RASSEGNA STAMPA

22 SETTEMBRE 2000
MARINA CORRADI
Dall'Areopago a Norimberga
La domanda su Dio interroga ancora laici e credenti: faccia a faccia tra Flores d'Arcais e Ratzinger
L'accusa: la Chiesa ha rinunciato alla verità. Il teologo: "Ma Paolo ha conciliato fede e ragione"
L'ateo contro il cardinale. Il filosofo contro il principe della Chiesa. Oggetto della sfida una domanda non da poco: "Dio esiste?". Nel Teatro Quirino gremito, l'incontro, come sottolinea il moderatore Gad Lerner, ha il sapore di una disputa medioevale.
L'occasione è la ristampa del centomillesimo numero di "MicroMega" del febbraio 2000, quello che si chiedeva appunto se Dio esiste, un numero che sorprendentemente è diventato un best seller. Al centro del dibattito, la pretesa del cristianesimo di essere "la" Verità, e una Verità sostenibile razionalmente. Pretesa antica, quella della "religio vera".Tuttavia, secondo Flores d'Arcais, da tempo ormai la Chiesa eluderebbe le obiezioni scettiche o atee elaborate dal pensiero moderno, da Hume a Freud.
Questi avversari sarebbero stati rimossi perché alla Chiesa la proclamazione delle fede come Verità interesserebbe ormai poco.
Si preferirebbe convertire fornendo risposta ai bisogni e alle emozioni, piuttosto che sollevando la questione della Verità. Questione che Ratzinger considera seriamente, se nell'attacco del suo intervento su "MicroMega" scriveva proprio di "crisi del cristianesimo come crisi della sua pretesa di verità". Forse per questo il Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede è davanti a questa platea per lui inconsueta. Perché parlarsi, chiede Lerner, da posizioni tanto differenti? Ratzinger: "Come cristiani abbiamo qualcosa da dire agli altri. È importante per noi vivere esposti alle domande degli altri, e dire quanto è secondo noi ragionevole, e necessario". D'Arcais: "Perché un ateo s'interessa alla fede? L'ateo è colui che ritiene che la vita si giochi tutta qui.
Ma nella comune convivenza non è indifferente quale tipo di fede animi chi ci vive accanto. La fede di chi dice: credo quia absurdum , non crea conflitti. Ma quella fede che invece pretende d'essere compimento della ragione comporta anche la tentazione di volersi imporre a tutti, magari aiutata da un braccio secolare..." E Gad Lerner domanda al cardinale :ma perché non rinunciate alla dimostrazione mondana della vostra Verità? (Nel testo su "MicroMega" d'Arcais concludeva con un suggerimento simile: se i cristiani rinunciassero alla pretesa di essere portatori di Verità, con noi non credenti ci si potrebbe bene incontrare, nel nome di un'etica comune...) Ratzinger: "Con Paolo sull'Aeropago il cristianesimo nasce come religione razionale nel momento della crisi del paganesimo. Pietro ammoniva ad essere sempre "pronti a dare ragione della nostra speranza"". D'Arcais: "Veramente Paolo parla di "follia della croce"". Ratzinger: "Paolo parla di un amore che eccede la ragione. Di un amore che nella Croce fa una cosa "folle". Comunque la pretesa cristiana è di essere la continuazione del pensiero umano che prima di Cristo cercava Dio, ma non poteva, con le proprie sole forze, indovinarlo". La disputa tocca asperità teologico filosofiche che un po' smarriscono una parte del pubblico. Pare, dagli applausi, che ognuno dei contendenti abbia i suoi sostenitori - più rumorosi però quelli dell'ateo. In tanti tuttavia sembrano essere venuti sedotti da quella semplice, brutale domanda: Dio esiste? Come sperando che, avendo finalmente di fronte un filosofo di fama e un grande cardinale, la secolare questione della dimostrazione dell'esistenza di Dio possa essere alla fine fatta fuori. Così che quando il filosofo si lascia prendere dalla sua passione anticlericale, "quanto è grande davvero questo Papa?", s'ode in sala una protesta: "Ma questo, con Dio, cosa c'entra?". È difficile anche per uno come Lerner guidare il dibattito sui terreni sterminati del dibattito teologico e filosofico. A tratti la domanda all'origine dell'incontro si smarrisce. D'Arcais si accanisce contro le Encicliche del Papa, colpevoli secondo lui di individuare nell'illuminismo ogni male della modernità, dal comunismo all'edonismo consumista. Ratzinger è perplesso. Dice di non conoscere bene la materia. La gente sorride. Ora il filosofo attacca sul fronte del "mea culpa" del Papa per le colpe della Chiesa. Perché chieder perdono per quei peccati lontani, domanda, e non per essere comparso su un balcone di Santiago accanto a Pinochet? Dio, in verità, sembra un po' in secondo piano rispetto a un beneducato rancore laicista che emerge qui e là. Ora il discorso va sull'aborto, con il classico motivo conduttore delle scelte cristiane che pretenderebbero di imporsi ai non cristiani. Ratzinger: "Lei dice che i cristiani vogliono imporre il diritto alla vita del nascituro, valore cristiano. Le chiedo: ma questo è un valore cristiano, o umano?" E finalmente la disfida tocca un punto vivo, dolente. D'Arcais: "Non esiste una norma naturale. Non esiste qualcosa che per tutti gli uomini sia sempre stato un male, nemmeno l'omicidio. L'affermare un "diritto naturale", una legge scritta nei cromosomi dell'uomo, è una pretesa abusiva". E ora Ratzinger difende questo diritto naturale, questa norma che viene "prima", leggibile in una natura "non prodotta da un caso cieco, ma con dietro una ragione, con una moralità dentro". Adesso lo scontro è netto: "Siamo frutto del caso e della necessità", ribatte d'Arcais citando Monod. E i diritti dell'uomo, continua, non sono diritti di natura. Sono semplicemente una nostra scelta, sono diritti "civili". "Noi tedeschi - replica Ratzinger - abbiamo visto dei nostri connazionali condannati dal tribunale di Norimberga anche se avevano obbedito a leggi regolarmente approvate dallo stato nazista. Quel tribunale ha stabilito che ci sono diritti non governabili da una maggioranza. Almeno questo il secolo trascorso deve avercelo insegnato. C'è un messaggio nella realtà che è anteriore alle nostre scelte, e a quelle di qualsiasi maggioranza".
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