RASSEGNA STAMPA

17 SETTEMBRE 2000
ARMANDO MASSARENTI
Heisenberg e Bohr, indeterminati a tutto
Il soprannome che gli hanno dato alcuni storici è Mr. incertezza, ma il fisico Werner Heisenberg, nello spettacolo teatrale di Michael Frayn Copenaghen - presentato da poco a Broadway dopo due anni di successi londinesi -, entra in scena con piglio deciso. «Il mondo si ricorda di me per. due cose - dice dall'oltretomba -: per il principio di indeterminazione e per la mia misteriosa visita a Niels Bohr a Copenaghen nel 1941. Tutti capiscono l'indeterminazione, o pensano di capirla. Nessuno capisce il senso del mio viaggio a Copenhagen. Tante volte ho cercato di spiegarlo. A Bohr, a sua moglie Margrethe, agli ufficiali dell'intelligence, a giornalisti e storici. Ma più ho cercato di spiegare, più l'incertezza si è fatta profonda».
Qui a ben vedere ci so no tutti gli elementi che spiegano lo straordinario successo di Copenhagen, un testo in cui storia, scienza e riflessione morale si intrecciano in maniera naturale, facendo dimenticare le difficoltà dei temi che i tre personaggi, Heisenberg, Bohr e la moglie, affrontano sulla scena. Il ruolo dei due fisici nello sviluppo della teoria quantistica (con tanto di spiegazioni dei principi fondamentali ed excursus sul dibattito filosofico che li accompagna) e le ricerche sulla fissione nucleare durante la seconda guerra mondiale, con gli atteggiamenti talvolta ambigui tenuti dagli scienziati nei vari schieramenti, sono argomenti che fluiscono con naturalezza, tenendosi sul filo di una nota dominante: che è proprio quello di una amletica incertezza. L'incertezza di Heisenberg e del suo principio secondo cui non è possibile determinare simultaneamente la posizione e il momento di una particella -, e quella dello spettatore che assiste a un perfetto parallelismo tra l'indeterminazione nel mondo dei quanti e quella relativa al mondo umano, ai personaggi, e alle loro motivazioni.
L'incontro di Copenhagen, che gli storici, pur documentatissimo, invano hanno cercato di indagare fornendo versioni assai lontane tra loro, diventa così, con il suo carico di domande, un episodio cruciale della storia dell'umanità. Perchè Heisenberg, che era a capo del progetto tedesco, per la costruzione dell'arma atomica, volle andare a Copenhagen, città occupata dai tedeschi, per far visita a Bohr, suo maestro e amico, metà ebreo e tutt'altro che filo-tedesco? Che cosa si dissero i due? Perché quell'evento guastò così profondamente i loro rapporti?
Con una serie di flashback incrociati Frayn mette in scena alcune possibili risposte. Forse Heisenberg voleva avvisare il suo vecchio maestro di un possibile blitz nazista e aiutarlo a mettersi in salvo? Oppure gli ha chiesto aiuto per la realizzazione della bomba atomica tedesca? O, al contrario, ha cercato di dirgli che i tedeschi non avevano nessun progetto atomico? O intendeva forse carpirgli qualche notizia sui piani degli Alleati? Tutte le ipotesi potrebbero essere plausibili, ma il confronto tra gli storici non ha portato a una risposta definitiva, come Frayn mostra - citando tutte le sue fonti e spiegando le proprie intenzioni artistiche - nel Postscritto alla sceneggiatura pubblicata in occasione del debutto americano. Ed è proprio dai diversi atteggiamenti degli storici che emergono le difficoltà di afferrare con certezza i caratteri dei protagonisti.
Perché Heisenberg non fece mai i calcoli necessari per realizzare la bomba? Perché non era in grado (era un genio intuitivo, poco avvezzo alle verifiche matematiche) o perché non intendeva portare a termine il progetto e dunque fece di tutto per ritardarlo e boicottarlo? O non fu forse proprio lui a convincere Speer che le difficoltà erano troppe, e che era meglio orientare gli sforzi per la costruzione di un ciclotrone? Gli interrogativi sono molti, e l'immagine di Heisenberg slitta facilmente - nei resoconti storici come nello spettacolo - da quella dell'eroe a quella dell'incompetente o a quella della persona indecisa e priva di nerbo morale.
Dai nastri segreti registrati dagli inglesi nel dopoguerra, quando Heisenberg ed altri fisici tedeschi erano stati fatti prigionieri, risulta lo scarso interesse di Heisenberg per la bomba, ma anche la sorpresa dei tedeschi per la riuscita del progetto degli Alleati: non pensavano che in così poco tempo avessero potuto costruire e lanciare l'atomica, né pensavano che potesse essere trasportabile. Il motivo della visita a Bohr - a detta di Heisenberg - sarebbe stato proprio quello di convincerlo che la bomba, anche una volta costruita, sarebbe stata inservibile a causa delle sue dimensioni, e che anche gli Alleati avrebbero fatto meglio ad abbandonare l'intero progetto.
E Bohr? Perché non si pronunciò mai ufficialmente su quella visita? La risposta - ha sostenuto Gerard Holton in un recente convegno newyorkese dì storici e fisici -si trova in una lettera di Bohr ad Heisenberg che non fu mai spedita e che per volontà degli eredi rimarrà segreta per altri dodici anni. Così il mistero si aggiunge al mistero. E non ci resta che la certezza che Frayn ha voluto mettere almeno nella fiction. Heisenberg, nel 1941, da ricercatore puro qual era, a Bohr voleva solo chiedere: «Noi, come fisici, abbiamo moralmente il diritto di dedicarci allo sfruttamento pratico dell'energia atomica?». Ma non è proprio da qui che nascono tutte le altre domande?
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