RASSEGNA STAMPA

26 SETTEMBRE 2000
MAASSIMO L.SALVADORI
Ma il pluralismo fa bene alla democrazia?
Giovanni Sartori le sue idee è solito esporle con molta energia. Illustre studioso, non vive però in una torre d'avorio. Si prenda in mano, a conferma, il suo ultimo saggio Pluralismo, multiculturalismo e estranei. Saggio sulla società multietnica . Il quesito da cui egli parte, quanto mai attuale, è il seguente: può in generale una "società aperta", democratica e pluralistica, accogliere nel suo seno componenti di popolazione che, per mentalità, cultura, abitudini, valori, siano non solo diverse ma abbiano per fine la distruzione del tipo di società che li accoglie? Può in particolare l'Europa "posta sotto assedio", a partire dall'Italia, integrare gruppi etnici e religiosi i quali - come quelli islamici e fondamentalistici - sono portatori di una concezione teocratica, ignorano la separazione fra sfera civile e sfera religiosa, considerano il pluralismo e la tolleranza quali disvalori da eliminare in quanto incompatibili con i fondamenti della propria identità, sono fautori della poligamia e dell'inferiorità della donna all'uomo, eccetera?
Mutatis mutandis , Sartori ripropone il quesito che già pose Locke quando, ragionando della tolleranza, si domandò se essa potesse essere esercitata nei confronti di chi, ad esempio i cattolici, allora non la riconoscevano. Il pluralismo è una concezione fondata sul presupposto che le componenti della società, pur diverse, non siano nemiche e riconoscano reciprocamente i diritti degli uni e degli altri.
Per contro il multiculturalismo che "promuove le differenze etniche e culturali" tende a produrre "sottoinsiemi di comunità chiuse ed omogenee". Sicché le sue implicazioni portano non al vivere insieme nel rispetto delle diversità, ma ad un vivere nella estraneità con il pericolo che si attivino conflitti distruttivi. Sartori si interroga se non sia giusto concedere la cittadinanza ad "estranei" per cultura e valori, se non sia persino doveroso farlo quando essi lavorano e divengono parte attiva della nostra società. La sua risposta, in dissenso con Livia Turco, è negativa, poiché - egli ragiona - la cittadinanza non è solo godimento di diritti, ma anche riconoscimento di doveri, a partire da quello di condividere i valori su cui si fondano le istituzioni democratiche e pluralistiche. Ora è un fatto che molti immigrati sono portatori di principi ad essi alternativi. Di qui la sua conclusione che in una società, per quanto democratica e pluralistica, "una popolazione allogena del 10 per cento può costituire una quantità accoglibile", una del 20 "probabilmente no", una del 30 "è pressoché sicuro che verrebbe fortemente resistita". Ha ragione o torto Sartori? Le discussioni e le polemiche sulla sua tesi non mancheranno. Per parte mia mi limito ad osservare questo: la storia d'Europa è stata costruita su grandi conflitti tra parti che si sono sentite nemiche ed estranee (cristiani-ebrei, cattolici-protestanti, rivoluzionari-controrivoluzionari, comunisti-anti comunisti, eccetera). Passando attraverso conflitti drammatici si è giunti alla democrazia e al pluralismo. Certo è vero: la convivenza nella democrazia e nel pluralismo diviene possibile quando gli "integralisti" rinunciano al loro integralismo o quanto meno lo rendono passivo nella pratica. Il diritto di cittadinanza richiede un patto di fedeltà.
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vedi anche
Filosofia (e) politica