| Se la fede s'allontana la Chiesa è più visibile | La parola "chiesa" proviene dall'antico greco ekklesìa , che
significa "adunanza", "assemblea", "convocazione". Il verbo
greco ekkaléin significa appunto "chiamare la gente, facendola
venire da dove si trova e riunendola in un certo luogo". Per la
dottrina cattolica chi chiama è Dio; Gesù, che per essa è il Verbo
stesso di Dio, "chiama a sé". Il luogo in cui egli chiama è
"santo": "La santa Chiesa cattolica". Rendersi "visibile" non è
dunque, per la Chiesa, un episodio accidentale - l'effetto, ad
esempio, dell'esuberanza dell'attuale pontificato -, ma appartiene
alla sua essenza. La voce che chiama è pubblica, come pubblico è
il luogo in cui avviene il raduno. La Chiesa ha un carattere
essenzialmente politico - anche se nel raduno la gente prega ,
giacché pensa e agisce in nome di Dio, ossia lo prega di guidarla.
Certo, si può pensare che in questo modo la Chiesa si trovi in
contrasto con l'"interiorità" dell'esperienza religiosa. Ma, anche
qui la contraddizione tra visibilità politica della Chiesa e
"interiorità" religiosa non è un fatto accidentale, dovuto a una
congiuntura storica, ma appartiene al cuore della vita cristiana.
Gesù dice: "Quando pregate, non fate come gli ipocriti, i quali
amano pregare nelle sinagoghe e agli angoli delle piazze per essere
visti dagli uomini... Quando vuoi pregare, entra nella tua camera,
chiudi la porta e prega il Padre tuo in segreto".
Però è ancora Gesù a dire: "Date a Cesare quel che è di Cesare e a
Dio quel che è di Dio". Questo significa che a Cesare non solo
non si deve dare quel che è di Dio, ma nemmeno quel che è contro
Dio; e che dunque Cesare - lo Stato - non deve essere in
contrapposizione a Dio, al Dio di Gesù. E perché ciò avvenga, la
gente deve aprire la porta delle sue camere, uscir fuori, radunarsi e
agire affinché lo Stato non sia contrario a Dio. La vocazione
politica della Chiesa risale a Gesù. Come risale a lui il contrasto
tra interiorità della vita religiosa e politicità della Chiesa.
Il cardinale Ratzinger ripropone la tradizionale dottrina cattolica
che al di fuori della Chiesa non c'è salvezza; e ci si meraviglia di
questo presunto "passo indietro". Tuttavia, ancora una volta è
Gesù a esortare i discepoli: "Andate per tutto il mondo, predicate
l'Evangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato, sarà
salvo; chi invece non crederà sarà condannato" . Ma la Chiesa è
appunto l'insieme dei discepoli che Gesù ha chiamato a sé e dalla
cui predicazione dipende la salvezza degli uomini. Dopo il raduno
dei milioni di giovani a Roma, dove anche molti cattolici si son
chiesti che cosa avesse a che vedere il cristianesimo con tutta
quella "visibilità", era anzi opportuno che la Chiesa affermasse in
modo intransigente che la propria "visibilità" non intacca il
contenuto del dogma. Sì, è una semplice affermazione, un
semplice assicurare che non c'è contraddizione tra visibilità
politica e interiorità religiosa; ma la gente capisce molto bene le
semplici affermazioni e assicurazioni, e molto male le ponderate
argomentazioni.
D'altra parte, l'informazione "aggiornata" produce strabismo. Da
qualche decennio, si dice, la Chiesa è sempre più visibile. Ma
sono due secoli che il pensiero filosofico mostra l'impossibilità
di un mondo come quello in cui crede il cristiano, cioè
l'impossibilità di ogni Essere eterno, e dunque mostra
l'impossibilità di ogni verità assoluta che rispecchi quell'Essere e
l'impossibilità di ogni limite assoluto all'agire dell'uomo.
È vero che oggi gli stessi laici sanno poco o nulla della potenza
concettuale del pensiero del nostro tempo, e che non ci sono due
milioni di giovani che si radunino a Roma per pensare alla
filosofia; ma ciò non significa che quel pensiero non ci sia e non
abbia scavato alle fondamenta della società e del costume.
Altrimenti, perché i documenti e gli interventi ufficiali della
Chiesa parlerebbero (per usare il linguaggio di uno di essi) della
"scristianizzazione tuttora largamente in atto" nel mondo
occidentale e del processo storico in cui la fede cristiana "è messa
in causa sempre più largamente e profondamente", e dunque della
necessità di una "evangelizzazione della cultura" (come ha già
detto il cardinale Ruini)?
Sì, da qualche decennio la Chiesa è sempre più "visibile", ma
all'interno di un processo storico che, inevitabilmente, sta
portando il mondo nella lontananza estrema dal cristianesimo e
dai valori della civiltà occidentale. Non si pensi che la filosofia è
troppo debole per guidare il mondo. Il capitalismo (come il comunismo) è una grande e autentica filosofia. Max Weber vedeva appunto un legame profondo tra il capitalismo e la
riflessione razionale sull'etica protestante. Ma il capitalismo oggi
trionfante è condannato dalla Chiesa: è un nemico della coscienza
cristiana nella misura in cui assume come scopo il profitto e non
il bene comune della società.
Nemica anche la tecnica, in quanto oggi assume come principio
che tutto ciò che può essere fatto è da farsi - un principio che,
anche se i tecnici non lo sanno, scaturisce dall'essenza stessa della
filosofia contemporanea. Come accade, anche se i politici non lo
sanno, nella democrazia moderna, che è nemica della Chiesa
perché rifiuta la pretesa di ogni fede di essere verità assoluta e di
diventare legge dello Stato. E l'elenco non è finito.
Non si dovrà dire allora che la "visibilità" che la Chiesa oggi
intende avere non è un'offensiva, ma è la mobilitazione di tutto
l'equipaggio prima che la grande nave affondi? (Il che non esclude
che, soprattutto in un Paese come l'Italia, di alta concentrazione
dell'equipaggio, si possa avere un'impressione del tutto
contraria). |