RASSEGNA STAMPA

26 SETTEMBRE 2000
GIANNI RIOTTA
Liberté, égalité diversité
Migrazioni e identità nazionali: un saggio del politologo Sartori apre uno scenario di grande forza provocatoria
E' probabile che Rachid Berradi, fondista italo-marocchino dei 10.000 metri, di religione musulmana, arrivato ieri diciottesimo alle Olimpiadi di Sydney per la squadra azzurra, non abbia letto l'ultimo libro di Giovanni Sartori, Pluralismo, multiculturalismo e estranei appena uscito da Rizzoli. Ed è un peccato perché Sartori, professore emerito alla Columbia University, si occupa proprio di lui, di Berradi, come dei tanti Berradi che arrivano in Europa. Senza moine, Vanni Sartori si pone una delle domande chiave del nostro tempo: come mantenere una società libera, tollerante e pluralista in un'era di migrazioni costanti? Quando a cercare lavoro all'estero sono anche esponenti di religioni e culture che non hanno alcun desiderio di integrarsi, ma, al contrario hanno a cuore la propria diversità, s pinta fino al punto da considerare "infedele" un occidentale qualunque? Badate: è tema chiave perché la globalizzazione richiede libera circolazione dei capitali ed è virtualmente impossibile bloccare la libera circolazione della forza lavoro. E infatti la destra più franca, da Friedman negli Usa a Martino in Italia, non approva la chiusura delle frontiere. E' però lesto Sartori ad ammonire: non di solo commercio vive l'uomo. Chi arriva da noi porta un "set", un insieme, di valori che, se vanno a cozzare con i cardini di tolleranza e pluralismo rischiano di seminare odio e vio lenze. Il volume consta di due parti. Nella prima, "manuale di buona convivenza", vedrete il Sartori maestro di idee, ricordare come la tolleranza sia valore recente, nato in ambito laico e poi adottato dal mondo religioso. Sartori cita la Riforma protestante, che rivendicava libertà e tolleranza per sé, non per gli altri. Considerato "di sinistra" perché predica una sua riforma elettorale e perché critico, da antico liberale, del conflitto di interessi, Sartori spiazza in questo libro tanti suoi discepoli dell'u ltima ora che ritroveranno, imbarazzati, l'avversario del 1968 e dintorni. Per Sartori, la nostra libera società non si basa solo sulla "tolleranza" del diverso, come postulata da Voltaire, ma soprattutto sul "credere nel valore della diversità". La società pluralista non "tollera" il dissenso (già Max Horkheimer scrisse una sua Critica della tolleranza ) ma se ne alimenta. Senza diversità la democrazia langue: sbagliava Francis Fukuyama a temere nel 1989 la Fine della Storia . Finché c'è pluralità c'è movimento della Storia. Siate o no d'accordo con lui, questa prima parte del libro conferma l'identikit di Sartori: uomo che si ostina a credere nella forza delle idee. E' la seconda parte del saggio, quella che attacca le radici del multiculturalismo, a infervorare il dibattito, dal Foglio all' Espresso . Schematizzando: Sartori propone l'idea che non tutte le culture siano uguali, polemizza con il "multiculturalism" in voga nei colleges d'America e mette in guardia contro l'intolleranza di certe sette islamiche, che maldigeriscono il pluralismo. Critico con le studiose Giovanna Zincone e Anna Elisabetta Galeotti, Sartori cita il liberal americano Arthur Schlesinger che, controcorrente, parla di fine del "melting pot" e Gian Enrico Rusconi sui doveri del cittadino. Se ogni minoranza assume la propria identità come irrinunciabile, rischiamo la guerra balcanica in ogni città. Sartori propone dunque un "interculturalismo che porta all'Europa mentre il multiculturalismo porta alla Bosnia". Si può essere più ottimisti? Sì. Perché il vero conflitto non appare tra mondo occidentale e fondamentalismo islamico ma tra tolleranza e fondamentalismo, senza aggettivi. In Israele, per esempio, non è stata l'emigrazione islamica a creare conflitti, ma quella degli ortodossi ebrei. Una ragazza ebrea che guidi al sabato con la minigonna teme le sassate degli ortodossi più dell'intifada palestinese. Le identità non sono costanti. Un immigrato musulmano non è uguale a se stesso dopo cinque anni a Parigi, a Roma o a New York. La vera sfida del nostro tempo è mettere in gioco l'identità, arricchendola e mutandola. Noi non possiamo tollerare le mutilazioni sessuali inflitte alle bambine in nome di una presunta uguaglianza delle culture. Ma chi abbia visto i coreani costruire il loro network di chioschi di frutta e verdura dal nulla in America, non può che imparare dalla frugalità laboriosa di quella tradizione. La virtù buddista dei vietnamiti li ha portati in pochi anni negli Usa da straccioni e imprenditori. Gli indiani trionfano a Silicon Valley.
Restano dunque fuori solo i musulmani? Nel giro di una generazione ci saranno negli Stati Uniti più elettori di origine araba di quanti non ce ne saranno di origine ebraica. Eppure non si vede una montante "intifada" Usa. Perché? perché l'identità non è fissa, è mobile. Il fascino della società plurale, ben descritto da Sartori, è così forte da conquistare, sedurre, persuadere alla lunga anche gli emigranti più riottosi, o almeno la maggioranza di loro. Guardarsi dall'intolleranza è monito sacrosanto. Ma l a vera forza della democrazia sarà saper assorbire nella "dialettica del dissentire" anche quei cittadini a prima vista più catafratti al dialogo. Il 1789 chiedeva libertà, uguaglianza e fratellanza. Oggi possiamo inserire anche la "diversità" tra quelle magiche parole e Berradi sarà un azzurro d'Italia, non un nemico.
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vedi anche
Filosofia (e) politica