Molti lettori mi hanno scritto a proposito del mio articolo
dell'agosto scorso su alcuni dubbi in riferimento alle giornate di
Torvergata. Molte di queste lettere dicono cose accettabili e
concordano su un punto: che sono vecchio e non ho mai
partecipato a manifestazioni oceaniche come è stata questa. È
vero, verissimo, a 90 anni è difficile che uno possa fare cose di
tanto impegno, ma uno di questi lettori mi invita a uscire e a
lasciare da parte i testi su cui mi sono formato. Anche questo
non lo posso fare a patto di non leggere più né Maritain né
Pascal (di cui è uscito il secondo volume delle Opere nella
Pléiade). A Maritain mi ricollego e su di lui mi soffermo ancora
perché proprio in questi giorni è stato tradotto in italiano nelle
edizioni Passigli il Dialogo sulla fede (pagine 126, lire 14.000).
In realtà è la corrispondenza fra Cocteau, tentato dalla fede, e un
filosofo, Jacques Maritain, il quale proprio nella prima lettera si
domanda: "Cosa sono io? Un convertito, un uomo che Dio ha
rivoltato come un guanto, tutte le cuciture sono fuori, la scorza è
dentro e non serve più a niente. Un animale del genere fa fatica a
ritenersi qualcosa, ha voglia di chiedere perdono agli altri per la
sua esistenza. Le loro pellicce, i loro gusci lo impressionano. So
che capisce, anche se nel suo caso non si è trattato di abbandonare
l'eresia per la fede, ma solo di riprendere il proprio banco in
chiesa; il suo Angelo le teneva il posto e tutte le mattine scriveva
il suo nome sull'inginocchiatoio". Ma le cose più importanti
vengono dopo questo piccolo e breve incipit di cortesie, una sorta
di marivaudage. Nel testo della lettera di Maritain, il lettore che
mi saluta "senza affetto", non solo, ma uomini di Chiesa,
potrebbero trovare materia di meditazione "seduta" e non in
mezzo a migliaia di uomini. Per esempio questo passo: "Mirare
sempre alla testa, diceva Léon Bloy, per essere certi di non
arrivare mai a colpire il cuore. Come lei, penso che il luogo in cui
gli estremi si toccano, sia, per l'intelligenza, un luogo di elezione.
Dove si incrociano i bracci della croce: l'unico punto da cui si
vede bene. Infine sono con lei nel dire e ridire che comunque
senza l'amore non si potrà mai fare niente di buono". E ancora:
"Il giusto amore è la regola suprema del poeta che ama la propria
opera e del Santo che ama Dio. Amate, diceva Sant'Agostino, e
fate ciò che volete... Ma l'amore spesso presuppone la
conoscenza. Se non passa attraverso il Verbo, non procede nello
spirito, ma nella violenza. Senza l'intelligenza non si può fare
niente. Dove non c'è fede, non c'è carità".
Ecco un punto sul quale potrebbe tornare il Cardinale Ratzinger,
il quale obbedisce ancora alla regola che fuori della Chiesa
cattolica non c'è salvezza. E sembra fare altrettanto il Cardinale di
Bologna, Monsignor Biffi. Ma sarà proprio vero che i non
credenti o i credenti di altre religioni non possono a loro modo
trovare la loro salvezza? Molte volte mi era capitato di osservare
insieme ad Arturo Carlo Iemolo che ci sono molti atei, molti
agnostici che conducono una vita molto più onesta e libera
spiritualmente di noi cattolici. Sarà proprio vero che la salvezza
sia soltanto dentro il recinto della Chiesa cattolica? Sempre
Maritain a proposito degli ebrei osservava: "Ho conosciuto degli
ebrei orgogliosi, corrotti, e ne ho conosciuto soprattutto di
generosi, dal cuore ingenuo e grande, nati poveri e morti più
poveri ancora, senza il senso del lucro né dell'economia, felici più
di dare che di ricevere". Qui siamo nella linea indicata da
Giovanni Paolo II.
Come si vede da ciò che ho detto fino adesso, servendomi delle
parole di Maritain, la conversione deve essere dibattuta,
contrastata e quotidianamente scrutata. Tutte cose purtroppo che
si fanno non in pubblico, ma pensando, dialogando,
confrontandosi con gli altri e non camminando insieme e
ripetendo delle formule, per quanto appassionate. Certo questa è
l'opinione di un vecchio che è stato formato dalle lezioni di quelli
che raccomandavano l'umiltà della fede e stavano fuori del
mondo. |