| Ma il pluralismo fa bene alla democrazia? | Giovanni Sartori le sue idee è solito esporle
con molta energia. Illustre studioso, non vive però in una torre
d'avorio. Si prenda in mano, a conferma, il suo ultimo saggio
Pluralismo, multiculturalismo e estranei. Saggio sulla società
multietnica . Il quesito da cui egli parte, quanto mai attuale, è il
seguente: può in generale una "società aperta", democratica e
pluralistica, accogliere nel suo seno componenti di popolazione che,
per mentalità, cultura, abitudini, valori, siano non solo diverse ma
abbiano per fine la distruzione del tipo di società che li accoglie? Può
in particolare l'Europa "posta sotto assedio", a partire dall'Italia,
integrare gruppi etnici e religiosi i quali - come quelli islamici e
fondamentalistici - sono portatori di una concezione teocratica,
ignorano la separazione fra sfera civile e sfera religiosa, considerano
il pluralismo e la tolleranza quali disvalori da eliminare in quanto
incompatibili con i fondamenti della propria identità, sono fautori
della poligamia e dell'inferiorità della donna all'uomo, eccetera?
Mutatis mutandis , Sartori ripropone il quesito che già pose Locke
quando, ragionando della tolleranza, si domandò se essa potesse
essere esercitata nei confronti di chi, ad esempio i cattolici, allora
non la riconoscevano. Il pluralismo è una concezione fondata sul
presupposto che le componenti della società, pur diverse, non siano
nemiche e riconoscano reciprocamente i diritti degli uni e degli altri.
Per contro il multiculturalismo che "promuove le differenze etniche e
culturali" tende a produrre "sottoinsiemi di comunità chiuse ed
omogenee". Sicché le sue implicazioni portano non al vivere insieme
nel rispetto delle diversità, ma ad un vivere nella estraneità con il
pericolo che si attivino conflitti distruttivi. Sartori si interroga se non
sia giusto concedere la cittadinanza ad "estranei" per cultura e
valori, se non sia persino doveroso farlo quando essi lavorano e
divengono parte attiva della nostra società. La sua risposta, in
dissenso con Livia Turco, è negativa, poiché - egli ragiona - la
cittadinanza non è solo godimento di diritti, ma anche riconoscimento
di doveri, a partire da quello di condividere i valori su cui si fondano
le istituzioni democratiche e pluralistiche. Ora è un fatto che molti
immigrati sono portatori di principi ad essi alternativi. Di qui la sua
conclusione che in una società, per quanto democratica e pluralistica,
"una popolazione allogena del 10 per cento può costituire una
quantità accoglibile", una del 20 "probabilmente no", una del 30 "è
pressoché sicuro che verrebbe fortemente resistita". Ha ragione o
torto Sartori? Le discussioni e le polemiche sulla sua tesi non
mancheranno. Per parte mia mi limito ad osservare questo: la storia
d'Europa è stata costruita su grandi conflitti tra parti che si sono
sentite nemiche ed estranee (cristiani-ebrei, cattolici-protestanti,
rivoluzionari-controrivoluzionari, comunisti-anti comunisti,
eccetera). Passando attraverso conflitti drammatici si è giunti alla
democrazia e al pluralismo. Certo è vero: la convivenza nella
democrazia e nel pluralismo diviene possibile quando gli
"integralisti" rinunciano al loro integralismo o quanto meno lo
rendono passivo nella pratica. Il diritto di cittadinanza richiede un
patto di fedeltà. |