RASSEGNA STAMPA

26 SETTEMBRE 2000
CLAUDIO MAGRIS
La lezione di Benjamin
Un piccolo graffito può annunciare grandi barbarie
Nella notte fra il 26 e il 27 settembre 1940 Walter Benjamin, uno dei grandi aruspici e rabdomanti del secolo Ventesimo e delle sue sciagure, si suicidava a Port Bou, una piccola località sul confine franco-spagnolo, mentre cercava di sfuggire ai nazisti che stavano occupando la Francia. La morte di Benjamin - una personalità sottile fino alla tortuosità ermetica, un'intelligenza abituata a scrutare l'infinita complessità della vita illuminando con intuizioni lampeggianti i suoi meandri più oscuri e quasi mimandone l'oscurità indecifrabile - ha la semplicità classica di una tragedia elementare, la sofferenza di un uomo schiacciato da una violenza bruta. Quando si viene al dunque, il nazismo non permette più alcuna sottigliezza né alcuna complessità, ma mette di fronte alla nuda bestialità. Forse questo è uno dei suoi involontari pregi, perché favorisce la chiarezza morale, facendo capire dov'è e quale è il male e facendo capire dunque la necessità di abbatterlo. Per tali ragioni Thomas Mann diceva che, dal punto di vista morale, il nazismo era stato un'epoca invidiabile, in cui era facile vedere da che parte stava il male e quindi scegliere. Nato a Berlino nel 1892 da una facoltosa famiglia ebraica, Benjamin è un singolare, originalissimo rappresentante di quella cultura o meglio di quella simbiosi culturale ebraico-tedesca che è stata uno dei grandi capitoli della civiltà europea e che il nazismo ha distrutto con barbarie imbecille e suicida, perché con essa ha distrutto gran parte della più grande Germania. Dal Talmud, modello mai abbandonato nemmeno dopo l'adesione sia pur problematica al materialismo storico, Benjamin aveva imparato che la comprensione e l'intelligenza della realtà sono una continua lettura e interpretazione delle cose, una decifrazione di quel senso nascosto del mondo scritto, come un anagramma, non solo nella Bibbia ma negli oggetti, nei fenomeni, nelle figure anche minime e fugaci dell'esistenza. Benjamin insegna a leggere la realtà, a cogliere i suoi significati metafisici nella cronaca più spicciola e nelle apparenze più effimere; cerca l'Eterno e la Storia nel minimo, nell'infimo, nel momento più insignificante; dietro la lingua quotidiana insegue, secondo la tradizione cabbalistica, l'originaria e sepolta lingua adamica, che dice le cose stesse. Il suo modello ideale è il flâneur, il vagabondo che passeggia per le vie della metropoli cogliendo, come Baudelaire, nei fregi e nelle crepe dei palazzi e dei monumenti la grandezza e la caducità del Moderno, la legge inesorabile e nascosta del suo tumultuoso proliferare e del suo rapido tramontare. Nel marxismo, professato con eretica e sibillina originalità, Benjamin vide l'espressione concretamente storica di quell'anelito alla redenzione annunciato dalle Sacre Scritture; la Rivoluzione, per lui, è indistinguibile da questo spirito messianico, dall'esigenza di riscattare la creazione dal dolore che, scrive San Paolo, la fa gemere in tutte le sue fibre.
Intrecciando marxismo e teologia, egli cerca una salvezza che non è solo storica; la Storia - come dice il saggio Le origini del dramma tedesco - gli appare un sanguinoso trionfo dei vincitori, seguito dal doloroso corteo dei vinti; gli appare dunque un'oscura allegoria barocca che non rimanda ad alcun universale, bensì alla caducità, alla malinconia, al lutto. Accanto ad Adorno e a Horkheimer, in una posizione più anomala e irregolare, Benjamin è uno dei padri di quel "pensiero negativo" che ha contestato le filosofie ottimisticamente fiduciose nel progresso; quest'ultimo, per lui, è anche un cumulo di rovine che l'angelo della storia - l'Angelus Novus del quadro di Klee, indicato da lui quasi come emblema del suo pensiero - si lascia alle proprie spalle nella sua corsa. La critica del progresso è oggi più che mai necessaria, dinanzi a tante catastrofi e regressi che smentiscono ogni fede nella sicura marcia verso il bene e ogni superba certezza che oggi sia meglio di ieri e domani meglio di oggi. Ma è necessaria una critica progressiva, non reazionaria del progresso; una critica che dalla consapevolezza della possibile ricaduta - in ogni momento - nella barbarie, tragga forza per contribuire al miglioramento reale dell'umanità intera. Solo l'Illuminismo, solo la ragione, possono legittimamente criticare gli errori e le colpe di un certo ingenuo o autoritario progressismo illuminista. Benjamin è più che mai attuale per correggere tante odierne pacchiane critiche all'Illuminismo, che offendono la ragione e pure le grandi religioni, le quali - diceva un cattolico ultraortodosso e innamorato della sua fede come Chesterton - si distinguono dal ciarpame superstizioso proprio perché rispettano e potenziano i lumi della ragione anziché blaterare contro di essi. L'intreccio di teologia e materialismo storico costituisce il fascino e spesso la difficoltà delle pagine di Benjamin, rivelatrici ma talora anche criptiche, la cui oscurità ha trovato numerosi insopportabili imitatori e creato una stucchevole maniera. Come George disse di Nietzsche, forse anche Benjamin era un'anima nata per cantare, per essere poeta, ma incapace di esserlo veramente e perciò talvolta vittima di una poeticità compressa in astrusi cortocircuiti concettuali. Ma ha insegnato a leggere la realtà come un graffito, a captarne i messaggi, spesso annunci di disastri di cui non ci si vuole accorgere. Come certi eczemi sulla pelle, anche alcuni eventi di cronaca, alcune sorde e idiote violenze che si tende a minimizzare - ad esempio i rigurgiti razzisti - possono annunciare malattie mortali, cancri al fegato di una società. Certo, talvolta sono solo pustole di una pubertà ritardata. Ma è bene saperle interpretare e in questo pochi possono essere d'aiuto come Benjamin.
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