Liberté, égalité diversité| Migrazioni e identità nazionali: un saggio del politologo Sartori apre uno
scenario di grande forza provocatoria |
| E' probabile che Rachid Berradi, fondista
italo-marocchino dei 10.000 metri, di religione musulmana, arrivato
ieri diciottesimo alle Olimpiadi di Sydney per la squadra azzurra, non
abbia letto l'ultimo libro di Giovanni Sartori, Pluralismo,
multiculturalismo e estranei appena uscito da Rizzoli. Ed è un peccato
perché Sartori, professore emerito alla Columbia University, si
occupa proprio di lui, di Berradi, come dei tanti Berradi che arrivano
in Europa. Senza moine, Vanni Sartori si pone una delle domande
chiave del nostro tempo: come mantenere una società libera,
tollerante e pluralista in un'era di migrazioni costanti? Quando a
cercare lavoro all'estero sono anche esponenti di religioni e culture
che non hanno alcun desiderio di integrarsi, ma, al contrario hanno a
cuore la propria diversità, s pinta fino al punto da considerare
"infedele" un occidentale qualunque? Badate: è tema chiave perché
la globalizzazione richiede libera circolazione dei capitali ed è
virtualmente impossibile bloccare la libera circolazione della forza
lavoro. E infatti la destra più franca, da Friedman negli Usa a
Martino in Italia, non approva la chiusura delle frontiere. E' però
lesto Sartori ad ammonire: non di solo commercio vive l'uomo. Chi
arriva da noi porta un "set", un insieme, di valori che, se vanno a
cozzare con i cardini di tolleranza e pluralismo rischiano di seminare
odio e vio lenze. Il volume consta di due parti. Nella prima, "manuale
di buona convivenza", vedrete il Sartori maestro di idee, ricordare
come la tolleranza sia valore recente, nato in ambito laico e poi
adottato dal mondo religioso. Sartori cita la Riforma protestante, che
rivendicava libertà e tolleranza per sé, non per gli altri. Considerato
"di sinistra" perché predica una sua riforma elettorale e perché
critico, da antico liberale, del conflitto di interessi, Sartori spiazza in
questo libro tanti suoi discepoli dell'u ltima ora che ritroveranno,
imbarazzati, l'avversario del 1968 e dintorni. Per Sartori, la nostra
libera società non si basa solo sulla "tolleranza" del diverso, come
postulata da Voltaire, ma soprattutto sul "credere nel valore della
diversità". La società pluralista non "tollera" il dissenso (già Max
Horkheimer scrisse una sua Critica della tolleranza ) ma se ne
alimenta. Senza diversità la democrazia langue: sbagliava Francis
Fukuyama a temere nel 1989 la Fine della Storia . Finché c'è
pluralità c'è movimento della Storia. Siate o no d'accordo con lui,
questa prima parte del libro conferma l'identikit di Sartori: uomo che
si ostina a credere nella forza delle idee. E' la seconda parte del
saggio, quella che attacca le radici del multiculturalismo, a
infervorare il dibattito, dal Foglio all' Espresso . Schematizzando:
Sartori propone l'idea che non tutte le culture siano uguali, polemizza
con il "multiculturalism" in voga nei colleges d'America e mette in
guardia contro l'intolleranza di certe sette islamiche, che
maldigeriscono il pluralismo. Critico con le studiose Giovanna
Zincone e Anna Elisabetta Galeotti, Sartori cita il liberal americano
Arthur Schlesinger che, controcorrente, parla di fine del "melting
pot" e Gian Enrico Rusconi sui doveri del cittadino. Se ogni
minoranza assume la propria identità come irrinunciabile, rischiamo
la guerra balcanica in ogni città. Sartori propone dunque un
"interculturalismo che porta all'Europa mentre il multiculturalismo
porta alla Bosnia". Si può essere più ottimisti? Sì. Perché il vero
conflitto non appare tra mondo occidentale e fondamentalismo
islamico ma tra tolleranza e fondamentalismo, senza aggettivi. In
Israele, per esempio, non è stata l'emigrazione islamica a creare
conflitti, ma quella degli ortodossi ebrei. Una ragazza ebrea che guidi
al sabato con la minigonna teme le sassate degli ortodossi più
dell'intifada palestinese. Le identità non sono costanti. Un immigrato
musulmano non è uguale a se stesso dopo cinque anni a Parigi, a
Roma o a New York. La vera sfida del nostro tempo è mettere in gioco
l'identità, arricchendola e mutandola. Noi non possiamo tollerare le
mutilazioni sessuali inflitte alle bambine in nome di una presunta
uguaglianza delle culture. Ma chi abbia visto i coreani costruire il
loro network di chioschi di frutta e verdura dal nulla in America, non
può che imparare dalla frugalità laboriosa di quella tradizione. La
virtù buddista dei vietnamiti li ha portati in pochi anni negli Usa da
straccioni e imprenditori. Gli indiani trionfano a Silicon Valley.
Restano dunque fuori solo i musulmani? Nel giro di una generazione
ci saranno negli Stati Uniti più elettori di origine araba di quanti non
ce ne saranno di origine ebraica. Eppure non si vede una montante
"intifada" Usa. Perché? perché l'identità non è fissa, è mobile. Il
fascino della società plurale, ben descritto da Sartori, è così forte da
conquistare, sedurre, persuadere alla lunga anche gli emigranti più
riottosi, o almeno la maggioranza di loro. Guardarsi
dall'intolleranza è monito sacrosanto. Ma l a vera forza della
democrazia sarà saper assorbire nella "dialettica del dissentire"
anche quei cittadini a prima vista più catafratti al dialogo. Il 1789
chiedeva libertà, uguaglianza e fratellanza. Oggi possiamo inserire
anche la "diversità" tra quelle magiche parole e Berradi sarà un
azzurro d'Italia, non un nemico. |