo" in tema di denuncia dell'"invadenza
della Chiesa cattolica nella vita dello
Stato". Gli intellettuali fortemente
bacchettati da Viola, i quali si sarebbero
mossi solo al carro dei pochi giornalisti
"già insorti nelle settimane scorse", sono,
egli lo dice ben chiaro, in primo luogo "gli
storici e gli altri uomini di cultura scesi in
campo" pochi giorni or sono (il riferimento
a Galasso, Tranfaglia, Viroli, al
sottoscritto e ad altri non è nominativo ma
del tutto trasparente). "Nessuna
meraviglia", continua il giornalista, poiché
un simile comportamento è consono alla
"tradizione della nostra intellighenzia":
"stare nel gruppo grosso" e cercare
consensi "quando è diventato certo che il
ballo suscita applausi".
Toccava agli intellettuali levare la voce.
"Invece niente. Silenzio".
Dare lezioni di etica, come fa Viola, è una
dura responsabilità.
Talvolta è giusto darle. Alla condizione
però che si abbia ragione.
Le proteste generiche di fronte alle accuse
di Viola non possono certo convincere.
Perciò farò riferimento solo ad alcune cose
scritte da me, lasciando al lettore il
giudizio. Cose scritte non alcune settimane
fa ma nel corso di anni. E non dubito che
gli altri firmatari potrebbero fare
altrettanto. Personalmente è da tempo che
sento il peso dell'invadenza non tollerabile
della Chiesa nel nostro paese, sicché la
firma al documento collettivo e la mia
lettera a Repubblica costituiscono l'ultima
delle mie prese di posizione, modeste per
significato, ma sempre ferme. Ne ho scritto
in libri, in interviste e articoli. Viola non ha
avuto occasione di leggerle? E' scusato, ma
non è scusabile quando accusa senza
conoscere. Nelle pagine finali della
seconda edizione del mio saggio Storia
d'Italia e crisi di regime del 1996 dicevo:
"Nella nostra via pubblica resta aperta una
questione importante e grave. Tanto nello
schieramento di Centro-destra quanto in
quello di Centro-sinistra manca una
coscienza politica e civile che si ispiri ai
valori dello Stato laico moderno (.) il
rapporto tra il cattolicesimo e la vita dello
Stato e dei partiti rimane improntato ad una
pervasiva e continua ingerenza del primo,
costantemente orientato non soltanto a far
valere legittimamente i propri valori, ma a
farli prevalere in quanto "spirito della
nazione". E non vi è partito che senta come
un dovere la salvaguardia dei principi dello
Stato laico". Sull'Unità dell'8 agosto 1997
scrivevo che dal 1922 era diventata pratica
costante di tutti coloro che esercitano il
potere di "prendere la via che conduce al
Vaticano per ottenerne consenso,
legittimazione ed appoggio". Sulla Stampa
dell'8 giugno 2000 insistevo sul fatto che
"l'idea secondo cui Roma, la nostra Parigi,
val bene una messa continua a fare gran
presa su governanti e amministratori", che
troppo "debole è, al di là dell'ufficialità, lo
spirito dello Stato laicamente chiamato a
tutelare i diritti dei singoli nell'ambito
della legge eguale per tutti". Potrei
continuare con altre citazioni. Ma bastino
queste.
Viola protesta contro il tacere della
categoria degli intellettuali in generale. Ma
anche in questo caso ha torto nel parlare
genericamente. Prima che i giornalisti
benemeriti da lui nominati prendessero
posizione, numerosi intellettuali aderirono
ad un Manifesto laico, che ebbe larga eco.
Dunque, tirare fendenti all'impazzata
induce a processi sommari. Viola nel suo
articolo sottolinea con forza accusatoria:
"Toccava per primi a loro, agli
intellettuali" di denunciare il
deterioramento dello Stato laico.
Come ho già detto, alcuni lo hanno fatto,
come hanno potuto. Detto questo, mi pare
di dover notare che Viola attribuisce un
potere e una funzione agli intellettuali oggi
che essi non posseggono affatto in quanto
categoria. Un tempo gli intellettuali erano i
detentori quasi esclusivi della penna e del
discorso pubblico, ora non lo sono più.
Professionisti nelle loro specifiche
discipline, nel discorso pubblico sono
cittadini tra cittadini, distribuendosi in
diverse correnti ideali, culturali e politiche.
Il loro potere di intervento è relativo e
condizionato. Possono esercitarlo molto
meno dei politici e dei giornalisti, che
occupano la scena pubblica in una misura e
con un'influenza molto maggiori. Possono
far sentire la loro opinione sui mass media
solo e quanto chi li controlla lo ritenga
opportuno.
Finisco qui. Ma una cosa intendo resti
chiara: compito e dovere istituzionale e
costituzionale primario di difendere la
laicità dello Stato è delle forze politiche.
Noi cittadini, a qualunque categoria
apparteniamo, dobbiamo cercare di
svegliarle dal loro sonno profondo. E
merito ai più attivi e vigili. |